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«Un’emozione così grande che non può essere spiegata»

Andreana Colangelo da Cupello a Palermo tra i ragazzi di tutta Italia per ricordare la strage di Capaci.

by Alessio Di Florio
30 Maggio 2026
in Mafie
Reading Time: 6 mins read
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«Un’emozione così grande che non può essere spiegata»
«Un’emozione così grande che non può essere spiegata»
«Un’emozione così grande che non può essere spiegata»

Albert Einstein disse che ci sono persone che non sanno che un qualcosa può essere realizzato e lo realizzano. Le generazioni cresciute tra gli anni ottanta e novanta hanno vissuto una sorta di paradosso, di ribaltamento della realtà come tanti, troppi intossicano questo Paese. Erano sulla bocca degli adulti, erano proclamati il massimo interesse dei grandi. Ma poi costantemente venivano solo additati, messi da parte, dovevano aspettare altri tempi. Una sorta di buskashì, il cruento gioco afgano, sulla loro pelle e sulla loro sorte.

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Giovani qua, giovani là, per quanti anni abbiamo sentito solfe del genere? Ma in realtà dei giovani, di quel che pensano e fanno, non interessava nulla a nessuno o quasi. I decenni passano e in questo Paese scleroticamente immobile in tante sue componenti, nella stanca ripetizione di un eterno presente, il teatrino è sempre più squallido e nauseante. Perché i giovani sono utili quando conviene a certi adulti, sono intruppati quando sono dei loro, quando non sono giovani ma sui binari che certi adulti possono sfruttare a loro piacimento e interesse.

Più si sale in alto nella scala di quelli che dovrebbero essere ideali e più tutto questo immondo teatrino aumenta. In nome e per conto di gente che ha più scheletri nell’armadio che ossa, che ieri come oggi proclama ma sono – parafrasando Peppino Impastato – creativi che non hanno mai creato un cazzo. Peppino Impastato è la dimostrazione di tutto ciò: isolato e delegittimato in vita, disprezzato anche a cadavere ancora caldo, scomodo e da accantonare finché ha parlato per poi ridurlo a santino buono per tutte le occasioni, per sciacquarsi le loro ipocrisie.

Poi arrivano moderni realizzatori concreti della frase di Albert Einstein che non sanno tutto questo e fanno camminare sulle loro gambe, nelle loro menti e coi loro cuori la frase di Giovanni Falcone sulla mafia che potrà essere sconfitta dai giovani, da giovani indipendenti, puri, generosi, appassionati, che si lasciano portare dallo zefiro della libertà e non dal puzzo adulto del compromesso. 

A Palermo, dimenticati e omessi da tanti adulti, i nomi di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina sono stati leggi con profonda emozione e commozione da alcuni giovani sono stati gridati, ricordati, commemorati da giovani giunti da tutta Italia. Mentre tanti grandi, tanti adulti hanno ripetuto copioni triti e ritriti, squallidi e strumentali, loro erano lì con con le lacrime agli occhi e il cuore che batte ancora dopo tanti giorni.

Tra loro, come documenta anche la foto di copertina di quest’articolo, c’era una ragazza abruzzese, proveniente da Cupello: Andreana Colangelo. Autrice di eventi, iniziative, attività solidali, sociali, politiche, culturali nel vastese e non solo. che dietro quegli occhiali scuri, quel volto tirato, c’erano commozione, emozione, impegno, passione, generosità. C’erano l’animo, il cuore, gli ideali di una persona che non erano ancora nata quando la strategia stragista di Cosa Nostra dilaniò la Sicilia e il continente.

Andreana ha ricordato Emanuela Loi, con la sua voce ha fatto risuonare il nome di una delle vittime della strage di via D’Amelio, la prima donna – giovanissima e coraggiosa – che fece parte di una scorta. «Le gambe che tremavano. La voce spezzata. Il cuore che batteva forte. E la responsabilità di pronunciare quel nome: Emanuela Loi – racconta Andreana – Tra le prime donne poliziotto adibite in Italia al servizio scorte, fu la prima agente donna della Polizia di Stato a perdere la vita in servizio. In quel momento ho sentito la responsabilità del Ricordo, ma anche il dovere di custodirlo e tramandarlo alle nuove generazioni, perché le loro idee oggi camminano sulle nostre gambe. E perché la mafia si combatte scegliendo ogni giorno da che parte stare. Grazie infinitamente all’Agenzia Italiana per la Gioventù per avermi coinvolta nel progetto Generazione 57. Ci sono emozioni che non si riescono a spiegare. Si imprimono dentro. Per sempre. Come disse Paolo Borsellino: Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo».

