Marisa Manzini, sostituto procuratore generale di Catanzaro. È stata premiata alla prima edizione del Premio Nazionale Pier Paolo Pasolini. Quali sono le sensazioni e quanto è importante che si svolgano eventi come questo?
Questo premio è per me motivo di grande emozione. Il nome di Pier Paolo Pasolini richiama il coraggio di dire la verità, di difendere la libertà di pensiero e di non piegarsi ai compromessi. Si tratta di valori che sento vicini alla mia esperienza professionale e umana.
Eventi come questo, per il quale va davvero ringraziata l’associazione Dioghenes APS, sono estremamente importanti, direi fondamentali, perché rappresentano non solo, e di questo sono grata, un riconoscimento individuale, ma anche un momento di riflessione collettiva sulla rilevanza della cultura, sulla importanza della giustizia e dell’impegno civile.
Rafforzano quel legame tra istituzioni e cittadini che deve essere alla base del vivere democratico.
“Il coraggio di Rosa. Storia di una donna che ha ripudiato la ‘ndrangheta”. È questa la sua opera che è stata premiata. Di cosa parla nel libro e quale è la situazione attuale dei Testimoni di Giustizia?
Nel libro “Il coraggio di Rosa. Storia di una donna che ha ripudiato la ‘ndrangheta” racconto la storia di una donna che, dopo aver vissuto sulla propria pelle la violenza e il silenzio imposto da una famiglia di ndrangheta, decide di rompere il muro dell’omertà.
La scelta di denunciare rappresenta certamente una decisione coraggiosa; si tratta di un percorso difficile che implica, talvolta, rinunciare alle proprie radici. E’ una decisione che cambia per sempre la vita. La storia che racconto è frutto di fantasia – non esiste e non è mai esistita Rosa – che prende spunto, però, dalla mia esperienza professionale di magistrato della direzione distrettuale antimafia. Con quel ruolo ho avuto modo di conoscere donne appartenenti a famiglie di ndrangheta che hanno avuto coraggio e, per salvare se stesse e i propri figli da un futuro di soprusi e di violenza, hanno scelto coraggiosamente la strada della collaborazione. Rosa potrebbe essere una di queste donne.
Per quanto riguarda la condizione attuale dei testimoni di giustizia, posso dire che ci sono stati senza dubbio progressi legislativi; oggi esistono leggi che prevedono protezione, sostegno economico, inserimento lavorativo oltre a programmi di tutela specifici.
Il vero problema è che la pratica spesso resta carente. Molti testimoni segnalano che le promesse non sempre si trasformano in fatti: difficoltà ad avere un alloggio sicuro, problemi nel mantenere una identità protetta, precarietà economica, isolamento sociale. In alcuni casi, poi, la figura del testimone di giustizia è stata confusa con quella del collaboratore di giustizia, con conseguenze negative per il riconoscimento dei diritti e della tutela.
E’ insomma importante che il sistema di protezione con resti solo sulla carta, ma venga garantito concretamente.
Nel corso del tempo sono state approvate, e sono in corso d’approvazione, diverse riforme sulla giustizia o riforme inerenti al mondo della giustizia: separazione delle carriere, rimozione dell’abuso d’ufficio, limitazioni alle intercettazioni, è stato rimodulato il traffico d’influenze e, con la riforma Cartabia, è entrata in gioco pure l’improcedibilità. Ma sono questi gli strumenti che vi servono per fare il vostro lavoro? Se è no, cosa vi serve nel concreto?
Le riforme che lei ha citato toccano aspetti fondamentali del sistema giustizia, ma la domanda che i cittadini devono porsi è: servono davvero a migliorare il sistema?
