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Il questore Peluso a tutto campo: «Isernia sta morendo piano piano. Vorrei essere ricordato come il questore del fare»

Dalla polizia di prossimità alla movida, dalle truffe agli anziani alla violenza di genere, fino al tema delle infiltrazioni criminali, della videosorveglianza, della legalità e delle stragi del 1992: lunga intervista al questore di Isernia Luigi Peluso.

by Paolo De Chiara
28 Maggio 2026
in Interviste
Reading Time: 25 mins read
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Il questore Peluso a tutto campo: «Isernia sta morendo piano piano. Vorrei essere ricordato come il questore del fare»
Il questore Peluso a tutto campo: «Isernia sta morendo piano piano. Vorrei essere ricordato come il questore del fare»
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Il questore Peluso a tutto campo: «Isernia sta morendo piano piano. Vorrei essere ricordato come il questore del fare»

Il questore della provincia di Isernia, Luigi Peluso, si è insediato nel febbraio 2026. Fin dall’inizio del suo mandato ha posto al centro il tema della polizia di prossimità, intesa come ascolto, presenza, capacità di risposta e rapporto diretto con i cittadini. In questa lunga intervista rilasciata a WordNews.it, il questore Peluso affronta numerosi temi: la sicurezza del territorio, il rapporto tra giovani e regole, gli episodi di violenza, la droga, le truffe agli anziani, la violenza di genere, la videosorveglianza, le criticità del centro storico, le carenze strutturali di alcuni servizi pubblici, le possibili infiltrazioni criminali e il ruolo della cultura della legalità.

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Una conversazione ampia, nella quale il questore offre anche una lettura personale del territorio.

Questore Luigi Peluso, lei si è insediato a Isernia nel febbraio del 2026 mettendo subito al centro il tema della polizia di prossimità. Cosa significa concretamente essere vicini ai cittadini in una provincia come questa?

Guardi, per rispondere a questa domanda non posso fare a meno di rappresentarle quello che il concetto di prossimità può derivare da quella che è un’esperienza personale. La mia esperienza personale è in realtà in città complicate e grosse, quali possono essere Napoli, Bari, per cui ho un concetto di prossimità particolarmente diretto per quanto concerne quelli che sono i rapporti con il cittadino. Prossimità intesa come ascolto, prossimità intesa come comprensione di quelle che sono le esigenze specifiche del cittadino e prossimità intesa come risposta quanto più possibile celere a queste istanze del cittadino. Perché è mia ferma convinzione, io parlo di prossimità anche se a volte gli input che vengono dal centro possono essere di natura un attimino diversa, ma mi fregio di usare questa parola, questi termini e questo percorso in tutta la mia attività professionale, a prescindere quindi da quelle che possono essere le indicazioni di Dipartimento. Dicevo: prossimità intesa soprattutto come risposta, intesa come superamento di tutte quelle condizioni o situazioni che possano generare incertezza, insicurezza nel cittadino e quindi possano contribuire a una convivenza serena e tranquilla da parte del cittadino stesso.

Lei, appunto, arriva da esperienze professionali molto diverse e complesse: Napoli, Scampia, Cosenza, Catanzaro, Bari, il Ministero dell’Interno. Che territorio ha trovato a Isernia?

Personalmente sono molto soddisfatto di quello che ho potuto trovare. Certamente la dimensione dei problemi che ci sono qui a Isernia va commisurata a quella che è non solo la realtà circostante. Dobbiamo quindi parlare di quale tipo, per esempio, di criminalità può incidere sulla serenità, e torniamo al discorso di prossimità, sulla serenità del cittadino, ma anche e soprattutto su quello che è il livello di comprensione, il livello culturale nel quale vai a inserirti. È chiaro che se io devo fare un discorso di prossimità in realtà come Scampia, dove ho lavorato, devo lavorare in modo completamente diverso. Se io devo fare questo tipo di ragionamento nella realtà come quella di Isernia, allora io da un lato sono contento di avere un substrato che già comprende per bene questo tipo di interventi e reagisce per bene a questo tipo di interventi. Ma poi soprattutto quello che ho trovato, e ne sono davvero molto contento, è un’attenzione particolare da parte di tutte le istituzioni, anche quelle sociali, al tema dell’educazione dei giovani, che è oggi come oggi un tema molto importante. Sono stato poi coinvolto qui a Isernia in tantissime iniziative che riguardano l’educazione dei giovani, ma anche e non soltanto il rispetto delle regole, della legalità nella finalità educativa, ma anche e soprattutto la conoscenza di quelle che sono le strutture che circondano i giovani. Conoscere che cos’è la Polizia, che cos’è la Prefettura, che cos’è il Ministero, che cosa fanno le forze dell’ordine è un argomento molto importante perché stimola, mentre invece in altre realtà non c’è questa tendenza.

