Suicidi e informazione: l’Odg Molise richiama all’etica e alla responsabilità giornalistica
Non tutte le notizie vanno raccontate. E alcune, se raccontate male, possono fare molto male. Con una nota ufficiale, l’Ordine dei Giornalisti del Molise ha lanciato un forte appello alla categoria, affrontando uno dei temi più delicati e insidiosi dell’intera pratica giornalistica: la trattazione del suicidio.
“Non si può trattare come un qualsiasi fatto di cronaca”, avverte l’Odg, ricordando come superficialità, sensazionalismo e la corsa ai click siano comportamenti non solo deontologicamente scorretti, ma potenzialmente pericolosi per la salute pubblica.
Al centro della riflessione ci sono i principi fondamentali sanciti dal Codice Deontologico dei Giornalisti, integrato da documenti come le Carte di Treviso, Roma e Tivoli. A guidare ogni scelta redazionale deve essere il rispetto per la persona, per la sua dignità e per chi resta.
L’Ordine chiarisce in maniera netta:
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La notizia di un suicidio non va pubblicata se non sussiste un reale interesse pubblico;
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I dettagli tecnici relativi alle modalità, agli strumenti o al luogo non devono essere riportati;
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Vanno evitati titoli sensazionalistici, immagini forti o ricostruzioni spettacolari;
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Occorre adottare un linguaggio sobrio, rispettoso, mai colpevolizzante;
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È doveroso, ove possibile, offrire informazioni utili alla prevenzione, come numeri verdi, sportelli di ascolto, servizi di supporto.
L’Odg richiama anche l’effetto Werther, documentato da numerosi studi internazionali: la pubblicazione scorretta di notizie legate al suicidio può generare fenomeni di emulazione, specie tra i soggetti più fragili.
Il suicidio non è uno “spettacolo”, né un “giallo” da risolvere. È un fatto umano, complesso e drammatico, che chiama in causa il dovere del giornalismo di non nuocere, di non infierire, ma di educare e tutelare. Informare sì, ma con competenza, rispetto e responsabilità.
“Chi racconta un suicidio male non è un cronista: è un irresponsabile”, si legge nella chiusa del documento. Una frase dura, ma necessaria, che segna il confine netto tra libertà di stampa e uso irresponsabile della parola.





