Mercoledì 30 luglio si è svolto un incontro pubblico ad Aci Castello dal titolo “Mafia e Antimafia, tra riforme e passi indietro”.
Presenti il magistrato Nino Di Matteo, sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia, e il procuratore aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita. A moderare l’incontro è stato il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” Giuseppe Pipitone. I saluti finali sono stati affidati a Giorgio Bongiovanni, direttore di AntimafiDUEMILA. L’evento è stato promosso dal comune di Aci Castello con il coordinamento del consigliere delegato ala cultura Antonio Maugeri. La diretta è stata affidata ad AntimafiaDUEMILA.
L’incontro è iniziato con un passaggio su ciò che accade a Gaza:
“Io credo che quello che sta accadendo a Gaza lo dobbiamo definire nell’unica maniera in cui è corretto definire quello a cui stiamo assistendo: Genocidio. Uno sterminio programmato di un’intera popolazione, l’annientamento di un popolo. Io voglio dirvi una cosa: io credo che da cittadino mi indigno e mi vergogno di quello che è l’atteggiamento non solo ma anche del nostro governo che non ha preso una posizione netta, che continua a vendere armi anche allo stato di Israele, che continua a non volere riconoscere lo stato di Palestina. Io semplicemente vi dico che sono convinto da cittadino e da padre di famiglia, che un giorno i nostri figli, i nostri nipoti, la storia ci chiederà perché non abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare per cercare di contrastare questo Genocidio.”
Con queste parole Nino Di Matteo ha voluto iniziare l’incontro, sollecitato dal giornalista.
Successivamente si è entrati nel vivo del tema dell’incontro: si è parlato di riforme, di sentenze, di commissione antimafia e di carceri cercando di capire se ciò che sta avvenendo negli ultimi anni, tra riforme e gestione, stia facendo passi in avanti o si stia tornando indietro.
Parlando della commissione antimafia il sostituto procuratore alla DNA afferma:
“Il mio convincimento è che stia allontanando, probabilmente definitivamente, la possibilità di arrivare ad una verità completa sulle stragi. Da 30 anni di inchieste e processi noi possiamo ricavare un dato essenziale: con probabilità ormai vicina alla certezza storica cosa nostra non agì da sola. Quelle stragi hanno avuto una valenza politica e sono state compiute anche grazie alla partecipazione di uomini esterni a Cosa Nostra nella fase ideativa, organizzativa e perfino esecutiva. Le stragi non sono state fatte per un motivo di vendetta, ma per un’esigenza politica: oggi lo possiamo dire perché lo dicono alcune sentenze definitive. Non si può accettare un approccio in cui le sette stragi non vengano collegate tra loro. Non si può capire perché è stato ucciso Paolo Borsellino se non si capisce perché è stato ucciso Giovanni Falcone e perché nel 1993 gli stessi personaggi che hanno avuto un ruolo nella strage di via d’Amelio, per esempio i fratelli Graviano, sono stati i protagonisti delle bombe nel Continente. Perché la commissione Antimafia sta allontanando la possibilità di avere la verità sulle stragi? Questa è un’opera di cancellazione su tanti elementi che sono emersi. È un’opera di riscrittura che temo essere collegata al volere dare una visione tranquillizzante all’opinione pubblica.
Dimenticatevi le stragi, facciamo finta di onorare Falcone e Borsellino e abbandoniamo tutte quelle piste che portano alla partecipazione di soggetti esterni. Stiamo stiamo assistendo ad un’opera di rappresentazione minimalista dei moventi e delle cause dello stragismo del 1992 – 1993. Stiamo assistendo da tutti i punti di vista ad una sorta di volontà di chiudere un capitolo.
La commissione antimafia non si occupa più del contesto stragista, non vuole più sapere perché le stragi del ’93, come dicono le sentenze di Firenze, hanno avuto anche una valenza terroristica con lo scopo di gettare nel panico il popolo italiano per indurre lo Stato a trattare. E chi, invece propone un approfondimento anche su questo, scatta una sorta di ‘redde rationem’ e vogliono introdurre una legge per renderlo incompatibile con il suo ruolo di parlamentare componente della commissione antimafia. La rappresentazione politica sarà quella che le stragi sono opera solo di Cosa Nostra e di qualche imprenditore della Prima Repubblica colluso con i mafiosi. Dobbiamo dimenticare la possibilità di completare il percorso di verità sulle stragi: avete condannato gli esecutori materiali? Basta, fermatevi, non ci interessa più.”
Inoltre il procuratore rammenta le varie audizioni di Mario Mori e di come, una volta la notizia dell’indagine che lo coinvolge a Firenze, viene ricevuto dal sottosegretario alla presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano, per dichiarargli la sua solidarietà.
Il magistrato Sebastiano Ardita, tra le altre cose visto il suo precedente ruolo al DAP, ha approfondito la situazione carceraria e giustizia:
“Il carcere è un luogo di operazioni oscure. È un luogo nel quale dai tempi del terrorismo, poi con la mafia, sono avvenuti non dico i peggiori baratti, ma i peggiori passi indietro dello Stato in molte circostanze. Purtroppo il sistema penale italiano è fatto in modo tale per cui una sentenza di condanna è una affermazione soltanto cartolare. Una condanna a dieci anni in realtà presuppone una indicazione sbagliata, perché esistono strumenti che consentono di erodere questa quantità di pena. E dieci anni sono una pena rilevante, perché devi avere commesso un reato veramente molto grave.
Eppure, attraverso diversi espedienti questi si riducono. E poi una legge del 2012 ha aumentato a 75 il numero di giorni che vengono scontati per ogni anno trascorso in detenzione. In questo modo sono usciti dal carcere soggetti che erano stati arrestati per gravissimi reati nei primi anni ’90, anche per omicidi di mafia e una volta usciti dal carcere questi soggetti hanno commesso reati altrettanto gravi, anche di sangue. Sono stati riarrestati e sono usciti dal carcere nuovamente.
E noi oggi siamo alle prese con la terza o quarta tornata di arresti di persone, che sono state riconosciute colpevoli di reati di mafia, spesso anche di reati di sangue. Questo non un effetto della democrazia, come viene raccontato, ma dell’anarchia. Sono cioè il risultato della incapacità di misurare il rapporto che esiste tra sicurezza e libertà in uno Stato, che è il principio della democrazia. Le democrazie si caratterizzano per avere un giusto equilibrio tra sicurezza e libertà.
Occorre la certezza del diritto, occorre la sicurezza pubblica e questa sicurezza e questa certezza ovviamente non devono opprimere il cittadino fino al punto da rendere impossibile la vita ma neanche devono consentire a persone che commettono gravi reati di rimanere del tutto impunite.”
Si è parlato poi di riforme, separazione delle carriere, carceri di massima sicurezza e della mancanza di controllo del potere e sul dovere di un magistrato di informare i cittadini.
Una chiusura, che racchiude tutto, è stata fatta dal direttore di Antimafia Duemila, Giorgio Bongiovanni:
“Finché ci sono questi magistrati, queste persone delle istituzioni, vale la pena restare a combattere e resistere in questo Paese”
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