Il dibattito sul futuro della Provincia di Isernia e sull’ipotesi di una sua annessione all’Abruzzo riapre la questione dell’autonomia regionale molisana. A intervenire è il Partito comunista dei lavoratori del Molise, che respinge la proposta avanzata dagli esponenti del fronte scissionista e richiama le ragioni storiche, sociali e politiche che portarono alla nascita della Regione.
Secondo il Pcl Molise, il trasferimento della Provincia di Isernia all’Abruzzo non rappresenterebbe una soluzione ai problemi del territorio. Al contrario, rischierebbe di determinare la fine della Regione e di aggravare la marginalità delle comunità locali.
«Far girare all’indietro la ruota della storia migliorerà la condizione delle masse popolari molisane?», domanda il partito nel proprio comunicato. Il rischio, secondo il Pcl, è che l’annessione si trasformi in «un salto nel buio».
Il movimento contesta anche il metodo seguito dai sostenitori della separazione. Una scelta di questa portata, sostiene, non potrebbe essere assunta senza coinvolgere l’intera popolazione molisana, perché la perdita della Provincia di Isernia avrebbe conseguenze non soltanto sul territorio pentro, ma sull’esistenza stessa della Regione Molise.
Il comunicato ricostruisce il lungo percorso che condusse all’autonomia. La rivendicazione di una Regione molisana separata dall’Abruzzo era già presente negli anni Venti del Novecento, ma venne fermata dalla repressione del regime fascista. Dopo la Liberazione tornò al centro del dibattito politico attraverso il Comitato di liberazione nazionale riunito a Campobasso e successivamente nell’Assemblea Costituente.
A sostenere le ragioni del Molise fu Emilio Lussu, antifascista, partigiano ed esponente del Partito sardo d’azione. «Il Molise non è una nuova Regione che si vuole creare; è una vecchia Regione, che già esiste».
Lussu osservava come la posizione geografica del Molise rendesse poco comprensibile la dipendenza amministrativa dall’Aquila, così come da Bari, Napoli o Roma. Il riconoscimento di Campobasso quale capoluogo rispondeva a ragioni logistiche e amministrative prima ancora che politiche.
Nel documento viene richiamato anche il fenomeno dello spopolamento. Durante il periodo di unione con l’Abruzzo, secondo la ricostruzione proposta dal partito, il Molise subì una perdita di popolazione e un ritardo economico maggiori rispetto alla regione confinante. Un precedente storico che, per il Pcl, smentirebbe le prospettive ottimistiche indicate dagli attuali sostenitori dell’annessione della Provincia di Isernia.
La battaglia per l’autonomia fu sostenuta da forze politiche differenti. Anche settori tradizionalmente contrari al regionalismo finirono per appoggiare la richiesta proveniente dal territorio. Nel dibattito parlamentare del 1963, il Partito comunista italiano e il deputato molisano Giacomo Colitto denunciarono inoltre le ambiguità della Democrazia cristiana, accusata di promettere l’autonomia nelle piazze molisane e di ritardarne l’approvazione in Parlamento. Il comunicato ricorda anche il tentativo di alcuni esponenti democristiani del beneventano, insieme al parlamentare campobassano Bosco Lucarelli, di inserire il Molise in una nuova regione denominata “Sannio”, con capoluogo Benevento. Un progetto che non ottenne un consenso sufficiente né in Campania né in Molise.
La stessa rappresentanza parlamentare abruzzese riconobbe le ragioni della popolazione molisana e votò a favore dell’autonomia. Il Movimento sociale italiano, invece, fu l’unica forza politica a esprimere un voto contrario nel 1963. Secondo il Pcl, la destra neofascista temeva che la nascita della nuova Regione potesse ampliare gli spazi di partecipazione democratica e favorire le lotte sociali delle classi popolari.
Il Pcl richiama le analisi di Antonio Gramsci e l’opera dello scrittore molisano Felice Del Vecchio, vincitore del Premio Viareggio nel 1957 con il romanzo La Chiesa di Canneto. L’autonomia, dunque, viene indicata come una conquista importante, ma non come un rimedio capace, da solo, di cancellare le disuguaglianze economiche e sociali. Per il Partito comunista dei lavoratori, i problemi attuali del Molise non derivano dalla sua autonomia, ma dalle responsabilità della classe dirigente regionale e nazionale e dalla mancata soluzione delle questioni economiche e sociali che attraversano il Mezzogiorno.
L’ipotesi di annessione all’Abruzzo rischierebbe così di trasformare il malessere reale della popolazione in una battaglia indirizzata verso un obiettivo sbagliato. Non un passo avanti, secondo il Pcl Molise, ma il ritorno a una condizione già sperimentata dalla storia e superata attraverso una lunga mobilitazione popolare e democratica.



