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“Briganti con la divisa”, Stefano Tamburini racconta lo Stato tradito e il prezzo della verità

Indagini truccate, un innocente all’ergastolo, un giornalista arrestato con una prova costruita: nel nuovo romanzo-verità di Tamburini la cronaca diventa memoria civile. E mostra quanto possa costare cercare la verità quando il potere decide di difendere se stesso.

by Redazione Web
7 Settembre 2026
in Libri&Dintorni
Reading Time: 10 mins read
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Cosa accade quando chi dovrebbe difendere la legalità utilizza il proprio potere contro un cittadino?

È da questa domanda che bisogna partire per leggere “Briganti con la divisa”, il nuovo libro di Stefano Tamburini, pubblicato da Edizioni Il Foglio nell’agosto 2026, con la prefazione di don Armando Zappolini. Il sottotitolo non concede molte vie di fuga: “Indagini truccate, un innocente all’ergastolo, un giornalista scomodo arrestato e le istituzioni tradite”.

E proprio di istituzioni tradite parla il libro, della necessità di difendere le istituzioni democratiche anche, e soprattutto, da coloro che le indossano come una divisa senza rispettarne i principi. È questa la distinzione fondamentale che rende il lavoro di Tamburini molto più interessante di una semplice denuncia.

Avezzano, gli anni Novanta e una verità capovolta

La storia si sviluppa soprattutto ad Avezzano, nella Marsica, all’inizio degli anni Novanta. Al centro ci sono due vicende apparentemente differenti che finiscono per intrecciarsi fino a diventare una sola grande storia di malagiustizia, abuso di potere, depistaggi e giornalismo. La prima riguarda Michele Perruzza, condannato all’ergastolo per l’omicidio della piccola Cristina Capoccitti. La seconda ha come protagonista il giornalista Gennaro De Stefano, uno dei cronisti che più ostinatamente mette in discussione l’impianto investigativo che ha condotto alla condanna di Perruzza.

Tamburini definisce quelle indagini segnate da falsità, prove inconsistenti e ricostruzioni contraddittorie. Nel libro viene ricordato, tra l’altro, come il figlio di Perruzza abbia modificato più volte la propria versione e come De Stefano abbia progressivamente contestato diversi elementi dell’accusa.

È qui che la vicenda assume i contorni di un incubo. A un certo punto il giornalista diventa la notizia. Nella ricostruzione proposta dal libro, qualcuno decide che quel cronista è diventato troppo scomodo.

Il 31 agosto 1992 Gennaro De Stefano viene fermato dalla Polizia. Nella sua automobile viene trovata della cocaina. Per il giornalista si aprono le porte del carcere. L’accusa è devastante anche sul piano della reputazione: un cronista che scrive di giustizia, investigatori e criminalità trasformato improvvisamente in un uomo coinvolto con la droga. Il meccanismo è antico ed efficace: distruggere il giornalista.

Tamburini ricostruisce la scena con il ritmo di un romanzo, ma il materiale sul quale lavora è quello della cronaca giudiziaria. Emergono incongruenze, testimonianze e riscontri che conducono nella direzione di una trappola costruita contro De Stefano. Un testimone confermerà gli incontri con gli agenti e i tentativi di trovare persone disposte ad accusare il giornalista; anche una donna chiamata a testimoniare contro De Stefano dichiarerà di non averlo mai conosciuto e di essere stata indirizzata ad accusarlo.

Chi ha incastrato Gennaro De Stefano?

Fino a che punto può arrivare un apparato dello Stato quando alcuni suoi rappresentanti trasformano il potere pubblico in un’arma privata?

Qual è uno dei messaggi più attuali del libro? Il giornalismo non è il mestiere di chi trascrive comunicati. Non è il megafono delle Procure, delle questure, dei governi o delle aziende. Il giornalista deve sempre verificare ciò che afferma il potere. 

Tamburini lo sa bene: quella vicenda l’ha vissuta personalmente. All’epoca era responsabile delle redazioni dell’Aquila e di Avezzano del quotidiano “il Centro”. Nel libro racconta il lavoro dei cronisti che continuarono a sollevare dubbi e a cercare elementi capaci di smontare la versione ufficiale.

Tamburini conosceva i protagonisti. Ricorda le telefonate, le discussioni, le reazioni dei colleghi. A tutto questo affianca una base documentale fatta di atti di indagine, sentenze, verbali, dossier, materiale d’archivio.

Il risultato è un romanzo-verità.

L’assoluzione che non cancella il carcere

Per Gennaro De Stefano arriva l’assoluzione. La scena narrata da Tamburini è uno dei momenti più efficaci del libro. Quando il giudice pronuncia la formula che dichiara il giornalista non colpevole, De Stefano piange. Ha trascorso 57 giorni tra carcere e arresti domiciliari e ha dovuto combattere per dimostrare che quella cocaina non apparteneva a lui.

Che cosa restituisce davvero un’assoluzione? Restituisce la libertà. Restituisce il nome. Restituisce, forse, l’onore.

Ma non elimina l’umiliazione di essere stato esposto pubblicamente come colpevole.

