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Trattativa Stato-mafia, la difesa di Dell’Utri e la fabbrica delle narrazioni

by Serena Verrecchia
17 Luglio 2021
in Speciale Trattative
Reading Time: 6 mins read
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“Questo processo è il peggior prodotto del nostro sistema democratico”, lo ha detto l'avvocato Francesco Centonze, legale di Marcello Dell'Utri, a proposito del processo sulla Trattativa Stato-mafia. L'arringa dell'avvocato ha voluto interrogarsi sul cuore del processo e sull'“eterno ritorno dell'uguale”. Secondo la difesa Dell'Utri, assente per motivi di salute, in 25 anni sono state fatte ricostruzioni diverse su un periodo storico molto limitato, i sette mesi nei quali Silvio Berlusconi è stato Presidente del Consiglio nel 1994.

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La “fabbrica delle narrazioni” l'ha definita l'avvocato Centonze, per il quale l'unica domanda da porsi è la seguente: Marcello Dell'Utri ha trasmesso la minaccia a Silvio Berlusconi, ponendosi dalla parte della mafia e tentando di estorcere qualcosa allo stesso Presidente del Consiglio? Perché la percezione della minaccia deve per forza di cose essersi tradotta in una coartazione. La minaccia era stragista e come tale doveva essere trasmessa e recepita dalla controparte, ma per la difesa non ci sono prove della sua trasmissione da Dell'Utri a Berlusconi. 

La sentenza di primo grado ha condannato l'ex senatore di Forza Italia a 12 anni di reclusione per aver rinnovato la minaccia allo Stato nei confronti del governo Berlusconi, in quella che potrebbe essere definita la seconda fase della trattativa, quando già Riina e Vito Ciancimino erano fuori dai giochi.

Dell'Utri era già stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, con una sentenza che sottolineava come, dal 1974 al 1992, l'ex senatore fosse stato il garante di un accordo tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra. Ma la difesa usa quella sentenza per spiegare l'eterno ritorno dell'uguale – “si torna sempre al concorso esterno” – facendo riferimento alla parte che lo assolve per i fatti dal 1992 in poi. Il lessico della Corte di primo grado, per l'avvocato Centonze, non è assolutamente chiaro. Troppo approssimativo, poco preciso. Bisogna “decidere alla luce delle prove, alla luce di ciò che chi vi ha preceduto ha già fatto, guardare a ciò che c'è in questi fascicoli, solo questo. Separate il vostro intimo coinvolgimento dalle prove. La responsabilità è oltre ogni ragionevole dubbio, nient'altro”. 

“Non è dimostrato in alcun modo, da nessuno, che dal versante governativo, nel corso di questi 25 anni di processi, ci sia stato un solo provvedimento legislativo, una norma, un codicillo varato dal governo Berlusconi favorevole a Cosa nostra”. Del decreto Biondi “se ne parla da 15 anni” e secondo la difesa non vi sarebbe nulla di anomalo, anzi sarebbe stato perfettamente in linea con il sentimento garantista di Forza Italia e di quel governo. Il decreto, tra le altre cose, interveniva su custodia cautelare e arresto preventivo, rendendole di fatto procedure meno automatiche e più complesse da attuare anche per i reati di mafia.

Per la Corte di primo grado quell'intervento legislativo, che suscitò l'ira dell'allora ministro Roberto Maroni – “mi sono sentito imbrogliato” – , è la prova che il governo fosse a conoscenza delle richieste insite nella minaccia di Cosa nostra e che cercasse in qualche modo di venire incontro a quelle stesse richieste. Per la difesa, il decreto Biondi non rappresenterebbe invece una prova decisiva. “Ci sono stati 25 anni di fake news sui provvedimenti che avrebbero favorito la mafia”.

I collaboratori di giustizia sarebbero tutti “inattendibili”, a partire da Brusca – “ricorda le cose dopo aver letto le sentenze” – per finire a Francesco Squillaci e Salvatore Cucuzza. Pietro Riggio, invece, sarebbe addirittura “un esempio di scuola di inattendibilità”. Anche le parole dell'avvocato Giancarlo Pittelli vengono ridimensionate dalla lettura che ne dà la difesa, per la quale quello sfogo sarebbe “un po' pochino” per provare alcunché. L'ex parlamentare di Forza Italia, leggendo sui giornali le motivazioni della sentenza di primo grado sulla Trattativa Stato-mafia, si lasciò scappare delle parole che hanno ulteriormente acceso l'interesse degli investigatori: “Berlusconi è fottuto… Berlusconi è fottuto…” Perché? 

Ricordiamo che Dell'Utri e Berlusconi risultano inseriti nel registro degli indagati per le stragi del '92-'93, fascicolo riaperto dalla Procura di Firenze dopo le dichiarazioni intercettate in carcere del boss Giuseppe Graviano, che ha parlato anche delle speranze riposte da Cosa nostra nel governo Berlusconi e della conseguente delusione quando i risultati non sarebbero arrivati.

Vengono sminuiti anche i rapporti tra Dell'Utri e Vittorio Mangano – “Mangano è il mio eroe” -, che il senatore continuò a incontrare anche dopo il suo arresto, nel 1990, come dimostrano le sue agende, e con cui sarebbe stato in contatto anche quando Berlusconi era Presidente del Consiglio. Altrimenti come avrebbe fatto il mafioso Salvatore Cucuzza a riferire di alcuni interventi legislativi che non furono mai pubblicizzati e che erano troppo “tecnici” per poter essere compresi da una persona come Cucuzza? Per l'accusa, il fatto che fosse venuto a conoscenza di questi particolari direttamente da Mangano, prova come lo stalliere di Arcore e l'ex senatore continuassero a incontrarsi anche nel '94. Sulla difesa di Dell'Utri si tornerà anche nell'udienza del 20 luglio.

 

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

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