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Piera Aiello: «Denise non è morta per mano della ’ndrangheta. È morta per mano dello Stato»

La testimone di giustizia ed ex parlamentare denuncia le falle del sistema di protezione: l’abbandono dei figli dei collaboratori e dei testimoni, il caso di Lea Garofalo, l’esclusione di Marisa, il mistero dei funerali e le responsabilità delle istituzioni.

by Paolo De Chiara
27 Settembre 2026
in Interviste
Reading Time: 21 mins read
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Non è soltanto la storia di Denise. È la denuncia di un sistema che utilizza i testimoni di giustizia, raccoglie le loro dichiarazioni, costruisce indagini e processi e, quando considera concluso il loro compito, archivia anche le loro vite. Nell’intervista rilasciata in esclusiva a WordNews.it, Piera Aiello, testimone di giustizia ed ex parlamentare, pronuncia parole durissime.

Parole che chiamano direttamente in causa lo Stato, il Servizio centrale di protezione, la Commissione centrale ex articolo 10, la politica, le associazioni e la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo. Aiello parte dalla morte di Denise e allarga il ragionamento a tutti i figli dei testimoni e dei collaboratori di giustizia, costretti a perdere il proprio nome, la terra, gli affetti e qualsiasi prospettiva di normalità.

Ragazzi trasferiti da un luogo all’altro, spesso senza un’assistenza psicologica continuativa, senza un vero reinserimento scolastico e lavorativo e senza qualcuno che verifichi che cosa accada dopo l’uscita dal programma.

Il confronto attraversa la storia di Rita Atria, l’esperienza personale di Piera Aiello, i sette anni vissuti da Lea Garofalo sotto protezione, le difficoltà economiche affrontate dalla testimone di giustizia, il ruolo di Marisa Garofalo, le responsabilità di chi avrebbe dovuto proteggere, ascoltare e intervenire prima che fosse troppo tardi.


Dopo la morte di Denise hai scritto parole durissime: «Oggi lo Stato ha perso». Quali responsabilità attribuisci concretamente alle istituzioni e quali omissioni ritieni abbiano segnato la vita di Denise dopo la sua testimonianza?

Qui non parliamo soltanto della vicenda di Denise. La questione riguarda tutti i ragazzi che si trovano all’interno di un programma. Ogni ragazzo che non riesce a rifarsi una vita, che non riesce a ottenere il reinserimento sociolavorativo, ad andare a scuola o a frequentare un campo scuola, che non riesce a vivere la propria vita come un ragazzo normale, rappresenta sempre una sconfitta. Denise è vittima di quel sistema, così come lo sono tanti altri ragazzi che, in questo momento, soffrono all’interno di quel sistema e dei quali nessuno si prende cura. Hanno approvato la legge “Liberi di scegliere”, ma lo Stato l’ha letta questa legge? La legge è aberrante. Chi li deve tutelare? Dove devono andare? Fino a quale età hanno diritto di studiare? Lo Stato dovrebbe, come dicevo quando ero in Parlamento, consentire loro di studiare anche dopo l’uscita dal programma, farli seguire dagli psicologi e, nello stesso tempo, garantire loro il reinserimento sociolavorativo. So che a Denise alcune di queste cose sono state date: materialmente la casa, il lavoro e altro. Ma allora perché questa ragazza ha avuto questi problemi? Molti paragonano la vicenda di Denise a quella di Rita Atria. Sono due contesti e due periodi assolutamente diversi, perché, quando accaddero i fatti di Rita, non esisteva neanche la legge. Quando c’era Denise, invece, la legge esisteva. La legge non viene applicata nei confronti dei figli dei collaboratori e dei testimoni di giustizia e, di conseguenza, non viene applicata ai giovani. Invece di avere un giovane che un giorno possa dire: «Mio padre ha collaborato, mio padre ha testimoniato e, facendo questo, ha dato una mano allo Stato; lo Stato, a sua volta, mi ha tutelato», avremo ragazzi che un giorno diranno: «Sarebbe stato meglio se mio padre avesse continuato a fare il mafioso». Questo è il mio pensiero.