A proposito di giovani, dottore, in questi mesi la provincia è stata segnata da episodi di violenza giovanile, risse, tensioni nei luoghi di aggregazione. Siamo davanti a casi isolati o a un disagio più profondo?

Sono convinto che alcune di queste situazioni sono collegate a vicende singole, personali, che non possono essere generalizzate e delle quali non se ne può parlare come un problema giovanile. Tuttavia a Isernia, come in tantissime altre realtà, c’è da parte di qualche giovane un po’ più frizzante, un po’ più effervescente, la tendenza appunto ad avere degli atteggiamenti che in alcune circostanze possono essere anche un attimo di prevaricazione verso altri gruppi, verso altri giovani. Diciamo non al livello che si possa parlare di bullismo, non in quel senso, ma nel senso che qualche ragazzo è forse un attimino sopra le righe negli atteggiamenti: “Hai guardato la mia ragazza in modo particolare, non lo dovevi fare”.

E quando si parla di minori coinvolti in episodi violenti, dove finisce la responsabilità individuale e dove comincia quella degli adulti, delle famiglie, della scuola e della società?

Questa è una bella domanda. Innanzitutto noi dobbiamo pensare che, come ho detto prima, almeno per quanto riguarda qui a Isernia c’è una grossa mobilitazione sociale delle strutture. Soprattutto gli insegnanti, le strutture scolastiche sono davvero molto attive in questo campo. Ho la consapevolezza e la prova diretta che c’è anche un buon intervento delle famiglie in senso educativo. E mi spiego anche nello specifico.

Prego.

Come lei sa, qualche tempo fa, parliamo di un paio di mesi fa, si è verificata una rissa in un locale che sta qui a Isernia, che è frequentato in modo particolare da giovani. Ebbene, poiché non era la prima volta che questo locale era interessato a fenomeni di questo tipo, ho applicato l’articolo 100 con la chiusura per un certo periodo di questo locale. Che cosa si è verificato? Che quando il titolare della struttura è andato a riaprire, perché era finito il periodo di chiusura e aveva in programma lo spostamento di una serata con Fabrizio Corona, che è un momento particolarmente aggregante, è successo che le famiglie non hanno mandato i figli. Non ha venduto biglietti. Significa che le famiglie hanno capito che i giovani, nei limiti del possibile, nel rispetto della loro libertà, vanno anche un attimo controllati. Come istituzione la famiglia diventa importante, diventa fondamentale. L’ho detto da quando mi sono insediato, l’ho detto al Prefetto, l’ho detto agli insegnanti, in tutte le occasioni in cui mi è capitato di poter commentare e dare delle personalissime indicazioni su quello che ho trovato qui a Isernia. Qui c’è un maggiore senso di responsabilità. Noi abbiamo avuto un corteo recentemente qui a Isernia sulla sanità pubblica, ma erano quasi tutti giovani. C’è stata una mobilitazione di tutti, di moltissime persone. Quella era la risposta che davano i giovani. I giovani scendevano in piazza per far valere i loro diritti e per far sapere che cosa pensavano al riguardo. Non c’era bisogno che noi andavamo a gestire i servizi di ordine pubblico, perché la manifestazione si è svolta proprio di per sé, in modo correttissimo, semplicissimo. Mi lancio in una riflessione personale, qui c’è molta contraddizione nella gestione del tema della sanità.

