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Rapporto Svimez. Mafie: 61 miliardi riciclati in 15 anni. L’80% finisce al centro-nord

Pubblicato il rapporto Svimez, associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, che studia le trasformazioni economiche e sociali del Mezzogiorno e i divari territoriali in Italia e in Europa. Un approfondimento viene fatto pure sull'impatto della criminalità organizzata.

by Antonino Schilirò
30 Novembre 2025
in Approfondimenti
Reading Time: 9 mins read
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Le indagini degli ultimi anni confermano un quadro ormai strutturale: le mafie investono sempre più nell’economia legale, sfruttando mercati e strumenti finanziari ordinari per ripulire capitali illeciti e mimetizzarsi nel tessuto produttivo. Un fenomeno che altera concorrenza e localizzazione degli investimenti, alimentando un intreccio crescente tra economia criminale e imprese.

L’analisi Svimez in collaborazione con la Guardia di Finanza sui reati economici dal 2010 al 2024 evidenzia un dato chiave: 61,4 miliardi di euro riciclati, secondo gli accertamenti delle Fiamme Gialle.

La geografia del fenomeno sorprende solo in parte: 29,8 miliardi al Nord, 20,3 miliardi al Centro, e 11,3 miliardi nel Mezzogiorno. Oltre l’80% dei capitali sporchi trova quindi sbocco nelle regioni più ricche, in particolare Lazio, Toscana, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. Sempre nello stesso periodo, il Nord guida anche per numero di denunce per riciclaggio – reato spia delle infiltrazioni nell’economia legale – con 14.375 segnalazioni, contro 10.307 del Centro e 11.847 del Sud.

Un segnale della crescente capacità delle organizzazioni criminali di spostare e investire altrove i propri capitali, seguendo le opportunità dei mercati più dinamici. Nel Mezzogiorno, invece, la presenza mafiosa continua a manifestarsi soprattutto nel controllo del territorio. L’usura resta il reato più indicativo: 2.739 denunce al Sud, a fronte di 1.175 nel Centro e 1.401 al Nord. Un divario che riflette il radicamento storico delle principali organizzazioni criminali nelle regioni di origine, dove l’intimidazione e la “reputazione sociale” continuano a garantire potere e consenso.

Il rapporto nel dettaglio

Viene citata la relazione della DIA del 2024:

“Non di rado, l’accentuazione della vocazione economica delle consorterie si sposa, soprattutto nelle regioni trainanti per l’economia ove maggiore è la presenza imprenditoriale e più vivaci gli scambi finanziari, con la determinazione di evadere il fisco da parte di alcuni titolari di imprese che tendono ad aggirare le regole della libera concorrenza, ignorando i comportamenti fiscalmente corretti. Si tratta di fenomeni difficili da intercettare poiché in molti casi gli imprenditori, piuttosto che incolpevoli vittime dei mafiosi, ne diventano in qualche modo conniventi e complici.

Quando, infatti, le tangenti frutto della prevaricazione delle consorterie vengono coperte da fatture fittizie, trasferendo il costo della mazzetta sul piano fiscale, si ottiene la convenienza da parte dell’imprenditore vittima a non denunciare l’estorsione”.

Inoltre viene lanciato un allarme Europeo: manca il monitoraggio.

Infatti quantificare l’entità degli investimenti della criminalità organizzata nell’economia legale, attribuendo loro un “peso” effettivo in termini economici e territoriali, rappresenta un compito complesso. Nonostante l’Italia sia il paese che, più di ogni altro in Europa, ospita organizzazioni mafiose radicate nel tessuto sociale e con proiezioni internazionali, manca tuttora un sistema unitario di monitoraggio. Non esiste infatti un centro di raccolta e integrazione dei dati provenienti dalle indagini delle procure, dalle attività investigative e dai diversi organismi di contrasto.

La distribuzione percentuale degli importi accertati per reati di riciclaggio evidenzia nel periodo 2010- 2024 un’evoluzione significativa della geografia del fenomeno interna al Centro-Nord. Nella fase iniziale prevale il Centro, dove tendono a prevalere gli investimenti immobiliari, come canali privilegiati per il reimpiego di capitali illeciti. A partire dal 2017 si osserva un progressivo rafforzamento del Nord, con l’eccezione del 2021; un’evidenza che sembrerebbe suggerire la crescente capacità delle organizzazioni criminali di infiltrarsi nei contesti economici più sviluppati.

