Il coraggio di Denise
«Ogni parola che non imparate oggi
è un calcio nel culo che prenderete domani».don Lorenzo Milani
Santina Miletta, la madre di Lea Garofalo, è orgogliosa di sua nipote Denise. «Ha fatto bene a denunciare suo padre, ha avuto un grande coraggio. Da ammirare, ha saputo agire».
Denise è una donna coraggiosa, non si è fatta intimidire dai parenti, dal padre e dai suoi fratelli. Nemmeno dal suo ex “fidanzatino” Carmine Venturino, condannato all’ergastolo, in primo grado, per l’omicidio di sua madre.
Lo ha detto chiaramente: «Chi ha ucciso mia madre deve pagare, solo allora mi sentirò libera per ricominciare».
Anche Denise, come sua madre, è nata in un ambiente criminale. Suo padre è un appartenente della ‘ndrangheta calabrese, che fa affari e opera al Nord. È la nipote di Giuseppe e Vito Cosco. Sin da piccola ha condiviso con sua madre le tante difficoltà di una vita difficile, fatta di spostamenti, di privazioni, di anonimato. Sempre in giro per l’Italia, ha cambiato diverse scuole. Nuovi amici, sempre diversi. Ha conosciuto la ‘ndrangheta, non ha avuto un’infanzia felice. Sua madre ha sempre fatto di tutto per tenerla lontana da questo ambiente schifoso.
Denise ha conosciuto anche il programma di protezione, ha cambiato il suo nome. Ne parla in udienza: «I miei documenti li teneva Lea e lei mi diceva di utilizzare questi nomi. Quando si è nel programma di protezione ci sono delle persone che provvedono all’iscrizione a scuola e a tutto il resto».
Il suo nome era “Sara”, sua madre “Alessandra De Rossi”. Lea ha tentato anche di cambiare realmente il cognome di sua figlia. Non c’è riuscita.
Denise è lo scudo vitale che dura sino al 24 novembre 2009. «Si sentiva sicura solo se c’ero io. Diceva che con me non le sarebbe successo niente. Ho sbagliato a lasciarla sola».
Denise non ha nessuna colpa, non poteva immaginare tanta brutalità.
Affronta le stesse difficoltà di sua madre. I sette anni di protezione, il programma, gli spostamenti. Una vita difficile, una vita passata a nascondersi. Per un futuro diverso, per un futuro migliore. Da passare insieme, magari all’estero, in Australia.
Questo era il sogno di Lea per sua figlia: Denise doveva studiare e cominciare una nuova vita. Dopo la lunga clandestinità è alto il senso di smarrimento e di sfiducia di sua madre.
Le sue dichiarazioni non sono servite a niente, nessun processo si è aperto con le sue testimonianze, con la sua collaborazione. «Negli ultimi tempi mia madre dormiva con un coltello vicino al letto temendo dovesse succedere qualcosa».
Denise è testimone del tentativo di sequestro di Campobasso del 5 maggio 2009. Grazie al suo intervento, il piano criminale salta e viene rinviato. Per i giudici, «è coinvolta a tutti i livelli, conosce tutti gli imputati, è la figlia di Carlo, nipote di Giuseppe e Vito, è stata sentimentalmente legata a Carmine Venturino ed è cugina di Curcio Rosario, l’unico nei cui confronti è indifferente è Massimo Sabatino». Il falso idraulico preso a calci e pugni nella casa di via Sant’Antonio Abate in Molise.
«Loro scherzavano e io stavo male»
L’episodio lo racconta Denise durante il processo di Milano. Lea è morta da poco e Denise è convinta che il padre sia il responsabile dell’omicidio. Il suo convincimento matura con il passare del tempo. È prigioniera di un’assurda situazione: dopo due giorni dalla scomparsa della madre, accompagna il padre a Reggio Emilia dal suo amico Rosario Costanzo. Non può rifiutarsi. «Mio padre mi ha portato in Calabria, a Petilia, con noi il viaggio l’ha fatto mio zio Cosco Massimo sulla sua auto ed un conoscente di mio padre, di nome Diego. Durante il viaggio io stavo male, mentre invece gli altri erano felici, contenti, sorridevano, scherzavano, anche mio padre». Denise rimane colpita dal comportamento del padre.