In che senso?

Nel senso che ci sta una grossa, chiamiamola diatriba o confusione, tra sanità pubblica e sanità privata. Noi qui, in questa realtà, parliamo e ci battiamo, perché io ne ho parlato personalmente al preside della facoltà a Campobasso, per riportare a Isernia l’Università. Sì, ci sono delle strutture a Pesche, ma sarebbe davvero il top se si riuscisse ad avere l’università di Isernia, con tutte le strutture necessarie vicino. Quindi una struttura che possa fornire agli studenti la possibilità, anche a livello di trasporti, di muoversi in condizioni ottimali e quant’altro. E poi vi vedo da un’altra parte che c’è una forte spinta verso la privatizzazione.

Ma tutto questo lei l’ha notato soltanto in questo territorio o anche in altre realtà?

No, l’ho notato forte in questo territorio. Se addirittura qua si parla di creare un’università privata, dove l’università c’è. Ma cominciamo a migliorare quella che c’è. E poi parliamo di quella privata, che è un di più, importante, bellissimo, fantastico. Ma al cittadino dobbiamo dare quello che gli spetta. Poi, dopo, vediamo come sviluppare altro che è pure importante. E tra l’altro noi lo vediamo anche da tutti questi cartelli che vediamo in giro, ce ne sono moltissimi.

Con le assicurazioni che stanno entrando in campo. Ci servirebbe un’intervista soltanto su questo tema.

Ma questo lo vorrei tanto fare come privato cittadino.

Allora proseguiamo questo nostro percorso. La provincia di Isernia è stata interessata, da anni, anche da operazioni antidroga. La droga si è radicata anche nei piccoli centri?

Il problema della droga, ma più che altro del consumo di sostanze stupefacenti, qui a Isernia esiste. E ritorniamo sempre al discorso dell’attenzione alle problematiche che riguardano i giovani, perché è in quel contesto e in quell’ambito che noi lo vediamo in modo particolare. Tuttavia, se noi lo dobbiamo impostare come si imposta classicamente in termini di polizia giudiziaria, vale a dire esistenza di clan, di gruppi organizzati che svolgono questo tipo di attività, fortunatamente le dico che questo non lo riscontriamo. Riscontriamo una presenza notevole, e questa è la cosa che ci preoccupa in modo particolare negli ultimi tempi, di stranieri regolari che un po’ troppo spesso si recano a Napoli o a Caserta o in realtà vicine per acquistare quella quantità che gli serve per essere poi rivenduta. E viene rivenduta sostanzialmente sempre nelle stesse aree: parliamo della stazione, parliamo della Piazza Rossa, di queste aree. Questo è quello che io rilevo su Isernia. Su Venafro abbiamo una situazione simile, ma un po’ più effervescente, per i confini. Anche se devo dire la verità, Venafro in questo momento non mi preoccupa tanto e soprattutto per la questione droga, ma mi preoccupa soprattutto per la movida, per quanto si è recentemente verificato. Ma non perché i giovani di Venafro creano problemi quando escono, quando si vanno a divertire, ma perché recentemente ci sono state delle situazioni di frizione tra italiani e stranieri che spero si mantengano nel limite della singola frizione, che deve essere monitorata e sulla quale dobbiamo fare molta attenzione.

Uno dei fenomeni più odiosi resta quello delle truffe agli anziani. Perché le persone fragili continuano a essere bersagli privilegiati?

Perché sono più deboli, perché sono attenzionati da malviventi che riescono a cogliere quei momenti di difficoltà, quei momenti di particolare debolezza che una persona anziana può avere, soprattutto quando gli si toccano gli affetti più diretti. E anche su questo noi stiamo facendo, oltre che un’attività preventiva, e questo lo possiamo fare esclusivamente attraverso la presenza sul territorio, che è anche abbastanza convincente e soddisfacente nei risultati.