I beni sequestrati e la presenza delle mafie

Tra il 2010 e il 2024, sono stati sequestrati beni riconducibili alla criminalità organizzata per un valore complessivo di circa 90 miliardi di euro. A differenza di quanto osservato per il riciclaggio accertato, il valore più elevato si registra nel Mezzogiorno, con 46,4 miliardi di euro, pari a circa la metà del totale nazionale, seguito dal Nord con 25,3 miliardi e dal Centro con 18,3 miliardi. La distribuzione territoriale dei sequestri mostra, al di là delle oscillazioni annuali, una progressiva convergenza tra Mezzogiorno e resto del Paese.

Ciò conferma come, anche sul fronte dei sequestri, le mafie abbiano consolidato la capacità di reinvestire capitali illeciti nelle aree più sviluppate, indirizzandoli verso operazioni finanziarie, acquisti immobiliari, partecipazioni in piccole e medie imprese manifatturiere e agricole, e attività commerciali. Si tratta di investimenti che consentono di occultare l’origine criminale dei capitali e di radicare progressivamente le reti economiche mafiose anche nei territori a maggiore densità produttiva e finanziaria.

La presenza delle mafie al Sud resta molto legata al controllo del territorio. I dati elaborati dalla Svimez in collaborazione con la Guardia di Finanza confermano una preponderanza di alcune tipologie, legate al controllo del territorio. Al Sud, dal 2010 al 2024, sono state 2.739 le denunce per usura, al Centro 1.175 e al Nord 1.401 L’usura è un reato tipico della presenza forte nel tessuto sociale della criminalità organizzata e i dati dimostrano che da questo punto di vista resta un forte divario tra le aree del Paese dovuto al radicamento delle quattro grandi mafie nelle loro aree di origine e dal quale comunque traggono potere ma anche “prestigio” sociale. In questo senso si esprime il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo quando descrive “…la straordinaria forza silenziosa dell’’’espansione delle reti di impresa che sono progressivamente attratte dal crimine organizzato…”.

E quindi rileva come “…nel tempo è cresciuto un tessuto di imprese che serve le esigenze di espansione affaristica del crimine organizzato e che, a sua volta, consente di generare profitti e di espandersi, ma di generare anche consenso sociale e nuove forme di rappresentanza e tutela tecnica e non solo tecnica degli interessi criminali sottostanti. Persino la leadership dei cartelli mafiosi si definisce su questo versante perché è del tutto evidente che per assumere posizioni di leadership nei grandi cartelli criminali bisogna essere capaci di occupare posizioni di controllo e regia di estese e ramificate reti di imprese”.

Un indicatore di natura più generale che mette in luce la radicata presenza delle mafie nel Mezzogiorno è rappresentato dalle denunce per reati legati alla criminalità organizzata. Nel periodo 2010-2024, si contano 7.175 denunce nel Mezzogiorno, contro 2.095 nel Centro e 1.894 nel Nord, a conferma di una netta prevalenza delle regioni meridionali. La distribuzione percentuale mostra infatti come il Mezzogiorno concentri stabilmente oltre la metà delle denunce in tutti gli anni considerati, con valori che oscillano tra il 60 e il 90% del totale nazionale.

Il Centro e il Nord presentano invece quote più contenute e irregolari, con aumenti solo episodici in alcuni anni. Questo andamento riflette non solo la persistenza strutturale delle organizzazioni criminali nei territori d’origine, ma anche una maggiore capacità di rilevazione e di intervento investigativo da parte delle forze dell’ordine in contesti dove il fenomeno è storicamente più radicato. Allo stesso tempo, pone un interrogativo di natura culturale e istituzionale: le poche denunce registrate al Nord sono davvero indice di una minore pervasività mafiosa o, piuttosto, segnalano forme più sofisticate e meno visibili di presenza criminale, difficili da intercettare e denunciare?

Oggi la ‘ndrangheta ha legami anche in territori che storicamente erano base di altre potenti mafie. Nel 2024 sono stati emanati 138 provvedimenti interdittivi antimafia da prefetture al di fuori della Calabria (alcuni dei quali in aree d’origine di altre matrici criminali quali Sicilia, Puglia, Campania, Lazio e Basilicata).

“Tali misure testimoniano la marcata propensione delle cosche a infiltrarsi e a condizionare, in maniera preponderante, i settori agroalimentare, la produzione e il commercio all’ingrosso e al dettaglio di prodotti alimentari, l’edilizia, il turismo e la ristorazione, nonché il settore estrattivo e dei trasporti nelle Province calabresi; mentre, in ambito extra‐regionale, l’intervento si concentra nei settori agricolo, turistico‐ricettivo, della raccolta dei rifiuti, delle costruzioni edili, del trasporto merci, del commercio al dettaglio, della farmaceutica, della somministrazione di alimenti e bevande e del noleggio di autovetture”.

viene scritto nella relazione della DIA 2024

E in uno scenario di elevato controllo del territorio, emerge anche l’influenza nella “politica” della ‘ndrangheta. Come hanno evidenziato diverse inchieste sullo scambio elettorale politico-mafioso, nelle quali è emerso come per la ‘ndrangheta l’influenza politica sia uno strumento in grado di garantire utilità a prescindere dai soggetti eletti. Nel 2024 sono stati emanati tre provvedimenti di scioglimento di Consigli comunali – relativi a Tropea, Cerva e Stefanaconi, oltre all’affidamento della gestione dell’Azienda sanitaria di Vibo Valentia 1 a una commissione straordinaria.