Dal punto di vista di chi opera quotidianamente in magistratura, la vera necessità è avere strumenti concreti ed efficaci per rendere la giustizia più rapida, più vicina ai cittadini e soprattutto più certa. In questo senso, ciò che serve non è tanto una riforma dietro l’altra, ma investimenti seri sull’organizzazione degli uffici, sul personale amministrativo, sulle strutture informatiche, sul numero dei magistrati. Penso, ad esempio alla necessità di ridurre i tempi dei processi non con meccanismi che rischiamo di determinare la estinzione dei procedimenti, ma garantendo risorse adeguate per smaltire l’arretrato e strumenti tecnologici che velocizzino la gestione degli atti. Le intercettazioni, poi, sono uno strumento imprescindibile nelle indagini contro la criminalità organizzata e la corruzione: limitarle significa rendere più difficile l’accertamento della verità.
Io penso che ciò che davvero è necessario è un sistema giustizia che funzioni sul piano pratico: personale preparato, uffici efficienti, strumenti investigativi adeguati e, ma questa è una mia opinione, una maggiore stabilità normativa. Questo consentirebbe di fare un passo avanti e servirebbe a rendere la giustizia più celere, con risposte più pronte ai cittadini che reclamano giustizia.
La ‘ndrangheta nel corso del tempo si è evoluta arrivando ad occupare adesso tutti e 5 i continenti, rapporto diretto con i narcotrafficanti e si è ramificata nel mondo dell’economia. Cosa sappiamo oggi sulla ‘ndrangheta e quale è stata la sua evoluzione?
Oggi e’ ormai chiaro, le numerose indagini svolte lo dimostrano, la ndrangheta non è più soltanto un prodotto del territorio calabrese, di pertinenza solo della Calabria; e’ piuttosto una vera e propria holding internazionale del crimine. Nel corso del tempo è riuscita a trasformarsi; da fenomeno locale, caratterizzato da riti arcaici e legami familiari, si è evoluta fino a diventare uno dei principali interlocutori dei cartelli del narcotraffico sudamericano. Questo le ha garantito enormi disponibilità economiche e una capacità di penetrazione senza eguali.
La sua forza non è soltanto nella violenza o nell’omertà, ma soprattutto nella straordinaria capacità di infiltrarsi nell’economia legale.
Oggi la ndrangheta è in grado di investire in settori strategici: edilizia, logistica, grande distribuzione, ristorazione , turismo, energie rinnovabili, fino ai mercati finanziari internazionali. E’ proprio questa commistione tra economia pulita ed economia criminale a renderla così pericolosa: il denaro si mimetizza con quello lecito, alterando la concorrenza e indebolendo lo Stato.
L’evoluzione della ndrangheta è duplice, quindi. Da un lato resta ancorata a riti, vincoli di sangue e un controllo del territorio diffusissimo, soprattutto in Calabria; dall’altro ha saputo globalizzarsi, costruendo relazioni d’affari con gruppi criminali di ogni continente. Vi è da dire che le indagini dimostrano che il legame con la terra di origine continua ad essere fortissimo, le regole e i disvalori che l’hanno fatta crescere continuano ad essere le fondamenta e questo mi ha portato, in particolare, a ritenere (e l’ho espresso proprio in “Donne custodi, Donne combattenti” e poi, nella forma narrativa del romanzo con “Il coraggio di Rosa”) che la sua forza si nutre dei legami di sangue e la donna ha un ruolo di assoluta rilevanza nella perpetuazione della ndrangheta.
Questa consapevolezza se, da una parte, ci porta a capire che il contrasto alla Ndrangheta non può essere solo locale o nazionale, ma deve avere una dimensione internazionale, d’altro canto, ci deve convincere della indispensabilità di un cambiamento di cultura che parta dalle scuole, che consenta ai giovani di conoscerla, alle ragazze e ai ragazzi di capirne i danni che la su esistenza rappresenta nel presente e nel futuro e, soprattutto, alle giovani donne, figlie di famiglie di ndrangheta di capire che la perpetuazione dei valori criminali è soprattutto loro responsabilità.
L’educazione dei figli a valori sani porterebbe certamente alla lenta ma inesorabile fine della ndrangheta.