Noi recentemente abbiamo arrestato due persone che si sono rese responsabili di una truffa agli anziani, ma soprattutto attraverso il contatto con gli anziani, quindi pubblicizzando una serie di regole che gli anziani dovrebbero seguire nel momento in cui possono essere soggetti a questo tipo di fenomeni. La stampa mi sta dando un grande aiuto, perché si è mostrata molto sensibile a queste tematiche e soprattutto si è mostrata molto sensibile a esaltare i risultati. Non che io voglia essere esaltato, ma l’esaltazione di questi risultati fa sì che l’anziano sia un attimino più sereno e più tranquillo, perché vede che poi effettivamente ci sono dei risultati positivi.

Lei ha una lunga esperienza nel contrasto alla criminalità organizzata e nelle misure patrimoniali. Mi corregga sempre se sbaglio: il Molise e la provincia di Isernia sono territori immuni dalle infiltrazioni?

Al momento io direi che segnali di problemi di questo senso non ne abbiamo. Al momento, e anche se io posso esprimermi solo sulla realtà di Isernia, atteso che, come lei ben sa, è Campobasso che ha la Direzione Antimafia, che ha il Sisco, che quindi ha questi organismi più specifici. Però al momento, se devo fare una valutazione anche delle attività investigative che stiamo portando avanti e che è anche in collaborazione con il centro, questo tipo di problemi al momento non mi risultano. Che poi un fenomeno di colleganza alla criminalità organizzata possa celarsi dietro a fenomeni di natura completamente diversa, questo è tutto da stabilire. Noi prima abbiamo parlato della truffa agli anziani, ma la truffa agli anziani non è una cosa che nasce dallo sprovveduto che viene qui a Isernia e che va girando per la città per vedere dove deve fare una truffa.

In passato nell’area industriale di Pozzilli-Venafro si è registrata la presenza dei fratelli Ragosta. I rifiuti tossici sono stati smaltiti anche in provincia di Isernia. Poi sono comparese le società fantasma, presenti a Isernia. Sono solo alcuni esempi per sapere se le attività mafiose potrebbero essere presenti attraverso altre modalità: affari, cemento, riciclaggio, attraverso un’operatività silenziosa.

Guardi, a questa domanda le rispondo attraverso una considerazione che sto facendo in ordine alla posizione che il Molise e Isernia hanno nell’ambito della gerarchia nazionale. Ho l’impressione che innanzitutto non ho testimonianze in tal senso, a livello di indagini, a livello investigativo, a livello anche di fumus, a livello di Gruppo Interforze Antimafia che si riunisce in Prefettura. Non c’è nulla di tutto questo al momento. Però c’è un paradosso, perché lei ha fatto riferimento a una serie di attività industriali di un certo rilievo. C’è questo paradosso: la provincia di Isernia ha sotto un profilo imprenditoriale delle eccellenze notevoli. E nonostante ci siano queste eccellenze notevoli a livello imprenditoriale, la realtà la vedo un attimino, non dico abbandonata, ma quasi tenuta sotto banco, tenuta sotto tono. Ho l’impressione che Isernia stia morendo piano piano. Fare queste passeggiate la sera a Isernia, vedere tutti questi locali chiusi, vedere tutte queste attività che chiudono, vedere i prezzi delle abitazioni crollare, deve pure avere un significato. Come è possibile che la ferrovia a Isernia è stata riportata un po’ di tempo fa, ma addirittura a Campobasso non ci arriva. Queste sono cose che lasciano un attimino perplesso. Ci sono delle progettualità a riguardo? Vorrei che si realizzassero. Vorrei tanto vedere un centro storico più vivo…

Di notte è molto vivo.

Non è sempre vivo come dovrebbe. Insomma vorrei che ci fosse il culto dell’artigianato, della piccola bottega. Non San Gregorio Armeno, però qualcosa che stimoli non soltanto il turista.

Secondo lei di chi sono le responsabilità? 