In Calabria va a stare a casa di sua zia Marisa. Rifiuta la proposta di andare da sua nonna. È come sua madre, non abbassa facilmente la testa. «Ho fatto finta di niente, come ho fatto finta di niente l’anno successivo». In suo onore Carlo Cosco organizza una festa, «invitando tutto il paese», per il diciottesimo anno di età, «ma io gli avevo detto che non avevo niente da festeggiare. Lui aveva invitato i miei amici e la festa si era svolta senza che io ci fossi. Io non sono andata perché era scomparsa mia madre».
Sino al febbraio del 2010, sino all’arresto, passa molto tempo con suo padre. «Io sapevo, lo avevo capito dalla sera stessa, ma cosa avrei dovuto fare? Non volevo fare la stessa fine di mia madre». I due parlano spesso di Lea, «lui mi diceva che mia madre se ne era andata da sola e mi aveva lasciata sola, io dicevo a mio padre che questo era impossibile, ma non insistevo». Va a trovarlo in carcere.
Un incontro viene registrato dagli inquirenti. Ne parla il procuratore della D.D.A. di Campobasso, Armando D’Alterio. Durante il colloquio con il detenuto Denise si alza e si va a mettere faccia contro il muro. Un chiaro segnale. Non vuole nemmeno più vedere la faccia di suo padre. «Dopo l’omicidio della mamma, Denise andava a trovare il padre in carcere perché non voleva rinunciare al tentativo di esplorare se stessa. Il padre le parla con una freddezza glaciale, preoccupato di capire “che cosa rischio con questa ragazza, devo ammazzare pure lei?”. La guardava con grandissima freddezza e con grandissimo distacco. La ragazza non faceva che piangere tutto il tempo, perché evidentemente si sentiva lacerata: l’affetto per la madre, la necessità di essere fedele alla figura del padre. Alla fine non ce la fa più. Dopo mezz’ora di lacrimazione continua, si alza e si mette faccia al muro».
Carlo Cosco capisce che deve temere il coraggio di sua figlia.
«Quella faccia di cazzo in carcere»
Denise vuole rompere i rapporti con suo padre. Nell’aprile del 2010 si allontana da Petilia. Il comportamento della giovane ragazza insospettisce i Cosco. Temono una sua reazione pericolosa, ritornano le vecchie paure. Sospettano che Denise voglia entrare nel programma di protezione per collaborare con la giustizia. Iniziano le pressioni sulla famiglia della zia Marisa.
Vito Cosco minaccia Carlo, lo zio di Denise; il clan vuole sapere dove si trova la ragazza. Marisa Garofalo chiama al telefono la nipote e le racconta delle minacce. Denise si mostra infastidita, non vuole sapere più nulla di «questi stronzi».
Spiega alla zia: «Ma che devo fare, così fanno fuori pure a me. Devo stare zitta e basta, perché loro questo temono, non gliene frega niente di come sto io». Le due donne ragionano, spiegano le loro posizioni. Denise non ha ancora deciso se andrà a trovare «quella faccia di cazzo in carcere». Chiede dei suoi amici, di “Pillera”.
La sorella della madre le consiglia di dire di trovarsi da un’amica a Campobasso.