Perché accade tutto questo? 

Non esiste una volontà politica. Non c’è la volontà di dire: «Questi ragazzi devono vivere». Non gliene frega niente. A loro interessa spremere i testimoni e i collaboratori e, dopodiché, tanti saluti. Non vengono tutelati in nessun modo. Un magistrato non può intervenire su ciò che fa il Servizio centrale di protezione. Pensa che, pur essendoci la Commissione centrale ex articolo 10, che dovrebbe assumere le decisioni, tutto viene delegato al Servizio centrale di protezione. Molto spesso diventano gli aguzzini di questi collaboratori. 

In che senso aguzzini?

Si inventano qualunque cosa. Non concedono la capitalizzazione per un motivo qualsiasi. Nella legge c’è forse scritto che, se una persona aveva dei debiti, non può ottenere la capitalizzazione per comprarsi una casa? Oppure ti sembra normale che non venga concesso il cambio del nome? Di che cosa stiamo parlando? È un sistema marcio perché è gestito da persone marce.

A proposito di Rita Atria: sono due momenti e due storie differenti. Sono due ragazze cresciute all’interno di famiglie mafiose, hanno respirato quell’aria e sono state capaci di rompere il vincolo dell’omertà e di affidarsi allo Stato. Riscontri delle analogie nelle loro solitudini?

Sì, anche se possiamo parlare di solitudine fino a un certo punto. Rita Atria visse con me fino alla mattina del sabato. La domenica pomeriggio si suicidò. Fino al sabato eravamo vicine. Io ero la sua famiglia e le ero vicina. Ma non è neanche soltanto una questione di famiglia, perché Denise aveva il compagno, aveva la suocera e aveva il bambino. Sai che cosa succede a queste ragazze? È accaduto anche a me: a un certo punto volevo mollare. Quando ti allontanano dalla tua terra, dalla tua casa e dai tuoi affetti — e Denise era stata ormai allontanata dall’unico vero affetto che aveva, sua madre — rimane un vuoto talmente grande e incolmabile che diventa difficilissimo aiutare una ragazza in quelle condizioni. Se poi lo Stato dispone di pochi strumenti e non garantisce neanche un’assistenza psicologica fino a quando uno specialista non possa dire che la ragazza sta bene e si è reinserita, che cosa può accadere? Sappiamo tutti che Denise non stava bene.

Tu hai sperimentato personalmente lo sradicamento, il cambio d’identità e persino la compromissione della tua copertura. Che cosa significa vivere per decenni senza poter utilizzare il proprio nome, raccontare la propria storia e costruire liberamente relazioni e affetti?

Il cambio di generalità è una violenza che, se vogliamo, molto spesso è anche necessaria. Io non l’ho mai accettato, tanto è vero che poi sono tornata indietro e mi sono ripresa il mio nome. Molti, però, hanno ottenuto il cambio di generalità, ancora oggi lo mantengono e vivono una vita dignitosa. Negli ultimi anni, invece, di cambi di generalità ne sono stati concessi pochissimi, quasi nessuno. Una ragazzina può ritrovarsi con il padre che fino al giorno prima collaborava o testimoniava per la giustizia e, da un giorno all’altro, essere buttata fuori senza niente e senza alcuna prospettiva per il futuro. Indipendentemente dal fatto che le venga cambiato il nome, quella ragazza deve essere circondata da una famiglia. A proposito di “Liberi di scegliere”, io ho contestato una cosa: non puoi togliere i figli agli ’ndranghetisti e poi stabilire che lo Stato debba seguirli soltanto fino a un determinato periodo degli studi. Che cosa significa? Se quel ragazzo vuole laurearsi? Se ha bisogno di sentire un affetto? Parliamo di ipotetici suicidi. Ho visto ragazzi presi e portati all’interno di famiglie affidatarie. Vivono in un altro mondo, con un altro modo di essere e lontani dai loro affetti. Ciò che è venuto a mancare principalmente a Denise è stato l’affetto di sua madre. Poi si è ritrovata con un padre delinquente che ha cercato di avvicinarla, perché non aveva intorno a sé i parenti e gli amici. Le persone possono dimostrarle tutto l’affetto e tutto l’amore che vogliono, ma l’affetto di un genitore è tutta un’altra musica.

