Si preparano a calare le saracinesche sul campionato di calcio di Serie A 2019/2020, ripartito dopo mesi di polemiche, schermaglie e scontri tutt’altro che edificanti con presidenti di Serie A improvvisatisi virologi, prima per non far fermare e poi per far ripartire il prima possibile il dorato mondo del calcio.
Quel mondo che attraversa tutta la società, rito della modernità italica quanto e forse più di una religione, capace di scatenare fenomeni sociali sui quali sono stati scritti chilometri di libri, ma che alla fine si auto-eleva in un Olimpo distaccato dal resto del mondo. L’abbiamo già raccontato ormai due mesi fa: nelle settimane più buie e drammatiche i palazzi del calcio hanno persino bussato al governo chiedendo finanziamenti, agevolazioni e possibilità di sponsorizzarsi con le scommesse (ludopatia, questa sconosciuta).
Urlavano al disastro finanziario in arrivo, alla crisi economica totale e ai bilanci a rischio. Non certo per crisi economiche mondiali, emergenze o chissà quale fato avverso ma per ben precise responsabilità. Di chi? E’ facile da indovinare.
Erano le settimane in cui milioni di italiani cadevano nel precipizio più disperato, tra lavoro azzerato (e quindi nessuna entrata in famiglie che già prima avevano difficoltà ad arrivare a fine mese), lutti e drammi continui, incertezze sulla cassa integrazione (unica misera speranza a cui aggrapparsi come naufraghi ad uno scoglio) e tanto altro. Pronti, via, ripartita la giostra e i milioni sono tornati a schizzare in alto tra ingaggi promessi o confermati a 6 zeri, trattative per la compravendita dei cartellini – no, non esiste nessuna società che acquista un calciatore, anche se il linguaggio giornalistico e degli «addetti ai lavori» che un lavoro vero e faticoso non l’hanno mai conosciuto afferma il contrario – diritti televisivi e sponsorizzazioni da sogno.
La Serie A sta chiudendo i battenti con un’altra, la nona (Beethoven perdoni eupalla) consecutiva, della Juventus di Andrea Agnelli. Una conclusione nella quale, con meno enfasi di anni precedenti e molto più silenzio, si è innestata la trita, ritrita e stantìa domanda che non fa dormire la notte a chi ha perso il lavoro, a chi è costretto alle peggiori condizioni possibili, a chi ha perso i propri cari, a chi con le malattie più gravi possibili convive anche da prima della pandemia, a chi quotidianamente affolla le mense dei poveri, alle donne, bambine e uomini sfruttati, a chi non sa neanche se avrà un domani: quanti sono gli scudi dei bianconeri?
I tribunali del calcio lo hanno acclarato da tempo, si può discuterne o meno, esprimere quel che si vuole, ma i fatti sono quelli: il nome della «Vecchia Signora» è riportato nell’albo d’oro 36 volte.
Per Agnelli e i suoi dipendenti restano sempre 38, Calciopoli a quanto pare non è mai stato dimenticato e archiviato.
Eppure il mese di luglio 2020, il mese conclusosi con il nono scudetto consecutivo, si era aperto con una notizia di ben altro tenore e che stride con questa persistente attualità di Calciopoli: la promozione da parte della società bianconera di un corso di formazione professionale per i «dipendenti giornalisti» sul tema del «diritto all’oblio» per la Juventus stessa nell’inchiesta Calciopoli.
A cavallo tra la vittoria scudetto e l’ultima giornata è arrivata poi la conclusione dell’udienza preliminare a Torino dell’inchiesta «Last banner», che ha visto pesantemente coinvolta la curva ultras del club. Seconda inchiesta in due anni su cui ricostruzioni accurate sono arrivate dalle inchieste di Report e di Federico Ruffo (che dopo la puntata della trasmissione sulla prima inchiesta subì un attentato intimidatorio in stile mafioso) e che andrebbero riascoltate e studiate attentamente per comprendere tutta la dimensione, le responsabilità e i contesti. Il passato può essere dimenticato, archiviato, rimosso (l’Italia è maestra in questo) ma il presente come si può?