Il primo avvertimento non è servito a nulla. Il 23 aprile la situazione peggiora. Marisa richiama la nipote, il tono questa volta è preoccupato. È arrivata un’altra minaccia dai Cosco. «Entro oggi prendi il treno e tornatene perché qua, tuo zio, sta facendo problemi. Stamattina ha fermato a zio Carlo, che ti viene a prendere dove ti trovi. Che, entro domani, devi essere qua. Dicono che ti vogliono parlare e poi dove te ne vuoi andare, potrai farlo. Vedi tu. Altrimenti, han detto, che ti vengono a prendere loro». Denise è preoccupata, chiede dello zio Carlo. «Questa mattina lo han fermato e gli hanno detto che ha sbagliato a non dirgli nulla, sin dal primo momento e gli hanno detto: “vedi di andarla a prendere che, entro domani, la vogliamo qua”. A noi toglici da questo pasticcio adesso».
“Quella faccia di cazzo” di Carlo Cosco ha paura, teme che Denise possa rivelare particolari compromettenti. Già nel novembre del 2009 fa di tutto per avere dai carabinieri il verbale delle dichiarazioni di sua figlia. Non si fida. La scomparsa dall’abitazione della zia fa ritornare le vecchie preoccupazioni. Nemmeno la morte di Lea ha cancellato certi timori.
La parabola per i Cosco è in fase discendente. Hanno perso il dominio criminale nel peggiore dei modi e per colpa di due fimmine: Lea Garofalo e Denise. «Chi ha ucciso mia madre deve pagare». Denise pretende giustizia per sua madre.
«L’esempio di Lea Garofalo è straordinario. È l’esempio di come l’intransigenza non significhi negazione degli affetti familiari. La figlia di Lea, Denise, è arrivata a collaborare accusando il padre. Affrontando un percorso di grandissima sofferenza, che sta a dimostrare quanto questa ragazza sia ammirevole nell’essere arrivata a fare queste accuse. A dire: “mio padre ha ammazzato mia madre”. Questa è la dimostrazione che l’intransigenza, il rigore non significhi affermare un modello sociale irraggiungibile e disumano, perché proprio Denise è arrivata alla decisione di collaborare attraverso un travaglio straordinario».
Queste le parole utilizzate dal Procuratore della D.D.A. di Campobasso Armando D’Alterio, il 19 aprile 2012, durante un incontro con degli studenti molisani.
Denise ha fatto il suo dovere. Lo ha fatto come figlia quando la madre era in vita e lo ha fatto ancora di più quando Lea è stata uccisa.
Dopo la scomparsa di sua madre, ha raccontato tutto quello che sapeva ai carabinieri. Durante il processo, non si è lasciata intimidire dalla presenza nelle gabbie di suo padre e dei suoi parenti. Ha testimoniato contro la sua famiglia, ha dimostrato il suo coraggio.
Ha vinto la sua battaglia. È una giovane donna battagliera: «Non voglio nascondermi. Non siamo noi testimoni a dovere essere protetti. Noi abbiamo fatto solo il nostro dovere. Sono loro, gli uomini e le donne della ‘ndrangheta, a doversi nascondere e a essere fermati».
E per i testimoni di giustizia molto si può e si deve fare.
È diventata un esempio: come Lea, ha rotto gli schemi della ‘ndrangheta. Non ha ceduto, ha subìto e si è ribellata. Lea e Denise hanno dimostrato a tutti che è possibile contrastare le mafie con i fatti. Gli esempi di tante persone che hanno avuto la forza e il coraggio di ribellarsi devono sensibilizzare le nostre coscienze. La presenza delle schifose organizzazioni malavitose, la presenza asfissiante delle mafie non riguarda solo gli abitanti di un determinato territorio. Non è una guerra di pochi. Solo con l’impegno di tutti è possibile raggiungere il risultato finale, rincorso e annunciato da troppi anni con scarso successo. Ognuno di noi può e deve fare la sua parte, senza aspettare l’esempio di altri martiri.
«Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi», scriveva Bertolt Brecht. Non servono gli “eroi” per vincere questa guerra. Sono necessari cittadini onesti e consapevoli.
Per lottare, con fermezza, con coraggio. Fino alla fine, costi quel che costi.
Denise è morta a 35 anni. Possiamo chiamarlo soltanto suicidio?