Le responsabilità sono un po’ di tutti. Abbiamo strutture che dovrebbero garantire qualcosa di più in termini di efficienza del servizio al cittadino e purtroppo, vuoi per un motivo vuoi per un altro, non se ne fanno. Non voglio andare in questioni che non mi competono. Però ai fini dell’attività che svolgo, il controllo del territorio e quindi la presenza delle pattuglie su strada, perché sono costretto a fare gli interventi perché non ci stanno i vigili urbani. Questo è il problema che abbiamo anche a Venafro. Poi che cosa vogliamo fare? Vogliamo fare la processione? Vogliamo fare le maschere zoomorfe? Andiamo a Venafro. Vogliamo fare la Serie D? Sì, tutto quello che vogliamo. Ma di tutte queste cose ne vogliamo parlare? Di telecamere e videosorveglianza? Abbiamo potenzialmente un ottimo sistema di videosorveglianza, ma quando me le portate queste telecamere in Questura? È mai possibile che se succede qualcosa devo andare all’Auditorium e chiamare il tizio che viene alle due di notte? Il sindaco si sta battendo per farlo, devo dire la sincera verità, anche perché il prefetto è molto sensibile a queste attività. L’altro giorno andando a prendere un caffè trovo una situazione di animali tenuti in modo non conforme. Chiamiamo la Polizia Municipale perché intervenga e non c’è. È con i Vigili del Fuoco. C’è una macchina che sosta su uno stallo dei disabili, quindi deve essere spostata. Chiamiamo la Polizia Municipale, non c’è. 

Problemi strutturali? Problemi gestionali?

Non so il Comune come deve fare per cercare di risolvere questo. Occorrerebbe un comandante della Polizia Municipale, occorrerebbe investire sugli straordinari della Polizia Municipale, occorrerebbe chiedere ai Comuni limitrofi delle forme di aggregazione anche momentanea. Noi già abbiamo cominciato ad affrontare il tema della movida e noi saremo sicuramente presenti sul tema della movida. C’è stato anche un incontro in Prefettura e tutto il resto. In pratica da questo sabato cominceremo a svolgere queste cose. Però andiamo a vedere e i vigili non ci stanno.

I sindacati di Polizia qualche tempo fa hanno denunciato carenze di organico alla Questura di Isernia. Qual è la situazione attuale?

Noi non abbiamo carenze di organico. Per parlare con la stampa, quindi per espormi mediaticamente come Questore, ho bisogno di essere autorizzato dal Ministero. Il Ministero non mi dice mai di no, chiaramente, però è necessario questo passaggio. Le organizzazioni sindacali non hanno questo limite, per cui domani mattina qualsiasi rappresentante di un’organizzazione sindacale, e non è detto che debba essere rappresentante di vertice a livello provinciale, quindi può essere anche un semplice appartenente, ha la possibilità di contattare la stampa e quindi di avere questa esposizione, io la definirei più che altro sovraesposizione mediatica, che può avere un senso se concordata. Cioè se un’organizzazione sindacale viene da me e viene a dire: c’è questo problema, allora sì, va bene. Ma se lo fai in autonomia possono dire quello che vogliono in autonomia. In autonomia possono pure dire che ci vogliono gli elicotteri, ma non ci servono gli elicotteri. La Polizia di Stato soffre una carenza generale di organico in tutta Italia, che è adeguatamente ripartita in tutti gli uffici. Quindi noi non siamo assolutamente sottoorganico o sovraorganico rispetto a quella dimensione. Dovremmo avere qualcosa in più se arrivassero gli uomini in più che sono previsti a livello nazionale.

Di cosa avrebbe bisogno oggi la Questura? Più mezzi, più tecnologia o un rafforzamento complessivo della presenza dello Stato?

Più coordinamento con le altre strutture che ci dovrebbero consentire di lavorare meglio. L’ho detto prima: se avessi la remotizzazione delle telecamere del Comune qui in Questura, io lavorerei molto meglio, perché un intervento mi costerebbe minuti e minuti in meno. E se io avessi la possibilità di sistemare le telecamere dove dico io? Le telecamere del Comune, perché noi non abbiamo le risorse per mettere le telecamere, le mette il Comune. Ma il Comune non è che deve cacciare i suoi soldi, perché ci sono dei PON di sicurezza e quindi può accedere a queste risorse. Non mi dite come fare ad accedere a queste cose perché non lo so, sono cose che magari sa il Comune. Mi riferisco a una delle piccole cose, perché poi ce ne sono tante altre.