Sul fronte della mafia siciliana la maggior parte dei provvedimenti antimafia (123) sono stati adottati nelle province dell’area occidentale della Regione, dove sano emersi in prevalenza tentativi di infiltrazioni in società o aziende operanti nei settori dell’edilizia, della ristorazione ed affini, del settore sanitario e in quello dei servizi funebri, dei servizi per la manutenzione di strade ed autostrade, del trasporto merci su strada e del settore agricolo (coltivazioni agricole nonché allevamento di animali).

In particolare, il prefetto di Palermo ha emesso 38 provvedimenti interdittivi antimafia nei confronti di società, prevalentemente attive nei settori dell’edilizia, del commercio all’ingrosso di bevande, commercio al dettaglio di prodotti alimentari, servizi di agenzie funebri, della ristorazione, servizi di ambulanze, trasporto di merci su strada, noleggio di autovetture, lavaggio degli autoveicoli, nonché del settore agricolo (coltivazione prodotti agricoli, allevamento di bovini).

Il Prefetto di Trapani ha emesso 3.315 provvedimenti interdittivi antimafia nei confronti di società, prevalentemente attive in settori connessi alle coltivazioni viticole, dei frutti oleosi e dei cereali, imprese operanti nel settore delle costruzioni edili e del movimento terra, nel settore delle lavorazioni di prodotti agricoli, nel commercio all’ingrosso di frutta e verdura, nel settore degli autotrasporti, nel settore delle agenzie funebri, in relazione ai quali, approfonditi accertamenti hanno consentito di rilevare elementi di contiguità nonché tentativi di infiltrazioni da parte di talune consorterie della Provincia.

Nella Sicilia orientale sono stati 78 i provvedimenti, 24 emessi dai prefetti nei confronti di società, attive in svariati settori economici, a serio rischio di infiltrazione mafiosa poiché riconducibili, in maniera diretta o indiretta, a soggetti ritenuti contigui ad ambienti mafiosi.

In particolare, il prefetto di Catania ha emesso 40 provvedimenti, 25 dei quali hanno rilevato un forte rischio di infiltrazione e di condizionamento da parte delle organizzazioni criminali cittadine, prevalentemente nei settori dell’edilizia, dei trasporti, dei servizi, del turismo, del commercio al dettaglio e all’ingrosso di prodotti di varia natura merceologica, anche itinerante, della vendita online, dell’allevamento e della coltivazione, della produzione e commercializzazione di imballaggi per prodotti ortofrutticoli, della ristorazione, della distribuzione di carburanti.

Anche per la Camorra le interdittive arrivano quasi tutte da prefetture della Campania, che nel corso del 2024 hanno adottato, complessivamente, 240 misure interdittive antimafia, di cui 232 nelle sole province di Napoli e Caserta. Ma attenzione. Nelle relazioni della Dia e della Direzione nazionale antimafia (Dna), raccolte nella banca dati del Ministero dell’Interno emerge un aumento complessivo notevole, e per tutte le mafie, di richieste di verifiche al Nord. Un segnale di una “migrazione” da Sud verso Nord anche del contesto mafioso.

L’allarme lanciato: manca una centrale unica di monitoraggio

Sul fronte delle politiche di contrasto al fenomeno criminale nel Paese nella sua interezza, una richiesta unanime arriva dalla Dna, attraverso il procuratore capo Giovanni Melillo, e anche dalla Dia: la necessità di una rete che metta insieme dati e conoscenze delle varie realtà investigative. In Italia non esiste una centrale unica e spesso le notizie investigative, acquisite o arrivate in atti pubblici come sentenze, non vengono inserite in un sistema unico: non esiste, ad esempio, un database unico dei sequestri o del riciclaggio accertato da tutte le forze investigative

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Appassionato di politica e lotta alle mafie conduco, insieme al giornalista Giuseppe Notaro, la rubrica online sui social "Informazione Antimafia". Responsabile comunicazione dell'associazione Dioghenes Aps, con sede distaccata aperta a Maletto (CT). Inviato dell'emittente televisiva siciliana Telemistretta Collaboratore del giornale online della Generazione Z progressista.io

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