La vicenda che ha travolto Sigfrido Ranucci e Report è complessa. A noi non interessa la difesa d’ufficio. Per questo ci sono le figure preposte e più preparate di noi. A noi interessa un’altra cosa, più importante della carriera individuale di un conduttore televisivo: capire cosa sta accadendo a uno dei principali programmi d’inchiesta del servizio pubblico e quale sia il reale grado di autonomia dell’informazione Rai rispetto alla politica e agli altri centri di potere.
Il 16 ottobre 2025 un ordigno esplose davanti all’abitazione di Ranucci. Quel gesto apparve immediatamente come una gravissima intimidazione contro un giornalista. Ma le indagini hanno aperto uno scenario diverso: Valter Lavitola (leggi il box alla fine dell’articolo) risulta essere – anche grazie alla sua confessione – il presunto mandante dell’azione. La spiegazione fornita è stata sorprendente: l’azione sarebbe stata pensata per aumentare il livello di protezione assegnato a Ranucci.
Ranucci e Lavitola si conoscevano e avevano intrattenuto nel tempo rapporti personali. Lo stesso Lavitola ha pubblicamente definito Ranucci un amico e sulla stampa sono emersi particolari riguardanti incontri, conversazioni, segnalazioni e persino un presunto progetto politico o un sondaggio sulla possibile discesa in campo del giornalista. Ranucci ha respinto l’ipotesi di una propria candidatura e ha spiegato pubblicamente alcuni aspetti del rapporto con Lavitola.
Avere avuto rapporti con Lavitola non dimostra automaticamente che Lavitola abbia condizionato Report. Non dimostra un coinvolgimento di Ranucci nell’attentato di cui è stato vittima. Reuters, ricostruendo il caso dopo la decisione della Rai di sostituirlo alla guida di Report, ha sottolineato l’assenza di elementi investigativi che lo coinvolgano nell’attentato.
Ranucci ha, inoltre, negato che Lavitola abbia condizionato qualsiasi inchiesta della trasmissione. La questione era stata sollevata anche da Fratelli d’Italia, che aveva annunciato un esposto per chiedere chiarimenti sui rapporti tra i due.
Dal caso Ranucci al caso Report
Nel luglio 2026 la Rai decide di sospendere cautelativamente le repliche estive di Report. La motivazione ufficiale: fare “piena chiarezza” sulla vicenda. Lo stesso trattamento, però, non è stato riservato all’uomo forte di FdI, in contatto con un prestanome di un clan di camorra.
Gli “eredi” di Borsellino e le chat Delmastro-Caroccia: tutte le contraddizioni del centrodestra
Il 28 agosto 2026 arriva la decisione, fortemente ricercata dalla politica e dal Potere: dalla prossima stagione Report non sarà condotto da Ranucci, ma da altri giornalisti sconosciuti (vicini al Potere?). Per valorizzare nuove professionalità interne e rafforzare il giornalismo investigativo? Resta il fatto: l’obiettivo (depotenziare l’unica trasmissione d’inchiesta del servizio pubblico) è stato raggiunto.
A noi non interessa con chi cena Sigfrido Ranucci. Noi giornalisti abbiamo le nostre fonti ed il nostro dovere è incontrare anche il diavolo. Se ce ne fosse bisogno. A noi non interessa nemmeno trasformare il conduttore di Report in un eroe. Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo ancora una volta: gli eroi non esistono. Soprattutto nel nostro Paese “orribilmente sporco”.
Se emergeranno rapporti personali, con Ranucci e altri colleghi, finalizzati al condizionamento di un’inchiesta, racconteremo la notizia. Se emergeranno omissioni, conflitti d’interesse o comportamenti professionalmente censurabili, faremo la stessa cosa.
Per adesso, senza prove, non si può sovvertire un principio, utilizzando una relazione personale come una clava per delegittimare il lavoro giornalistico.