Ma funziona questo sistema?

Credo di sì. Per esempio le Ferrovie dello Stato che cosa fecero? Installarono delle telecamere all’interno della stazione e, non avendo la possibilità di remotizzarle da noi, ci voleva la fibra e tutte queste cose, ci dettero un tablet. E noi su quel tablet avevamo remotizzate le telecamere delle Ferrovie dello Stato e andava una bellezza, perché al di là delle telecamere che vedo in sala operativa, che sono le telecamere che circondano la Questura e sono solo queste, avevo poi anche le telecamere della stazione che per noi erano molto importanti.

Perché dice “erano”?

Perché adesso hanno fatto i lavori, hanno rimesso un’altra volta le telecamere e questa volta le telecamere sono passate al Comune, fin quando le Ferrovie dello Stato non prenderanno in mano la situazione al punto di mettere le telecamere loro. E ci hanno assicurato che lo vogliono fare. Però al momento alcune telecamere fondamentali, quali quelle del sottopasso, le ha dovute mettere il Comune, perché le Ferrovie dello Stato momentaneamente non le potevano mettere. Quindi il Comune gli sforzi li fa, per carità. Però voglio dire: se io mi sono insediato a febbraio e a febbraio abbiamo cominciato a parlare, finalmente perché sono arrivato io, di remotizzazione di telecamere, e stiamo a maggio e ancora non si vede una persona che mette mano su questa strada per far arrivare la fibra e quant’altro, è chiaro che è diventato un po’ più complicato. E vogliamo parlare del decoro urbano? Vogliamo parlare dell’illuminazione? Vogliamo parlare della possibilità e della capacità di rendere migliori e più decorose alcuni aspetti, alcune realtà del centro storico, per esempio? Tema questo anche molto vicino e gradito al Prefetto.

Dottore, cambiamo completamente argomento. Violenza di genere, maltrattamenti, stalking: quanto resta ancora sommerso in provincia di Isernia?

Noi abbiamo questa situazione monitorata attraverso le attività che svolge la divisione Anticrimine e c’è una buona propensione alla denuncia nell’ambito della città di Isernia e ritengo anche nell’ambito della provincia. La provincia però, come in tutte le province che si rispettino, è gestita in maggior parte dai carabinieri. E quando noi andiamo nei piccoli paesini di provincia, noi qui contiamo in provincia paesi che hanno 150 abitanti, 200 abitanti, eccetera, poi magari tendenzialmente è possibile che determinate situazioni non vengano portate alla luce nel modo più opportuno, ma che vengano risolte in maniera diversa: interviene il maresciallo, una mano, una pacificazione, può essere pure. Tuttavia noto che qui su Isernia abbiamo delle situazioni monitorate e sono monitorate abbastanza bene anche attraverso il braccialetto. Mi riferisco in modo particolare alle questioni di violenza di genere. La provincia mi lascia un attimino perplesso. Noi abbiamo la fortuna di avere qui in Questura come collaboratori alcuni sindaci di paesini e magari per quelle realtà, al di là di quello che possono fare i carabinieri, sono venuto direttamente a conoscenza di determinate situazioni, per cui ho potuto agire al meglio anche sotto un profilo preventivo. Il problema della violenza di genere è un problema che ha varie sfaccettature. C’è sicuramente il problema della violenza in sé, che va repressa. Bisogna prevenire eventuali future reiterazioni di comportamenti del genere. Però poi, come questore, e solo io lo posso fare, devo fare anche delle valutazioni in prospettiva. Cioè se il soggetto che stalkerizza la moglie o che ha usato violenza sulla moglie o sulla compagna ha le armi, io devo intervenire. E questo è molto più facile farlo in città che in provincia. Se io vengo a conoscenza di situazioni del genere in provincia, intervengo direttamente. Purtroppo non sempre ne vengo a conoscenza, perché magari i carabinieri a volte le fanno emergere, altre volte non le fanno emergere. Qualcuno l’ho conosciuto attraverso questi miei collaboratori. Sono dei funzionari civili che hanno anche l’incarico di essere sindaci presso Comuni qui della provincia di Isernia. Ma è un’attività abbastanza complessa.

