Dopo l’arrivo a Beirut e gli incontri nei campi palestinesi di Chatila e Mar Elias, il terzo giorno del reportage conduce nella valle della Bekaa. Il viaggio attraversa luoghi nei quali la guerra non è soltanto un rumore proveniente da lontano, ma una presenza quotidiana che abita le memorie, segna le vite e convive, ostinatamente, con la speranza.
di Enzo Infantino (Diario dal Libano 3° giorno) – Anche oggi il sud del Libano è stato bombardato dall’aviazione israeliana. Qui la guerra sembra essere diventata una presenza quotidiana. La gente continua a vivere, lavorare e spostarsi, come se avesse imparato a convivere con la paura.
Sopra Beirut, incessante, continua a sentirsi il ronzio dei droni. Un rumore ormai familiare, che accompagna le giornate e che, forse proprio perché non scompare mai, finisce per diventare quasi invisibile.
Questa mattina ci siamo messi in viaggio verso la valle della Bekaa, una delle aree nelle quali Hezbollah ha storicamente una presenza molto forte.
La prima tappa è stata il cimitero del villaggio di Shansatar. Siamo venuti qui per deporre una corona di fiori sulla tomba di Talal Salman, una delle grandi figure del giornalismo e della cultura libanese.
Fondatore e direttore del quotidiano As-Safir, Salman ha raccontato per decenni il Libano e il mondo arabo, attraversando guerre, invasioni e profonde trasformazioni politiche. Fermarsi davanti alla sua tomba è stato un momento di silenzio e di memoria, un modo per rendere omaggio a un uomo che aveva fatto del giornalismo uno strumento di impegno civile.
Particolarmente impressionante è stata la visita a un altro cimitero dello stesso villaggio. Qui ci è stata raccontata l’uccisione di 13 persone, colpite da una bomba sganciata l’8 aprile dall’aviazione israeliana mentre, nel cimitero, attendevano l’arrivo del feretro di un loro congiunto.
Abbiamo lasciato quel luogo profondamente scossi dal racconto del terribile eccidio e abbiamo proseguito il nostro viaggio verso il centro dell’Amel International Organization, una realtà che ogni giorno offre gratuitamente assistenza sanitaria a persone di ogni nazionalità e provenienza.
In un Paese attraversato da divisioni profonde e da una crisi che sembra non avere fine, incontrare chi continua a curare gli altri senza chiedere da dove provengano è qualcosa che colpisce profondamente.
È stato però l’incontro con i palestinesi del campo profughi di Jalil, conosciuto anche come Wavel, a lasciarci forse le emozioni più forti.
Il campo nacque nei primi anni Cinquanta, dopo la Nakba del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case. È l’unico campo profughi palestinese ufficialmente riconosciuto nella valle della Bekaa.
Da allora sono passate intere generazioni. Sono nati bambini che sono diventati adulti, poi genitori e nonni, senza che la condizione di rifugiato sia mai realmente finita.
Camminando tra le strade del campo, questa storia non appare soltanto nei racconti. È nelle case, nei volti delle persone e nei bambini che giocano. È nella memoria di una terra che, per molti, è rimasta soprattutto un racconto tramandato dai genitori e dai nonni.
Negli anni il campo ha accolto anche palestinesi arrivati dalla Siria, in fuga da un’altra guerra. Una comunità di profughi che si ritrova così ad accogliere altri profughi.
Forse è proprio questo il sentimento più forte che ci portiamo via da Jalil: la sensazione di una storia che sembra non avere fine. Generazioni costrette a vivere sospese tra il ricordo di ciò che hanno perduto e la speranza di poter finalmente condurre una vita normale.
Qui, nella Bekaa, la guerra non è soltanto quella che si sente in lontananza. È anche quella che rimane dentro le persone, nelle memorie, nelle attese e nelle vite interrotte.
Eppure, anche qui, la vita continua.
Si torna a Beirut.
A domani, per un altro racconto.
Continua il reportage “Diario dal Libano” di Enzo Infantino, autore delle foto pubblicate.
Diario dal Libano, primo giorno: Beirut tra le ferite della guerra e la voglia di rinascere
Diario dal Libano, giorno 2: dentro i campi di Chatila e Mar Elias