In tutto questo caos mediatico restano delle domande: cosa si può contestare a Ranucci? Chi trae vantaggio da questo terremoto? A chi dava fastidio Report? È normale attaccare il giornalismo di inchiesta fino a destabilizzare un’intera redazione? Perchè affidare la conduzione a chi non ha dimostrato sul campo le proprie capacità?
I precedenti che l’Italia non dovrebbe dimenticare
La storia della Rai – da sempre controllata dalla politica – insegna che il rapporto tra informazione e potere non è mai stato semplice. La cosiddetta lottizzazione del servizio pubblico (che dovrebbe appartenere soltanto agli italiani) attraversa la storia repubblicana dell’Italia. E siccome viviamo in “un Paese senza memoria” sarà utile ricordare qualche precedente.
18 aprile 2002: l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, durante una visita ufficiale a Sofia, pronunciò il famoso e dirompente “editto bulgaro”. Berlusconi – amico di Dell’Utri (fondatore di un partito politico legato a Cosa nostra) – accusò Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi di aver fatto un uso “criminoso” della televisione pubblica e auspicò che la nuova dirigenza Rai non consentisse più che ciò accadesse.
E sappiamo tutti come andò a finire.
2010: stopo ai talk show politici
Il consiglio di amministrazione Rai, in occasione delle elezioni regionali, decise la sospensione per circa un mese dei programmi televisivi di approfondimento politico in applicazione delle regole sulla par condicio. Lo stop riguardò trasmissioni importanti e provocò una fortissima protesta nel mondo dell’informazione.
2023: il caso Saviano
Il programma di Roberto Saviano, Insider – Faccia a faccia con il crimine, previsto su Rai3 e con quattro puntate già registrate, venne escluso dal palinsesto. Saviano parlò invece apertamente di decisione politica.
2024: il caso Scurati
Era prevista la sua partecipazione al programma Che sarà… di Serena Bortone con un intervento dedicato al 25 aprile. La sua partecipazione saltò. Serena Bortone rese pubblica la vicenda affermando di non avere ricevuto spiegazioni plausibili.
Il giornalismo non deve diventare l’ufficio stampa del potere
Il giornalismo svolge una funzione democratica fondamentale: ha il dovere di controllare chi esercita il Potere. Deve controllare il governo e l’opposizione, le amministrazioni pubbliche, le aziende private, le banche, i sindacati, le lobby e le mafie, le procure e i partiti. Non può avere amici da proteggere.
È un lavoro delicato che si districa tra fonti, documenti, fatti e domande.
Dopo questo caos Report continuerà a fare Report?
Potrà occuparsi del governo Meloni senza riguardi? Potrà fare lo stesso con un futuro governo di centrosinistra? Potrà indagare una multinazionale, un grande gruppo economico, una banca, un partito, una lobby, una pubblica amministrazione?
La libertà di stampa non serve a proteggere i giornalisti. Serve a proteggere i cittadini.
Quando il potere politico, economico o finanziario riesce a controllare il controllore, il problema riguarda la qualità della nostra democrazia.
Valter Lavitola è una figura che attraversa da oltre vent’anni giornalismo, politica, affari e vicende giudiziarie. È stato giornalista, editore e direttore de L’Avanti!, candidato politico, uomo molto vicino a Silvio Berlusconi e intermediario in rapporti politici e commerciali anche internazionali. Viene definito «faccendiere», un “mediatore” tra ambienti politici, imprenditoriali e istituzionali.
Il profilo biografico e politico
Nato a Salerno, laureato in Scienze politiche, Lavitola si avvicina molto giovane al Partito Socialista Italiano. Successivamente gravita nell’area di Forza Italia e nel 2004 si candida alle elezioni europee, senza essere eletto. È soprattutto con l’attività editoriale e con i rapporti costruiti attorno a Silvio Berlusconi che il suo nome assume una rilevanza nazionale.
Nel 1998 assume un ruolo centrale ne L’Avanti!, diventandone successivamente editore e direttore. Nel 2010 il giornale pubblica la documentazione proveniente da Saint Lucia sul caso dell’appartamento di Montecarlo riconducibile a Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini.