Quando una persona esce dal programma di protezione, chi verifica che sia davvero pronta e al sicuro?

Nessuno. Nessuno.

Quella persona viene quindi lasciata a sé stessa?

Una volta che hai ottenuto la capitalizzazione per il lavoro, non gliene frega più niente a nessuno. Ma se già non gliene frega niente mentre ti trovi all’interno del programma, figurati dopo. Nessuno verifica realmente se quella persona venga trattata bene, se viva in un ambiente salubre o in un ambiente adeguato. Magari viene affidata alla prima associazione o alla prima casa-famiglia di turno. Per carità, molte realtà hanno dato un contributo importante a questi ragazzi, ma ci sono stati ragazzi che sono tornati in Calabria e altri che non hanno più voluto saperne niente. C’è bisogno di uno specialista, di uno psicologo che segua veramente la vita di quella persona. Non è sufficiente metterla in un luogo soltanto perché lì l’ha collocata lo Stato. Molto spesso gli psicologi, anche quando c’è la madre, non le spiegano come comportarsi con il figlio: preparano una relazione per il Servizio centrale di protezione. Ma il Servizio centrale di protezione che cos’è? Un organismo con ventimila figli?

Lea Garofalo viene uccisa nel 2009 dopo essere rimasta senza una protezione adeguata. Lea rinunciò alla protezione perché, all’interno del programma, stava morendo di fame, come sta succedendo a tantissime altre persone.

Sì. Per anni Lea Garofalo ha subìto questo trattamento. Perché? Perché voleva fare shopping? A quella donna mancava il pane da mangiare. Sappiamo tutti che Marisa Garofalo, molto spesso, l’ha aiutata anche economicamente per consentirle di comprare qualcosa da mangiare. Non funziona così. Non può funzionare così.

A proposito di Marisa Garofalo, come giudichi il fatto che non sia stata avvisata né dell’agonia né, successivamente, della morte della nipote?

Sappiamo tutti che Marisa si era un po’ allontanata a causa del rapporto di Denise con il padre. So, però, che i rapporti si stavano riallacciando. Il problema è che Marisa aveva visto lungo. Aveva compreso le ragioni per cui sua nipote aveva intrapreso quel percorso di vita e non le piaceva. Si è messa contro le istituzioni e ha sempre lottato per la nipote, ma alla fine hanno vinto queste persone. A un certo punto, come fai a proteggere una persona in quelle condizioni? Questi ragazzi devono essere presi e portati all’interno di ambienti salubri, nei quali siano garantiti il diritto allo studio, il diritto alla vita, il diritto al reinserimento sociolavorativo e il diritto a essere seguiti da un medico fino a quando quel medico non possa affermare che la ragazza sta bene.

Possiamo dire che lo Stato abbia considerato Denise soltanto uno strumento utile alle indagini e ai processi e che, successivamente, si sia disinteressato di lei? È questo che stai dicendo?

Quando tutto è finito, hanno archiviato la pratica, così come hanno fatto con tanti altri.

Qual è stato, in tutto questo, il ruolo delle numerose associazioni e della società civile?

Ci sono tante associazioni che affermano di occuparsi di queste problematiche. Io posso garantirti soltanto una cosa: quando avevo veramente bisogno, anche per riuscire a portare avanti mia figlia, si sono avvicinate molte associazioni, ma concretamente non hanno mai fatto nulla. Non hanno fatto nulla. Nessuno si è chiesto, prima che Denise morisse, se volesse il suo sindaco, se volesse don Luigi Ciotti o se volesse la Colosimo, che è stata proprio la persona che, all’interno di questa Commissione parlamentare, non ha fatto nulla. Con quale faccia è andata al capezzale di Denise? Non si è chiesta che forse Denise avesse bisogno di un suo familiare? Invece l’hanno fatta morire e, dopo la sua morte, hanno chiamato la zia. Gliel’hanno detto i carabinieri. Non può funzionare così.

