Ilaria Di Roberto – come abbiamo denunciato anche nei giorni scorsi – è diventata nel suo paese una persona da perseguitare, insultare, isolare, disprezzare perché ha una sua volontà, perché si autodetermina, perché non è rimasta in silenzio di fronte il perpetrare criminale dell’oppressione patriarcale. Quell’oppressione che, come abbiamo sottolineato nella prima parte viene alimentata dalla «cultura dello stupro», che considera le donne solo un corpo, un oggetto, a disposizione di qualsiasi carnefice e delle sue perversioni e depravazioni. Negando qualsiasi volontà, non concependo le donne come persone indipendenti.
La stessa «cultura dello stupro» che alimenta ed è centrale nello stupro a pagamento – documentato testimonianze delle sopravvissute, inchieste delle forze dell’ordine e dall’abisso disumano, violento e depravato che quotidianamente emerge sul web (come documenta costantemente Sex industry is violence) – e nel dilagare della pornografia. Il cui lato maschilista, violento, criminale, pedofilo, assassino è più che lampante ed emerso, come abbiamo ripetutamente denunciato nei mesi scorsi.
Pornoverità
https://www.facebook.com/Pornoverit%C3%A0-982244271905706
Femminismo e altre liberazioni
https://appuntidalleserateinsonni.wordpress.com/?s=pornografia
Sex industry is a violence
https://econtrolindustriadelsesso.wordpress.com/?s=pornografia
Rachel Moran, Stupro a pagamento
https://www.roundrobineditrice.it/rr/stupro-a-pagamento-r-moran/
Resistenza Femminista
http://www.resistenzafemminista.it/category/pornografia/
http://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it/
https://www.resistenzafemminista.it/tag/pornografia/
https://www.facebook.com/resistenzafemminista/posts/4073403489417820
https://www.nev.it/nev/2021/03/29/prostituzione-e-pornografia-riguardano-tutti-e-tutte-il-video/
Una «cultura dello stupro» criminale e vigliacca, che calpesta le donne e perpetra la peggiore oggettificazione patriarcale e maschiocentrica, come dimostra anche quanto ci ha raccontato Valentina De Vivo, attivista di «Femminismo e altre liberazioni», ovvero l’aumento delle violenze contro donne disabili con la pandemia e la loro sterilizzazione forzata.
Stupri, molestie ed abusi che, come ha sottolineato Valentina nella videointervista, sono solo e soltanto abusi di potere, espressione dell’oppressione patriarcale e del potere maschilista, maschiocentrico e fallocentrico.
Viviamo, denunciò Ilaria Di Roberto nel «Glossario femminista» che porta avanti da attivista femminista radicale, in una società «fortemente ancorata alla cultura dello stupro». È quindi «fondamentale mettere in rilievo l’importanza del CONSENSO» ovvero «l’atto positivo ed inequivocabile con il quale l’interessata/o manifesta la libera volontà – chiaramente espressa – di accettare determinati voleri o intenzioni» e di cui «parte integrante del consenso è la RECIPROCITÀ tra due o più parti o soggetti che di comune accordo – determinano una conformità di intenti, finalità o propositi».
«Senza il permesso, un comune accordo o l’approvazione di entrambi i soggetti interessati, é impossibile arrivare al conseguimento dell’atto» sottolinea Ilaria. Ovvero quel consenso che viene negato dalla cultura patriarcale stuprante dominante alle donne. Una «cultura dello stupro» alla cui base ci sono anche le «molestie da strada», il «caticalling». Legittimate dalla cultura patriarcale e che vengono difese a spada tratta da uomini di potere (e non solo) ogni volta che tale supposta legittimità viene (giustamente e sacrosantemente) messa in discussione.
Le «molestie da strada», ha sottolineato Ilaria in un’altra punta del «Glossario femminista», «derivano per lo più da una cultura sessista, arretrata e patriarcale» e che «nonostante si tratti di un fenomeno ampiamente riconosciuto e in alcuni paesi anche perseguibile per legge, alcuni tendono ancora a concepire il catcalling come un “complimento”, privando così tale malcostume della sua connotazione violenta».
«Il Catcalling si delinea all’interno di quella che alcuni studiosi definiscono “cultura dello stupro” o “rape culture”, ossia tutta quella serie di atteggiamenti, norme e pratiche sociali che tendono a minimizzare e ad incoraggiare lo stupro e altre forme di violenza sulle donne – evidenzia Ilaria – tra gli esempi più tipici abbiamo la colpevolizzazione della vittima, lo slut shaming (colpevolizzazione delle donne che hanno una condotta sessuale promiscua) e l’oggettivazione sessuale, atti strettamente correlati oltre che ad una cultura fortemente misogina, anche al ruolo di genere che limita fortemente la manifestazione delle libertà femminili, attraverso una serie di codici comportamentali che riproducono il controllo del corpo maschile su quello femminile».





