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Baudino: la verità oltre la propaganda

L'intervento, ripreso da Malgradotutto, del giornalista e scrittore alla presentazione del libro "Stato-Mafia La Guerra dei Trent'Anni" a Palermo il 18 luglio.

by Antonino Schilirò
10 Settembre 2026
in Eventi
Reading Time: 18 mins read
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19 luglio 1992: una bomba in via Mariano d’Amelio a Palermo distrugge le vite del giudice Paolo Borsellino e degli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto è stato l’autista Antonio Vullo.

Quest’anno sono stati diversi gli eventi per ricordare la strage e ricordare pubblicamente che ancora non si sa chi realmente abbia voluto questa strage e la sua accelerazione. E’ stata condannata la manovalanza mafiosa, con in testa i fratelli Graviano, ma ancora nulla su quegli ambienti esterni che, pure secondo i collaboratori di giustizia, erano presenti.

Il 18 luglio di quest’anno, a Palermo, è stato presentato il libro “Stato-Mafia. La Guerra dei Trent’Anni” scritto dal giornalista Stefano Baudino e dal documentarista Heiner Koenig. Tra i relatori era presente il co-autore, giornalista e scrittore, Stefano Baudino, che inizia il suo intervento con i ringraziamenti:

“Allora, grazie innanzitutto davvero di essere qua. Io mi sto guardando attorno, e ve lo dico in maniera molto spontanea vedo tanti amici, vedo tante, diciamo, entità che raggruppano persone che io stimo infinitamente.

Abbiamo pezzi pregiati del reparto scorte di Palermo abbiamo pezzi importanti del coordinamento dei familiari delle vittime di mafia e terrorismo abbiamo un gigante della magistratura come il dottor Lo Forte tra il pubblico, e io chiederei di fare un applauso E dietro al tavolino altri due pezzi pregiati della magistratura che ci hanno fatto l’onore di essere qua e che hanno, ve lo dico sinceramente, risposto sì immediatamente al nostro appello e non è scontato.”

Successivamente, rispondendo alla domanda che gli è stata posta, risponde su come è nato questo libro e perché:

“Da un lato siamo consapevoli, è stato un lavoro che evidentemente qualche riscontro importante ce l’ho avuto, un lavoro che, rispondo alla tua domanda, parte da molto lontano ed è innanzitutto un lavoro di metodo è un lavoro che vede nello studio maniacale dei documenti e poi nella traduzione in italiano molto spesso il suo fulcro. La guerra dei trent’anni: il concetto di battaglia, il concetto di fazioni. Oggi noi siamo immersi in una guerra di bandiere che dovrebbe avere come obiettivo la ricerca della verità, invece molto spesso ha come obiettivo l’azzuffarsi continuativamente giorno per giorno e far valere il muscolo più forte. Ecco perché il metodo perché noi possiamo propagandare qualsiasi tipo di tesi ma, nella misura in cui ideologicamente noi mettiamo i documenti soprattutto davanti a tutto, e poi spiegare le cose diventa molto più facile e molto più lineare e sia anche molto più inattaccabile anche se in Italia bisogna sempre guardarsi le spalle per determinati poteri che si sono mossi dietro non soltanto dietro le stragi e la trattativa ma anche dietro la contro narrazione che si è fatta in questi decenni. Questo è il grande problema.

Perché la guerra dei trent’anni? Perché noi solitamente i libri di mafia finiscono con le stragi, un po’ come le fiction. Le fiction sulla vita di Borsellino, le fiction sulla vita di Falcone, le fiction sulle scorte finiscono con le bombe. Noi abbiamo fatto partire il libro dalle bombe, cioè che cos’è accaduto un minuto dopo e da quel minuto dopo fino ad oggi? E abbiamo cercato di ricostruirlo in maniera organica. Vi faccio soltanto degli esempi.

Ecco, vi faccio solo un piccolissimo preambolo prima dell’intervento. Ovviamente avendo due giganti della magistratura, io ed Heiner non ci mettiamo qua a fare i magistrati o a spiegare le indagini perché risulterebbe diciamo grottesco, però io sono un giornalista e proprio per il fatto che la deontologia giornalistica sta alla base di questo lavoro, poi qualcuno potrà dirmi l’hai fatto bene o l’hai fatto male sono punti di vista. Io penso che un viaggio nel gigantesco e deleterio percorso oliato, scientifico, di fake news che sono state sottoposte all’opinione pubblica rispetto a questi temi andrebbe fatto e andrebbe anche capito a chi giova questo gioco, a chi ha giovato nel corso dei decenni.”