Da parlamentare hai presentato una proposta per modificare la disciplina riguardante i testimoni di giustizia. Quali lacune avevi individuato allora e quali continuano ancora oggi a trasformare la protezione in una sorta di esilio, senza una vera prospettiva di vita?

Avevo individuato tante falle. Una riguardava il diritto allo studio: anche se i genitori uscivano dal programma, lo Stato doveva continuare a seguire i figli fino alla conclusione degli studi. Doveva inoltre garantire almeno il cinquanta per cento dell’affitto e, successivamente, il loro inserimento nel mondo del lavoro. Questo significa protezione. Il cambio di generalità non deve essere lasciato alla discrezione di qualcuno: deve essere proposto e realizzato. Molto spesso, invece, il Servizio centrale di protezione sconsiglia il cambio di generalità. Se parliamo dei familiari di importanti boss mafiosi, quel cognome è altisonante. Come si può non concedere loro il cambio di generalità? Come si può proteggerli una volta usciti dal programma? Quando viene concessa la capitalizzazione, se viene concessa, fanno intestare l’immobile al collaboratore. In questo modo, dal giorno successivo, quella persona può essere individuata, perché ormai è tutto telematico. Avevo individuato questi problemi. Avevo stabilito che i ragazzi dovessero essere seguiti e dovessero avere uno psicologo dedicato. Allora c’erano soltanto tre psicologi a Roma. Se un genitore doveva portare un figlio dallo psicologo, era costretto a presentare domande e controdomande. Molto spesso la richiesta non veniva neanche accettata e tutte le spese rimanevano a carico della famiglia. Se ti danno uno stipendio minimo ogni mese, come fai a pagare le utenze, il cibo e i medici? Come fai? Anche in passato, quando una persona entrava nel programma, le davano uno stipendio, una casa e, qualche volta, un’assistenza iniziale. Da quando è arrivato il Servizio centrale di protezione, tutto questo non è più accaduto. Poi c’è il sottosegretario, che ha una forte responsabilità e delega tutto al Servizio centrale di protezione. All’interno di quel servizio ci sono poliziotti, carabinieri e finanzieri che, con tutto il rispetto, non sono medici e non sono persone preparate per curare lo stato d’animo. Quando entri in un programma di protezione vivi uno stato d’animo devastato. L’ho sperimentato personalmente: avevo paura perfino di uscire di casa, avevo paura di qualsiasi cosa. Pensa a ciò che può accadere nella testa di una ragazza. Ho avuto modo di parlare con i figli di Bruzzese: sono devastati. Non hanno mai ricevuto un’assistenza adeguata. Mai niente. Ancora oggi il collaboratore è in causa con il Servizio centrale di protezione per ciò che gli era stato promesso. Ma più che di promesse si tratta di una legge che deve essere rispettata. Abbiamo un sottosegretario che se ne strafrega. Si è preso le deleghe, ma non si occupa di nulla e non svolge le audizioni. Ci sono testimoni che chiedono di essere ascoltati dalla Commissione centrale ex articolo 10. Sono persone che si trovano all’interno del programma e hanno presentato dieci o dodici richieste senza ricevere alcuna risposta, mentre la legge stabilisce che, dopo trenta giorni, debba essere fissato almeno un appuntamento. Questo è lo Stato. Fino a quando tutto verrà gestito dal politico di turno, non andremo da nessuna parte. Hai visto che cosa stanno combinando in Commissione parlamentare antimafia: vogliono stravolgere la storia perché non hanno interesse a fare emergere la verità. Però poi affermano di ispirarsi a Paolo Borsellino. Dovrebbero vergognarsi. Ogni volta che pronunciano il nome di Borsellino in quel modo, Borsellino si rivolta nella tomba.

Alla luce delle vicende di Lea e Denise, ritieni necessaria un’indagine parlamentare che ricostruisca tutte le decisioni assunte dalle strutture competenti, le uscite dal programma, l’assistenza garantita e le eventuali richieste d’aiuto rimaste senza risposta?