Il rapporto con Silvio Berlusconi
Le cronache e le successive indagini descrivono una frequentazione molto stretta: partecipò anche a viaggi all’estero dell’allora presidente del Consiglio e intrattenne rapporti con interlocutori stranieri, in particolare nell’America Latina.
Quel rapporto finì anche al centro di una vicenda giudiziaria. Lavitola venne condannato a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione ai danni di Berlusconi, nell’ambito della vicenda che coinvolgeva Gianpaolo Tarantini e le donne portate alle serate dell’ex premier. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Lavitola avrebbe chiesto cinque milioni di euro, senza ottenerli.
I fondi pubblici a L’Avanti!
Nel novembre 2012 Lavitola patteggiò 3 anni e 8 mesi per la vicenda dei finanziamenti pubblici all’editoria ottenuti dalla società editrice de L’Avanti!. L’inchiesta riguardava circa 23 milioni di euro di contributi che, secondo l’accusa, erano stati indebitamente percepiti. La Cassazione confermò nel 2014 la pena derivante dal patteggiamento.
Nel 2015 la Corte dei conti del Lazio condannò Lavitola e Sergio De Gregorio a restituire allo Stato 23,879 milioni di euro per i finanziamenti editoriali illegittimamente ottenuti.
La compravendita dei senatori e la caduta del governo Prodi
Lavitola venne processato insieme a Silvio Berlusconi per la cosiddetta compravendita dei senatori. Al centro vi era il passaggio dell’allora senatore Sergio De Gregorio, eletto con l’Italia dei Valori, verso il centrodestra durante la legislatura del secondo governo Prodi. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici di primo grado, De Gregorio avrebbe ricevuto tre milioni di euro e Lavitola avrebbe avuto il ruolo di intermediario. Nel 2015 Berlusconi e Lavitola furono condannati in primo grado a tre anni per corruzione.
Nel 2017 la Corte d’Appello dichiarò il reato prescritto. Nelle motivazioni la Corte affermò che la ricostruzione del fatto corruttivo non era stata smentita e indicò Lavitola come intermediario tra Berlusconi e De Gregorio.
Panama, Martinelli e Finmeccanica
Lavitola ebbe rapporti molto stretti anche con Panama e con l’allora presidente Ricardo Martinelli. Fu rinviato a giudizio a Roma insieme all’ex dirigente commerciale di Finmeccanica Paolo Pozzessere per un’ipotesi di corruzione internazionale relativa a commesse del gruppo in Panama. Secondo l’accusa si sarebbe trattato della promessa di circa 18 milioni di euro destinati a Martinelli e ad altri esponenti panamensi, nell’ambito di commesse dal valore di circa 180 milioni.
Nel 2017 il reato venne dichiarato prescritto.
Nel 2014 il Tribunale di Napoli condannò Lavitola in primo grado a tre anni per tentata estorsione a Impregilo: secondo la ricostruzione processuale avrebbe cercato di imporre all’azienda la costruzione di un padiglione pediatrico a Panama City.
Lavitola e Ranucci: la vicenda attuale
Lavitola è stato arrestato nell’agosto 2026 nell’inchiesta sull’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci. La Procura di Roma gli contesta il ruolo di mandante e, nell’ambito dell’indagine, è stata formulata anche l’accusa di strage.
Durante l’interrogatorio di garanzia Lavitola ha ammesso di essere stato il mandante dell’azione contro l’abitazione del giornalista. La sua spiegazione: avrebbe organizzato l’azione «per il bene» di Ranucci, con l’obiettivo, secondo la sua versione, di determinarne un rafforzamento della protezione. Ha inoltre sostenuto di avere inizialmente chiesto di sparare contro la villetta e non di utilizzare una bomba. Il gip ha definito le sue spiegazioni sulla motivazione generiche e prive, allo stato, di concreti riscontri.



