Settembre è alle porte e con esso una dichiarazione destinata a lasciare un segno nella storia della diplomazia internazionale. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’intenzione, ormai concreta, di riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina. Una decisione che arriva in un momento in cui il mondo sembra aver scelto l’indifferenza come strategia politica e in cui le immagini di bambini palestinesi affamati passano veloci sui nostri schermi, coperte da chiacchiere da talk show.
Il riconoscimento dello Stato di Palestina non è solo un atto politico, ma un gesto simbolico che sfida il torpore morale delle cancellerie europee. Non è un gesto privo di rischi o conseguenze. È un atto che accende le tensioni diplomatiche, che scuote equilibri consolidati, che risveglia polemiche. Eppure, è anche un gesto che restituisce dignità a un popolo martoriato, che vive in una prigione a cielo aperto, tra check-point, bombardamenti ciclici e un embargo disumano.
Il presidente francese ha scelto di parlare, quando tanti tacciono. Ha scelto di agire, quando la politica sembra aver dimenticato la propria funzione più alta: quella di proteggere i diritti umani. Macron, nel suo discorso, ha sottolineato che “la sicurezza di Israele non può più essere garantita calpestando i diritti fondamentali dei palestinesi.” Parole forti, parole vere. E non è un caso che siano arrivate mentre nella Striscia di Gaza si muore per fame più che per le bombe, in uno degli assedi più crudeli che la storia recente ricordi.
La Francia rompe l’equilibrismo europeo, quel gioco sterile tra diplomazia attendista e calcolo elettorale. E lo fa da sola. Nessun altro leader europeo ha avuto il coraggio di seguirla, almeno per ora. Giorgia Meloni, ad esempio, resta in silenzio imbarazzato. L’Italia, patria di antiche civiltà e di valori costituzionali fondati sulla pace e sulla giustizia, sembra oggi preferire una neutralità ambigua al coraggio politico.
Non si sono fatte attendere le reazioni. Benjamin Netanyahu ha parlato di “una decisione scandalosa” che “legittima il terrorismo.” Mentre Donald Trump ha definito l’annuncio francese “un insulto a Israele e agli Stati Uniti.” Reazioni prevedibili, scolpite nel marmo di un’alleanza cieca, che rifiuta ogni critica all’operato israeliano come fosse blasfemia politica.
Ma la realtà è un’altra. Non si può più ignorare che nella Striscia di Gaza si sta consumando un genocidio a rallentatore. Migliaia di bambini sono già morti, non solo sotto le bombe, ma per mancanza di cibo, acqua e medicine. La fame non è un effetto collaterale della guerra. È diventata una vera e propria arma di distruzione lenta. E ogni giorno che passa senza una presa di posizione chiara da parte della comunità internazionale, è un giorno in cui quella fame diventa complicità collettiva.
Riconoscere la Palestina non significa sostenere Hamas, né negare a Israele il diritto di vivere in sicurezza. Significa affermare che due popoli meritano la pace, che il diritto internazionale non può essere sospeso a tempo indeterminato. Significa riconoscere i palestinesi come esseri umani, non come una variabile geopolitica.
Certo, il riconoscimento non cambierà da solo la realtà sul campo. I droni non si fermeranno per una dichiarazione ufficiale, i coloni israeliani non smetteranno di espandersi e il blocco economico non si scioglierà dall’oggi al domani. Ma è un primo passo. Un segnale chiaro. La dimostrazione che si può ancora alzare la voce contro l’ingiustizia.
Nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti, sempre più autoreferenziali e condizionati da lobby potenti, l’Europa avrebbe dovuto essere la voce della giustizia. Avrebbe dovuto parlare con una sola voce, forte, umana e coerente. Invece, come spesso accade, si è rifugiata nei comunicati stampa, nelle espressioni di “profonda preoccupazione”, negli appelli generici alla moderazione. Come se la fame dei bambini potesse essere placata con parole tiepide.
Il gesto della Francia mette a nudo la codardia politica degli altri. E pone una domanda scomoda: da che parte della storia vogliamo stare?
Emmanuel Macron ha scelto di stare dalla parte della dignità umana. E per quanto si possa discutere della coerenza della politica francese su altri fronti, questo passo resta storico. In un mondo in cui il cinismo ha spesso la meglio sull’empatia, in cui la politica si fa con i sondaggi e non con i valori, scegliere di riconoscere la Palestina è un atto raro di coraggio e lucidità.
Il tempo dell’ambiguità è finito. Di fronte alla morte, alla fame, alla distruzione sistematica di un popolo, non si può essere neutrali. La neutralità, in questi casi, è complicità. E chi oggi resta in silenzio, domani non potrà dire di non sapere.
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