Andreana Colangelo è stata tra le protagoniste del progetto Generazione57, numero che si riferisce ai giorni passati tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, promosso dall’Agenzia Italiana per la Gioventù. «Onorata di far parte di questo meraviglioso progetto» testimonia con una commozione e un’emozione che le rimangono per sempre nel cuore, «un’emozione così grande che non può essere spiegata».

Un percorso di memoria, 57 giorni che «rappresentano molto più di un intervallo temporale:sono un tempo sospeso, denso di significato, che racconta il coraggio delle istituzioni, la violenza della criminalità organizzata e la fragilità di un sistema chiamato a reagire – si legge sul sito web dell’Agenzia Italiana per la Gioventù – A distanza di oltre tre decenni da quegli eventi, e mentre la Nazione si avvicina al quarantesimo anniversario di una stagione cruciale della lotta alle mafie, il rischio è che la memoria di quei giorni si cristallizzi in una dimensione commemorativa, perdendo la sua forza trasformativa. In particolare, per le giovani generazioni, che non hanno vissuto direttamente quegli eventi, la memoria rischia di apparire distante, se non viene restituita attraverso linguaggi, strumenti e modalità capaci di renderla viva, accessibile e partecipata. Da qui nasce l’esigenza di promuovere iniziative che trasformino il ricordo in esperienza, la commemorazione in partecipazione, la memoria in impegno».

Questa la presentazione del progetto:

L’iniziativa si sviluppa lungo l’arco temporale dei 57 giorni che intercorrono tra il 23 maggio e il 19 luglio, trasformando questo intervallo simbolico in un vero e proprio percorso narrativo e partecipativo.
Il progetto si articola in due dimensioni principali, tra loro strettamente integrate: le “57 parole” e le “57 storie”.

Le 57 parole della legalità. Per ciascun giorno del periodo considerato, i giovani coinvolti nel progetto individueranno una parola chiave, rappresentativa dei valori legati alla legalità, alla giustizia e all’impegno civile. Parole come “coraggio”, “scelta”, “responsabilità”, “verità”, “memoria”, “fiducia”, “impegno” diventano il punto di partenza per una riflessione condivisa.

Le parole non sono intese come definizioni astratte, ma come strumenti di attivazione. Ogni parola è un invito ai giovani a interrogarsi sul proprio vissuto e a tradurre quei valori in esperienze concrete.

Le 57 storie. Accanto alle parole, il progetto prevede anche la costruzione di una raccolta di 57 storie, che restituiscano in forma concreta e accessibile il significato della legalità.

Le storie possono includere:

  • testimonianze legate alle vittime delle mafie e alle figure simbolo dell’impegno civile;
  • racconti di esperienze quotidiane di legalità;
  • storie di giovani impegnati nel volontariato, nella cittadinanza attiva o in percorsi di responsabilità sociale;
  • contributi originali prodotti direttamente dai partecipanti.

L’obiettivo è dimostrare che la legalità non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana, fatta di scelte, comportamenti e responsabilità.

L’iniziativa, pertanto, si caratterizza per la capacità di coniugare memoria storica e linguaggi contemporanei, trasformando un momento commemorativo in un’esperienza partecipativa.

Il valore aggiunto risiede in:

  • un approccio attivo alla memoria;
  • il coinvolgimento diretto dei giovani come produttori di contenuto;
  • la costruzione di una comunità temporanea basata su valori condivisi;
  • la capacità di rendere la legalità un tema vicino alla quotidianità.

In questo senso, il progetto contribuisce a rafforzare il legame tra giovani e istituzioni, promuovendo una cittadinanza più consapevole e responsabile.

La memoria diventa così non un esercizio del passato, ma una responsabilità del presente.

I 57 giorni tra Capaci e via D’Amelio diventano così uno spazio simbolico e concreto in cui i giovani sono chiamati non solo a ricordare, ma a scegliere, raccontare e costruire.

 

 

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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