La cultura della legalità rischia spesso di diventare una formula retorica. Come si trasforma in qualcosa di concreto?

Riportandola non tanto nei modi giusti quanto negli ambienti giusti.

In che senso?

Nel senso che la cultura della legalità deve riguardare prevalentemente la cultura dei giovani, perché i giovani sono il nostro futuro. Se oggi riusciamo a far comprendere a un giovane quanto sia importante il rispetto delle regole a tutto tondo, tanto meglio noi avremo costruito un futuro cittadino che sarà abituato a rispettare queste regole. Questo tipo di discorso, se lo vogliamo fare a persone adulte, già diventa un problema.

Alla fine del suo mandato quale risultato vorrebbe lasciare sul territorio, nella provincia, in questa città?

Vorrei essere ricordato come il Questore del fare, quindi come qualcuno che ha cercato di dare il suo contributo per il benessere di tutti, non il questore dell’apparire. Ho visto di tutto nella mia vita operativa, per cui sono abituato a un altro tipo di attività. Però sono contento anche e soprattutto del fatto che mi aspettano una serie di sfide a livello professionale qui nella provincia di Isernia che sono molto stimolanti, sono molto accattivanti.

Dottore, sono passati pochi giorni dal 23 maggio. Dopo 34 anni questo Paese continua solo a commemorare. Nella strage di Capaci sono morti anhe i suoi colleghi, come nella strage di via d’Amelio del 19 luglio del 1992. Questo Paese ha bisogno ancora di questi “sepolcri imbiancati” o è arrivato il momento di fare chiarezza e arrivare, come spesso ripete il fratello del magistrato Paolo Borsellino, alla Verità e alla Giustizia? 

Guardi, io vi rispondo dicendo che conosco personalmente il figlio di Borsellino, che è un collega e lavora a Palermo, alla frontiera di Palermo. E le assicuro che a parlare con lui le si apre proprio un mondo, le si apre un mondo di quello che si è fatto e di quello che si deve fare e magari il mondo di quello che non si è fatto. Le commemorazioni servono, ma non bastano, perché la criminalità organizzata per gli addetti ai lavori oggi ha assunto una dimensione, una forma sovranazionale. Non è più quella di un tempo. Noi non parliamo più di problemi o pericoli di stragi o di cose di questo tipo, perché forse oggi la criminalità organizzata non ha bisogno di questo tipo di appariscenze. Non lo so, probabilmente è votata ad altri lidi, votata ad altre attività.

Ma è importante anche indivuiduare quelle famose “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone.

Che le posso dire? Io sono un uomo dello Stato. Come tale seguo le regole dello Stato e le regole dello Stato sono quelle che mi segnalano che ci sono delle persone, che sono i magistrati, che sono deputati ad affrontare e risolvere questi problemi. E io credo molto nella loro capacità di far questo. Ci credo un po’ meno quando vedo che poi da parte dei magistrati stessi ci sono delle posizioni che sono un po’ strane, un po’ particolari, un po’ sopra le righe. Vedete, mio nonno si chiamava Luigi Peluso come me, era un magistrato. Era un magistrato che è arrivato a dirigere una delle sezioni penali della Corte di Cassazione. A Napoli si occupò di processi importanti, tra cui il famoso processo di Pupetta Maresca, Pascalone ’e Nola, eccetera. Mi crede se le dico che io non ho mai saputo qual era l’orientamento politico di mio nonno? Mai.

E che vuole dire con questo? Sta facendo riferimento all’ultimo referendum?

