Mafia, Stato e responsabilità collettiva. Nell’intervento appassionato e documentato del professor Giovanni Cerchia, docente di Storia Contemporanea all’Università del Molise, snoda un percorso denso di verità storiche e responsabilità politiche.
Una lezione lucida e cruda che ha ricordato quanto la criminalità organizzata sia un fenomeno storico, strutturato e tollerato nel tempo dalle classi dirigenti del Paese.
«Abbiamo battuto il terrorismo, non possiamo dire lo stesso per le mafie. E non perché non si potesse, ma perché non si è voluto davvero», afferma Cerchia con voce ferma, richiamando le parole di Giovanni Falcone: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio, un’evoluzione e una fine”. Ma per farla finire, occorre la volontà politica, culturale e sociale.
L’analisi storica parte da lontano. «La mafia non è un’anomalia arcaica, non nasce nel Medioevo – chiarisce Cerchia – ma si forma nel passaggio tra Settecento e Ottocento, nei territori del Sud borbonico, approfittando del vuoto di potere e dell’ambiguità dello Stato».
La criminalità organizzata, sottolinea, ha accompagnato tutte le stagioni dell’Italia unita: dal Regno all’Italia liberale, passando per il fascismo e approdando alla Repubblica.
La narrazione si fa tagliente quando Cerchia elenca le connivenze storiche tra istituzioni e mafie, come nel caso del prefetto Tittoni, che collaborava con la camorra per impedire l’elezione dei socialisti, o il silenzio complice su Vito Cascio Ferro, responsabile dell’omicidio di Joe Petrosino, coperto da un deputato dell’epoca.
«È un problema politico e storico, non solo criminale», incalza il professore. La mafia ha spesso goduto della protezione di pezzi di Stato, non per debolezza, ma per convenienza. Anche il fascismo, nonostante la propaganda repressiva, usò la mafia per consolidare il controllo nel Mezzogiorno.
Dopo la Seconda guerra mondiale, le organizzazioni mafiose non vennero smantellate, ma riemerse più forti grazie ai traffici con gli Alleati, al mercato nero, alle sigarette, e poi alla droga.
Cerchia arriva poi al cuore degli anni Ottanta-Novanta. «Solo dopo l’uccisione di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa si introdusse il 416 bis, il reato di associazione mafiosa. Perché dobbiamo sempre aspettare i morti per reagire?», si chiede. E ricorda con forza il sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, «servitori dello Stato che lo Stato non ha saputo difendere».
Falcone, secondo Cerchia, fu determinante anche fuori dalle aule giudiziarie: introdusse la rotazione delle sezioni di Cassazione, impedendo che i processi di mafia finissero nelle mani sbagliate. Un’azione cruciale per garantire l’effettività delle condanne del Maxiprocesso.
«Beato il Paese che non ha bisogno di eroi», citando Brecht. Ma l’Italia ha avuto bisogno di donne e uomini che hanno pagato con la vita la loro coerenza. Non solo magistrati, ma anche scorte, giornalisti, professori, cittadini comuni.
Cerchia conclude con un monito: «Siamo un Paese che non ha fatto fino in fondo i conti con la propria storia. Le mafie non sono invincibili, sono un fatto umano. Ma per vincerle, serve volontà. E serve memoria».
Le foto sono state scattate dall’UNIMOL
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