Assolutamente sì. Ogni caso dovrebbe essere esaminato da un gruppo di persone estranee agli organismi che hanno assunto quelle decisioni. Chi prende queste decisioni deve fornire spiegazioni. Ma vengono assunte con una tale leggerezza perché non gliene frega niente. Alla luce dei fatti, subito dopo la morte di Denise ho avuto modo di parlare con alcuni testimoni. Uno di loro mi ha detto: «Ma Denise ha fatto davvero male a togliersi di mezzo? Perché anch’io ci sto pensando». Hai capito? Perché non li lasciano vivere.

La Colosimo ha affermato che la morte di Denise rappresenta una sconfitta dello Stato e che, secondo lei, Denise è morta per mano della ’ndrangheta. Che cosa significa?

Non può non assumersi le proprie responsabilità, perché Denise non è morta per mano della ’ndrangheta: è morta per mano dello Stato. Un giorno, quando il figlio di Denise sarà grande, dovranno andare da lui a chiedere scusa perché hanno fatto morire sua madre.

Non hanno chiesto scusa a Denise per ciò che è accaduto a Lea.

Da queste persone non mi aspetto niente. Spero soltanto che alle prossime elezioni se ne vadano a casa. Le lacune sono sempre esistite, ma in questi cinque anni abbiamo assistito alla devastazione.



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Paolo De Chiara

FONDATORE e DIRETTORE WordNews.it - direttore@wordnews.it Giornalista Professionista, iscritto all’OdG Molise. Scrittore e sceneggiatore italiano. È nato a Isernia, nel 1979. In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e televisione), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole. LIBRI: - Nel 2012 ha pubblicato «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta» (Falco Ed., Cosenza); - nel 2013 «Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici» (Falco Ed., Cosenza, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’ 2014); - nel 2014 «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» (Perrone Ed., Roma); - nel 2018 «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta» (nuova versione aggiornata, Treditre Ed.); - nel 2019 «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano» (Romanzi Italiani, finalista del Premio Internazionale “Michelangelo Buonarrori”, 2019). Dal romanzo «Io ho denunciato», nel settembre del 2019, è stato tratto un corto e un medio-metraggio (CinemaSet, vincitore Premio Legalità, Fiumicino 2019). È autore del soggetto e della sceneggiatura del corto e del medio-metraggio «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano», 2019 (Premio Starlight international Cinema Award, 77^ Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2020). - nel 2022 «UNA FIMMINA CALABRESE» (Bonfirraro Editore). - nel 2023 «UNA VITA CONTRO LA CAMORRA» (Bonfirraro Editore). - Ha collaborato con CANAL+ per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014. Premio "Giorgio Mazzanti", San Salvo, 31 luglio 2025. Premio giornalistico letterario "Piersanti Mattarella", Roma, 30 novembre 2024. Premio Adriatico, «Un mare che unisce», Giornalista molisano dell’anno, Guardiagrele (Chieti), dicembre 2019. Premio Valarioti-Impastato, Rosarno (RC), maggio 2022. Premio Carlo Alberto Dalla Chiesa, San Pietro Apostolo (Catanzaro), agosto 2022. FONDATORE e PRESIDENTE di Dioghenes APS - Associazione Antimafie e Antiusura (dioghenesaps.it) - Ideatore, nel 2022, del Premio nazionale Lea Garofalo (giunto alla IV edizione). - Ideatore, nel 2025, del Premio nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini - www.dioghenesaps.com -- paolodechiara.blog

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Testata giornalistica indipendente e irriverente di informazione ed inchieste. Tribunale di Roma (Aut. n. 11/2023 del 19/01/23) - ROC: 39938 - Organo Antifascista, Antirazzista e Laico (Tutti i diritti sono Riservati) - EDITORE: Dioghenes APS® - Ass. Antimafie e Antiusura - Cod. Fisc./P. Iva: 16847951007 - dioghenesaps@gmail.com - dioghenesaps@pec.it - ​​DIRETTORE: Paolo De Chiara (giornalista professionista, OdG Molise - direttore@wordnews.it - ​​375.6684391). AVVERTENZA: Le collaborazioni esterne si intendono esclusivamente a titolo Volontario e Gratuito. © Copyleft, Se copiato, citare la fonte "WordNews.it"

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