Ieri abbiamo scritto della morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, ponendo una domanda: «Denise è morta a 35 anni: possiamo chiamarlo soltanto suicidio?»
Non abbiamo messo in discussione le notizie ufficiali, non abbiamo nemmeno costruito ipotesi. Abbiamo, però, cercato di guardare oltre la fredda definizione di un gesto estremo. Abbiamo ricordato l’assassinio della madre, il tradimento del padre. La distruzione del corpo di Lea. Le minacce, la protezione. Una nuova identità. La necessità di scomparire per continuare a vivere. Oggi torniamo su questa storia attraverso un documento del 12 aprile 2013, registrato durante il processo d’appello per l’omicidio di Lea Garofalo.
In quel filmato c’è una frase che, alla luce della morte di Denise, risuona come un colpo di frusta:
«Dovevamo ammazzare anche Denise Cosco».

Denise era stata condannata a morte
A parlare davanti ai giudici è Carmine Venturino, attuale collaboratore di giustizia (dal secondo grado di giudizio; nel primo verrà condannato all’ergastolo – per la morte di Lea – insieme ad altri 5 assassini), condannato per aver partecipato all’omicidio e alla distruzione del corpo di Lea Garofalo.
Venturino era stato anche il fidanzatino di Denise. Durante la sua deposizione raccontò che Carlo Cosco, padre di Denise e mandante dell’assassinio di Lea, aveva preso in considerazione anche l’eliminazione della figlia. Denise era diventata pericolosa. Secondo le cronache giudiziarie dell’epoca, Carlo Cosco avrebbe detto: «Se sono vere queste dichiarazioni che sta facendo, fate quello che dovete fare». Nel linguaggio mafioso non servivano e non servono altre spiegazioni.

Le parole di Venturino
Carmine Venturino spiegò che l’omicidio di Lea non sarebbe stato soltanto una decisione personale di Carlo Cosco, ma un delitto maturato all’interno della ’ndrangheta. Lea aveva abbandonato il compagno mentre era detenuto. Lo aveva fatto passare per ciò che era (e che ancora è): un “guappo di cartone”. Anche i suoi amici detenuti lo sfottevano. Addirittura cercò di farsi trasferire per evitare la “vergogna”.
Aveva scelto di “collaborare” con la giustizia, da testimone di giustizia (oggi è, ancora, inserita tra i collaboratori di giustizia). Per la cultura mafiosa una disobbedienza da punire, con la morte.
Lea doveva essere cancellata. E, secondo il collaboratore, anche Denise rischiava di subire la stessa sorte perché aveva scelto il coraggio di denunciare.
Il riconoscimento dei gioielli di Lea
Nel filmato compare anche Denise. È in aula, protetta, chiamata a riconoscere alcuni gioielli bruciati rinvenuti insieme ai resti della madre. Le vengono mostrati quegli oggetti anneriti dal fuoco. «Sì, sono questi. Adesso sono sicura che sono questi».
Non sappiamo cosa sia accaduto negli ultimi giorni di Denise. Non conosciamo fino in fondo le sue sofferenze, le sue paure, le sue ferite. Ma non possiamo cancellare il contesto. Non possiamo dimenticare il “riavvicinamento” con suo padre, i loro incontri.
La nostra domanda posta ieri resta aperta: possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
Chi protegge i testimoni dopo i processi?
Denise aveva contribuito in maniera decisiva a far condannare gli assassini di sua madre. Aveva scelto lo Stato contro la propria famiglia mafiosa. Ora lo Stato e la società hanno il dovere di domandarsi se quella ragazza sia stata davvero protetta. Abbiamo riproposto le dichiarazioni rese da Carmine Venturino durante il processo d’appello perché quelle parole non vengano sepolte.
E per evitare che Denise diventi l’ennesima vittima dimenticata di una storia scritta dalla ’ndrangheta.
Denise è morta a 35 anni. Possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
Denise, Tita e Maria Concetta: quando la parola “suicidio” non basta
La storia di Denise riporta alla memoria altre due donne calabresi: Santa “Tita” Buccafusca e Maria Concetta Cacciola.
Tita Buccafusca, moglie di Pantaleone Mancuso, nel marzo del 2011 si presentò ai carabinieri con il figlio ancora piccolo. Voleva raccontare quello che sapeva e abbandonare definitivamente la famiglia mafiosa. Fece mettere a verbale una terribile previsione: i Mancuso avrebbero cercato di farla passare per pazza per delegittimare la sua scelta. Tita non completò il percorso di collaborazione. Tornò a casa e, poche settimane dopo, morì. Aveva 37 anni. La sua morte venne inizialmente presentata come un suicidio. Nel 2016 la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro aprì un’inchiesta per omicidio.
Pochi mesi dopo, il 20 agosto 2011, morì Maria Concetta Cacciola.
Aveva 31 anni, tre figli e proveniva da una famiglia legata alla cosca Bellocco di Rosarno. Aveva iniziato a parlare con i magistrati, era stata trasferita in una località protetta, ma decise di tornare in Calabria per i figli rimasti con i familiari, dopo diverse minacce (soprattutto da parte della madre).
Ricatti, intimidazioni e pressioni, per ritrattare le accuse. Dieci giorni dopo il ritorno a Rosarno venne trovata in fin di vita. Anche la sua morte fu inizialmente indicata come “suicidio”. Genitori, fratello e due avvocati finirono al centro dell’inchiesta per le pressioni esercitate sulla donna. Venne “suicidata” con l’acido muriatico.
Tita Buccafusca, Maria Concetta Cacciola e Denise Cosco.
Tre donne. Tre madri. Tre vite schiacciate. Non possiamo affermare che la morte di Denise sia stata provocata direttamente dalla ’ndrangheta. Non abbiamo elementi per farlo. Ma possiamo e dobbiamo ricordare che la violenza mafiosa non termina quando finisce un processo.
Come tuteliamo le persone che hanno il coraggio di ribellarsi alle mafie quando le telecamere si spengono, i processi finiscono e la memoria pubblica si trasforma in celebrazione?

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