Michele Perruzza e una giustizia che arriva troppo tardi

Se nella storia di Gennaro De Stefano esiste almeno il momento dell’assoluzione, la vicenda di Michele Perruzza lascia invece un sapore infinitamente più amaro. Nel corso degli anni emergono elementi che, nella ricostruzione di Tamburini, rafforzano radicalmente la tesi dell’innocenza dell’uomo. Tra questi c’è anche l’esame del DNA su un indumento considerato centrale nell’impianto accusatorio: secondo quanto riportato nel libro, quell’elemento non era riconducibile a Perruzza. Gli avvocati tentano la strada della revisione. La battaglia diventa interminabile, incastrata tra processi paralleli, questioni procedurali, ricorsi e dinieghi. Nel 2002 arriva un ulteriore rifiuto alla richiesta di revisione. Perruzza è ormai un uomo stremato.

Il 23 gennaio 2003, mentre è detenuto nel carcere romano di Rebibbia, le sue condizioni precipitano. Muore durante il trasporto verso l’ospedale. Nel racconto di Tamburini, le ultime parole pronunciate a un agente che lo scorta sono ancora una volta una proclamazione della propria innocenza.

Aveva trascorso dodici anni e mezzo dentro una condanna che il libro considera fondata su un impianto investigativo ormai demolito. Ma la revisione formale non arriverà in tempo.

Rosa Anna Fortuna e gli anticorpi dello Stato

C’è però un personaggio decisivo che impedisce al libro di trasformarsi in un attacco indiscriminato alle forze dell’ordine: Rosa Anna Fortuna. È una poliziotta. Proprio dall’interno della Polizia che comincia a osservare le anomalie dell’arresto di De Stefano. Rileggendo gli atti, individua le incongruenze e arriva a sospettare apertamente che possa esserci stata una macchinazione.

Pagherà anche lei il prezzo della propria scelta.

I “briganti” non sono “le divise”. Sono coloro che tradiscono quella divisa.

Tamburini insiste più volte su questo punto: non è un libro contro la Polizia, ma riconosce l’esistenza di anticorpi istituzionali: uomini e donne dello Stato che decidono di affrontare colleghi infedeli proprio per restituire credibilità all’istituzione cui appartengono.

Il libro di Tamburini è anche un libro sul giornalismo

Briganti con la divisa è anche un libro sul giornalismo. Sul giornalismo buono e su quello cattivo. Su quello che verifica e su quello che copia. Su quello che dubita e su quello che accetta le “veline”. Tamburini ricorda come, all’inizio della vicenda, fossero pochissimi i colleghi disposti a non accettare la narrazione dominante.

Dal punto di vista stilistico Tamburini sceglie una scrittura lontana dal saggio giudiziario tradizionale. Ci sono dialoghi, scene, telefonate, tribunali, celle, ristoranti. I personaggi hanno voce, carattere, ironia. 

Il primo capitolo, significativamente intitolato “Il giornalista stavolta è ‘la notizia’”, introduce immediatamente il lettore dentro la quotidianità di Gennaro De Stefano, fino al momento in cui quella normalità precipita nell’arresto. L’indice stesso racconta la progressione quasi cinematografica della vicenda: dalla trappola contro il giornalista alle prime crepe nel commissariato, dalle accuse del pentito all’arresto del poliziotto, dall’assoluzione di De Stefano fino alla vicenda Perruzza e al tragico epilogo.

Non è una scrittura neutrale. L’autore prende posizione. Utilizza espressioni dure, sarcasmo, giudizi netti.

“Briganti con la divisa” è il racconto di un cronista che torna su una battaglia vissuta personalmente.

Don Armando Zappolini: difendere le istituzioni denunciandone le deviazioni

La prefazione di don Armando Zappolini offre la chiave politica e civile attraverso cui leggere l’intero volume.

Zappolini richiama altre pagine oscure della storia italiana, dai depistaggi alle violenze commesse da parti deviate degli apparati, per arrivare a una conclusione importante: denunciare le deviazioni significa manifestare rispetto verso la grande maggioranza degli uomini e delle donne delle istituzioni che servono correttamente lo Stato e la Costituzione.

Le istituzioni non si difendono occultandone gli scandali. Si difendono facendo emergere gli scandali.

“Briganti con la divisa” è un libro sul potere e sui suoi limiti.

Sulla fragilità di un essere umano, sul giornalismo, sulle istituzioni sane. Tamburini scrive che la sola divisa non può rappresentare automaticamente la legalità. Perché la legalità non è un’uniforme, un grado, una toga, un distintivo o una funzione. È il modo in cui quel potere viene esercitato.


Scheda del libro

Titolo: Briganti con la divisa
Sottotitolo: Indagini truccate, un innocente all’ergastolo, un giornalista scomodo arrestato e le istituzioni tradite
Autore: Stefano Tamburini
Prefazione: don Armando Zappolini
Editore: Edizioni Il Foglio
Prima edizione: agosto 2026
Pagine: 276
Prezzo cartaceo: 16 euro
Ebook: 4,99 euro
ISBN: 9791256860821

Chi è Stefano Tamburini

Stefano Tamburini, nato a Piombino nel 1961, ha attraversato numerose esperienze del giornalismo italiano.

È stato direttore del Corriere Romagna, dell’agenzia Agl del Gruppo Espresso, de la Città di Salerno e de Il Tirreno.

Tra i suoi libri figurano Il prezzo da pagare, Beati, dannati e sogni truccati, L’uomo e il mare e L’Italia dei favori.

Quest’ultimo ha conquistato il primo posto alla seconda edizione del Premio nazionale letterario e giornalistico Pier Paolo Pasolini, la cui premiazione si è svolta a Venafro il 6 giugno 2026.


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