C’è un modo nuovo, disarmante e imprevedibile per raccontare la Camorra: farla osservare da un animale che non conosce la malvagità, che non ha categorie morali da opporre, che non sa mentire.
In “I racconti di un cane camorrista” di Pasquale Ferro, pubblicato da Ilmondodisuk, la voce narrante è quella di Pacchiana, una fragile cucciola di yorkshire trascinata – senza possibilità di fuga né colpa – dentro il ventre molle della quotidianità criminale.
Un’idea narrativa che è insieme colpo di teatro e lente d’ingrandimento: perché chi guarda senza filtri, spesso vede più lontano.
La Camorra dal basso, dove la violenza è routine e non eccezione
Ferro costruisce un romanzo che scarnifica il potere mafioso mostrandolo non nei salotti della strategia criminale, ma nelle cucine, nei cortili, nei saloni pacchiani, dove il lusso diventa caricatura e la brutalità un linguaggio domestico.
La casa del boss don Gennaro Misericordia è un mondo che trabocca di cattivo gusto, ignoranza ostentata, ipocrisia religiosa, relazioni deformate e silenzi che pesano come pietre. È lo specchio di un potere che non ha nulla di epico: è solo violenza, paura, ottusità.
E Pacchiana, obbligata a vivere in quell’ambiente, diventa una testimone innocente, una ferita aperta che osserva l’umanità nel suo lato più deturpato.
Episodi che colpiscono come pugni: l’infanzia deformata, la ferocia gratuita, l’amore malato
Il romanzo procede per quadri narrativi, ognuno più tagliente del precedente. C’è la bambina che vorrebbe far combattere la cucciola con una tigre. C’è la moglie del boss, consumata da una relazione clandestina che può costarle la vita. C’è Catena, creatura luminosa e tragica, imprigionata in un amore tossico. Ci sono i bambini, che ripetono come eco la violenza degli adulti.
E c’è una scena che meriterebbe un film: la confessione del boss a un prete sordomuto, un capovolgimento grottesco e poetico insieme che mette a nudo la logica spietata della criminalità.
Ferro non cerca il sensazionalismo: sa che la violenza più inquietante è quella che sembra normale.
Susumella: la memoria che brucia, la Camorra che non muore mai
Tra i personaggi più intensi emerge Susumella, l’anziana matriarca che parla come un’ombra affiorata dal passato.
Il suo racconto, apparentemente sconclusionato, è invece un ponte tra Ottocento e presente, ricordando che la Camorra non nasce dall’improvvisazione ma da una lunga tradizione di dominio, povertà, complicità sociali.
Una voce che sembra dire: «Niente nasce dal nulla. Il male, quando non lo estirpi, mette radici che arrivano fino a qui».
È uno dei momenti più potenti del romanzo.
La speranza è piccola, ma esiste: si chiama Annie
Nel finale – un turbine di vendette, memorie, rivelazioni – compare Annie, una presenza luminosa che rappresenta la possibilità di cambiare rotta. Per lei, per Pacchiana, per tutte le anime schiacciate dalla brutalità, un altro destino è possibile. Il romanzo si chiude con una frase che è quasi un manifesto civile:
«È come il vaso di Pandora: una volta aperto, la cattiveria e la malvagità si espandono, sul fondo rimane solo una cosa… la speranza».
È quella speranza che tiene in vita Pacchiana e, forse, anche chi legge.
Un romanzo che denuncia, commuove e costringe a guardare dove non vorremmo guardare
“I racconti di un cane camorrista” non è una favola nera. È un atto d’accusa. È una storia di legalità, di resistenza, di umanità violata, raccontata da chi non può difendersi: un cane.
E proprio questa scelta radicale rende il libro necessario. Perché solo chi resta puro può mostrarci quanto siamo diventati complici.
Scheda del libro
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Titolo: I racconti di un cane camorrista
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Autore: Pasquale Ferro
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Casa editrice: Ilmondodisuk
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Genere: Narrativa contemporanea
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Pagine: 160
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Prezzo: 15,00 €
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ISBN: 978-8896158210