Poi inizi ad entrare nel merito del libro e di fatti specifici iniziando dal processo a carico di Giulio Andreotti:

“Partiamo da una data, Ottobre 2004, finisce il cosiddetto processo del secolo, abbiamo un capitolo in questo libro che vede imputato Giulio Andreotti, quindi il simbolo diciamo della prima repubblica, del principale partito della prima repubblica della Democrazia Cristiana e come sapete è diciamo il punto di riferimento di quella fazione che qua a Palermo qualche piccolo racconto coni soliti noti ce lo aveva, ce lo ha avuto, questo ce l’hanno testato i processi. La corte di Cassazione dichiara di non doversi procedere nei confronti di Andreotti in ordine al reato di associazione a delinquere a lui ascritto commesso fino alla primavera del1980 per essere lo stesso reato estinto per prescrizione. Io ho una picco laurea, una triennale di giurisprudenza ma credo che anche chi non ha mai aperto un libro di diritto capisce che cosa vogliono dire queste tre righe: reato commesso ma prescritto. Lui quelle cose le ha fatte ma è passato troppo tempo e quindi di fatto c’è la prescrizione e la Cassazione si pronuncia. E qual è il problema? Che l’avvocatessa di Andreotti, lo ricorderete questo è un episodio abbastanza emblematico proprio a margine della pronuncia chiama il suo assistito, Giulia Buongiorno, e dice assolto assolto assolto. In realtà avrebbe dovuto dire, lo scriviamo noi libro, prescritto prescritto prescritto. E invece qual è il grande problema in un paese normale con una separazione del potere politico da quello mediatico, avrebbe dovuto avere un giornalista che smentisce la stronzata che ha appena detto Giulia Buongiorno, scusate il francese, no. Il mainstream giornalistico, il mainstream, noi oggi parliamo di fake news online, il mainstream giornalistico, l’ufficiale, quelli dei giornali autorevoli di fatto l’ufficio stampa di Andreotti e del suo legale. ‘La Cassazione: Andreotti non è mafioso’, Il Giornale. ‘Mafia: definitiva l’assoluzione di Andreotti’, Corriere della Sera. ‘La Cassazione assolve Andreotti: non è mafioso’, La Stampa. ‘Mafia: la Cassazione conferma l’appello. Andreotti innocente’, Il Sole 24 Ore. Tra l’altro ho tolto un esempio, ho tolto uno di quelli, non vi ho fatto neanche gli esempi dei giornali più berlusconiani che oggi vediamo di nuovo all’opera da questo punto di vista per contro narrare la realtà. Sono pure giornali, voglio dire, di sistema, anche tendenzialmente progressisti alcuni, no. Cosa si diceva nella sentenza Andreotti? Che Giulio Andreotti ha coltivato amichevoli relazioni con i boss, li ha incontrati, ha interagito con essi, ha loro indicato un comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione del delitto Mattarella, ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio Mattarella, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione col sodalizio criminale, ha recato allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi. I fatti indicano una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. Il processo Andreotti e la contro narrazione sulla sentenza definitiva a carico di Andreotti è stato forse il primo grande esempio di fake news portati avanti in pompa magna e con il disorientamento totale dell’opinione pubblica.

Passano tre anni e la Cassazione, sempre dopo un lavoro incredibilmente virtuoso della procura retta da Gian Carlo Caselli che ha firmato la prefazione del nostro libro anche qua con una disponibilità nei nostri confronti incredibile perché questo libro l’ha detto anche lui pubblicamente è nato di fatto tra le quattro mura di casa Caselli perché è stato quasi un terzo autore e voglio dire avercene di terzi autori così che vogliono soltanto inserire il loro nome in piccolo nella prefazione, è stato molto di più.”