No, no, assolutamente no. Io mi sono trovato di tutto nella mia carriera professionale a livello della magistratura. Mi sono trovato persone che la interpretavano in un modo e persone che la interpretavano in un altro. Le dico però che mentre per me ci sono delle regole ferree che devo rispettare, e che le ho accennato anche prima, per la magistratura queste regole non ci stanno, assolutamente. Noi viviamo in un mondo nel quale vige la regola dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, anche a costo di rovinare la gente. Però dobbiamo mantenere l’indipendenza e l’autonomia della magistratura.

Lei è un uomo dello Stato e vedo che è molto sensibile su questi argomenti, sulle stragi, sugli uomini che hanno perso la vita perché rappresentavano la parte buona di questo Paese, di questo Stato. Ma secondo lei esiste anche un altro Stato implicato in queste storie?

Questo non lo dico io, questo l’hanno detto alcuni magistrati che hanno fatto delle indagini dalle quali sono emerse queste piste. Sono emerse queste piste. Poi che fine abbiano fatto queste piste non lo so, o almeno al momento non abbiamo avuto una fine, non abbiamo avuto una conclusione. Però sono situazioni che sono emerse. Lascio a lei e a tutti quanti la valutazione di questo.

Lei è stato a Catanzaro? Ha conosciuto la ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della mafia più potente al mondo?

Anche un altro l’ho sentito a Catanzaro, di puzzo ben più forte.

Quale puzzo?

La massoneria.

Ma quel puzzo della ’ndrangheta lo ha sentito qui a Isernia?

No. Anche se a Venafro abbiamo qualche situazione di qualche soggetto che non desta preoccupazioni, ma che è stato diciamo sistemato quale collaboratore di giustizia, parente di, e sui quali noi ogni tanto cerchiamo di porre la nostra attenzione. Ma non abbiamo assolutamente delle situazioni…

E il puzzo della massoneria l’ha sentito?

Non ancora.


Paolo De Chiara tra mafie, Molise e memoria che non basta


Interdittiva antimafia a Isernia, il Molise non è un’isola felice: la camorra guarda all’edilizia e all’economia legale

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Paolo De Chiara

FONDATORE e DIRETTORE WordNews.it - direttore@wordnews.it Giornalista Professionista, iscritto all’OdG Molise. Scrittore e sceneggiatore italiano. È nato a Isernia, nel 1979. In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e televisione), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole. LIBRI: - Nel 2012 ha pubblicato «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta» (Falco Ed., Cosenza); - nel 2013 «Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici» (Falco Ed., Cosenza, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’ 2014); - nel 2014 «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» (Perrone Ed., Roma); - nel 2018 «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta» (nuova versione aggiornata, Treditre Ed.); - nel 2019 «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano» (Romanzi Italiani, finalista del Premio Internazionale “Michelangelo Buonarrori”, 2019). Dal romanzo «Io ho denunciato», nel settembre del 2019, è stato tratto un corto e un medio-metraggio (CinemaSet, vincitore Premio Legalità, Fiumicino 2019). È autore del soggetto e della sceneggiatura del corto e del medio-metraggio «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano», 2019 (Premio Starlight international Cinema Award, 77^ Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2020). - nel 2022 «UNA FIMMINA CALABRESE» (Bonfirraro Editore). - nel 2023 «UNA VITA CONTRO LA CAMORRA» (Bonfirraro Editore). - Ha collaborato con CANAL+ per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014. Premio "Giorgio Mazzanti", San Salvo, 31 luglio 2025. Premio giornalistico letterario "Piersanti Mattarella", Roma, 30 novembre 2024. Premio Adriatico, «Un mare che unisce», Giornalista molisano dell’anno, Guardiagrele (Chieti), dicembre 2019. Premio Valarioti-Impastato, Rosarno (RC), maggio 2022. Premio Carlo Alberto Dalla Chiesa, San Pietro Apostolo (Catanzaro), agosto 2022. FONDATORE e PRESIDENTE di Dioghenes APS - Associazione Antimafie e Antiusura (dioghenesaps.it) - Ideatore, nel 2022, del Premio nazionale Lea Garofalo (giunto alla IV edizione). - Ideatore, nel 2025, del Premio nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini - www.dioghenesaps.com -- paolodechiara.blog

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