E’ passato poi al processo a carico di Bruno Contrada:

“La Cassazione nel 2007 mette il timbro su un’altra condanna definitiva, dieci anni, per concorso esterno d’associazione mafiosa, questa volta a carico di Bruno Contrada che quando fu arrestato nel ’92 era di fatto il numero due dei servizi segreti, la persona che Giovanni Falcone raccontò ai suoi stretti collaboratori e anche a un giornalista, Saverio Lodato che poi lo riferirai in aula, essere a parere il Falcone quella famosa o una delle famose menti raffinatissime dietro al fallito attentato all’Addaura. Una persona, questo lo dicono le testimonianze dei familiari di Paolo Borsellino, che una volta appare la figura di Contrada nella televisione di casa Borsellino, un ospite di casa Borsellino chiede a Paolo Borsellino ma quello lì cosa ne pensa di Bruno Contrada? E Borsellino dice, quel nome qua dentro non deve essere fatto.

Questa persona viene condannata a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, i giudici accertano che sia una persona disponibile nei confronti di Cosa Nostra, che pone in essere specifiche condotte di favoritismo nei confronti di esponenti di Cosa Nostra, che si impegnò ad agevolare la latitanza anche di soggetti in stretti rapporti con la mafia, interferendo in indagini giudiziarie attivanti ai fatti di mafia per deviare il corso e comunicare le notizie utili agli uomini di Cosa Nostra. L’avvocato di Contrada, subito dopo la condanna della Cassazione, Giuseppe Lipera, mandò all’allora capo dello Stato una supplica, una supplica, dato che parliamo di grazie tornata mediatica questa parola, con la finalità di spronarlo a concedere appunto la grazia al suo assistito. La mandò a Giorgio Napolitano, l’allora capo dello Stato.

E sono varie le voci che si levano a favore di Bruno Contrada, anche qua un campo molto largo, politicamente parlando. Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore di Forza Italia, vecchio piduista. Gianfranco Rotondi, segretario della DC per le autonomie. Marco Pannella, leader radicale. Vittorio Sgarbi, critico d’arte e purtroppo tanto altro. Addirittura Berlusconi, c’è un virgolettato che noi inseriamo nel libro, Berlusconi, non si può pensare a chi è stato condannato per gli accusi di chi ha contribuito a fare arrestare un servitore dello Stato, possa essere dimenticato e trattato in questo modo, qualcosa che francamente non si può accettare.

Lo davano per moribondo, bisognava dargli la grazia perché era un passo veramente dal perire tra le celle, tra le quattro mura della galera in cui era stato rinchiuso. Andate su Wikipedia e andate a guardare quando è morto Bruno Contrada, siamo all’inizio del 2026, di quest’anno, era moribondo fino a un certo punto. Vent’anni di condizioni pietose, chissà veramente in che stato era quando è mancato.  Sta di fatto che nel 2017 la CEDU condanna l’Italia a esercire Contrada perché, afferma la CEDU, qua bisognerebbe aprire un capitolo che non apriremo oggi ma lo apriamo nel libro, perché il reato di concorso esterno in mafia non sarebbe stato codificato e sufficientemente chiaro e prevedibile quando Contrada mise in essere le condotte che gli furono contestate.

La sentenza non entra nel merito delle condotte, cioè quelle condotte, quello che vi ho spiegato prima, è stato assolutamente confermato, è un discorso formale, il formalismo astratto l’ha chiamato Gian Carlo Caselli nel libro ‘La verità sul processo Andreotti’. Però i giornali sfruttano questa contingenza. Il Giornale, ‘Contrada innocente: annullata la condanna ma lui l’ha già scontata’, come a dire dobbiamo rimettere in libertà un innocente e esercirlo con fior di milioni.

Il Foglio, ‘Contrada: uno scandalo della giustizia italiana’. Il Riformista, Bruno Contrada non va risarcito, condannato e incarcerato ingiustamente’. Il reato di concorso esterno, dice Il Riformista, è una categoria dello spirito, loro li vorrebbero vedere tutti liberi quelli che concorrono esternamente al sostentamento della mafia, forse perché sono i loro amici. Contrada non andava arrestato, non andava processato, non andava condannato.” 

Abbiamo riportato solo metà del suo intervento. La restante parte degli argomenti toccati dal giornalista, dove continua a parlare anche del ruolo del giornalismo in Italia, si possono recuperare nel video allegato.
foto copertina di Antonino Schilirò

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Antonino Schilirò

Appassionato di politica e lotta alle mafie conduco, insieme al giornalista Giuseppe Notaro, la rubrica online sui social "Informazione Antimafia". Responsabile comunicazione dell'associazione Dioghenes Aps, con sede distaccata aperta a Maletto (CT). Inviato dell'emittente televisiva siciliana Telemistretta Collaboratore del giornale online della Generazione Z progressista.io

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