Era nove anni fa quando la Procura Nazionale Antimafia mise nero su bianco, in una relazione semestrale, che il concetto di ecomafia era da considerarsi superato. La fase delle infiltrazioni mafiose in un’economia sostanzialmente sana apparteneva già al passato, le mafie sono manager, soggetti e attori economici forti, esiste un capitalismo e una gestione dell’economia che vanno molto oltre il solo concetto di infiltrazioni.
Le mafie guidano aziende, si arricchiscono anche nell’economia legale, agiscono le leve del comando di settori dell’economia, sono manager e padroni di aziende. La borghesia mafiosa teorizzata dopo l’Unità d’Italia si è ormai plasticamente realizzata nell’epoca moderna capitalista.
La confisca di beni a soggetti accusati di appartenere a consorterie mafiose sarebbe, ormai da decenni, una delle leve più importanti nel contrasto alle mafie, le colpiscono al cuore, spezzano la principale catena di tutto questo. Quando la legalità è tale, quando non si devia (citando sempre quella relazione della Procura Nazionale Antimafia) dal solco della legalità.
Così, purtroppo, non è da tempo. È agli atti, alla storia della Sicilia e dell’Italia intera l’epopea di Silvana Saguto, paladina dell’antimafia rivelatasi poi altro. Come l’altro grande cavaliere dell’antimafia oggi caduto, Antonello Montante, per quanto i padrini politici di quel sistema sono tutto tranne che decaduti e tra i tanti amici e amici degli amici molti sono in sella e se ricordi cosa è emerso nelle aule di tribunale su quel sistema appaiono a dir poco irritati e irascibili. C’è persino chi afferma che ci si sporca se si parla allo stesso tavolo di chi ha scritto libri sul sistema Montante e i suoi illustri amici.
Montante condannato per il suo “Sistema” ma la Cassazione salva il “Sistema”
A Barcellona Pozzo di Gotto è emerso nei mesi scorsi, grazie alle inchieste di Roberto Disma e Sara Cozzi in collaborazione con l’Associazione Antimafie Rita Atria e Teatro alla Lettera, la vicenda di un altro bene confiscato alle mafie ma in realtà rimasto sempre nelle mani del clan. Terra in cui si intrecciano mafie, massonerie, pezzi dello Stato e dell’economia in relazioni di potere, città in cui un ex collaboratore di giustizia è stato arrestato l’estate scorsa dopo che interrogativi pesanti erano stati già posti su di lui anni e anni fa. E si intrecciano silenzi, giramenti di testa, indifferenza, urla da parata che “improvvisamente” non sono neanche miagolii.
In questi mesi sono uscite le prime due puntate dell’inchiesta sull’azienda Ofria.
Azienda sotto amministrazione giudiziaria guidata da famiglia legata a Cosa Nostra
Azienda sotto amministrazione giudiziaria guidata da famiglia legata a Cosa Nostra
Nel processo in corso unica parte civile, nel silenzio di tanti anche tra istituzioni e “antimafia”, l’Associazione Antimafie Rita Atria. Che nei giorni scorsi ha reso noto quanto sta emergendo, su come c’è stata dopo la confisca una continuità gestionale e addirittura i profitti potrebbero essere aumentati grazie alla «copertura formale» della legalità. Emerge, sottolinea l’Associazione Antimafie Rita Atria, un contesto gravissimo.
Questo il comunicato dell’Associazione Antimafie Rita Atria inviato dopo l’ultima udienza.
PROCESSO OFRIA: depositata all’udienza dell’11 dicembre la comparsa conclusionale.
L’Associazione Antimafie Rita Atria comunica che durante l’udienza dell’11 dicembre è stata depositata la comparsa conclusionale nel processo a carico di Salvatorie Ofria e numerosi correi accusati – a vario titolo – di estorsione aggravata, appropriazione indebita, distrazione di beni confiscati, concorso esterno e partecipazione alla “famiglia mafiosa dei barcellonesi”.
L’atto è stato predisposto e presentato dall’Avv. Valentino Gullino. Presente all’udienza anche la nostra vicepresidente Dott.ssa Nadia Furnari.
Il contesto delineato dalla Procura della Repubblica è gravissimo: il Procuratore Capo, Dott. Antonio D’Amato, ha infatti dichiarato che non solo vi sarebbe stata continuità nella gestione dell’impresa confiscata Bellinvia da parte degli stessi soggetti mafiosi, ma che i profitti sarebbero addirittura aumentati probabilmente grazie alla “copertura” formale della legalità. 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐯𝐢 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚𝐭𝐚 𝐁𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧𝐯𝐢𝐚
La comparsa conclusionale ricostruisce una realtà in cui: un bene simbolo della vittoria dello Stato sarebbe rimasto, di fatto, nelle mani dei mafiosi cui era stato sottratto; l’amministratore giudiziario non avrebbe impedito né contrastato tale controllo; pressioni e condizionamenti mafiosi avrebbero continuato a influenzare lavoratori, imprenditori e cittadini.
Si tratta di una vicenda che mette in discussione lo stesso senso dell’azione antimafia e che svela un paradosso: ciò che doveva essere un presidio di giustizia è diventato uno strumento di rafforzamento dell’organizzazione criminale.
Ciò che rende questa vicenda ancor più inquietante è il quasi totale silenzio che la circonda.
In un territorio come il messinese – più volte ferito dalla presenza e dalla violenza delle organizzazioni mafiose – un processo di questa portata non ha ricevuto l’attenzione che meriterebbe.
Non da parte della politica, che sembra aver scelto di non vedere; non da buona parte della società civile, che non percepisce più la gravità di fenomeni che dovrebbero indignare; non dai media (ad eccezione di Lamia Inchieste e di pochi altri) che hanno relegato la vicenda a spazi marginali, come se non riguardasse il presente e il futuro di un’intera comunità.
La normalizzazione della presenza mafiosa, l’assuefazione al condizionamento criminale e l’indifferenza verso il destino dei beni confiscati sono segnali allarmanti che non possiamo ignorare.
La gestione mafiosa di un bene confiscato è un messaggio devastante per i cittadini: significa dire che nulla cambia, che la mafia può sottrarre allo Stato ciò che lo Stato le ha sottratto. Ma è altrettanto devastante l’assenza di una reazione collettiva.
Questo processo dovrebbe essere un punto di riferimento per tutto il territorio, un momento di riflessione profonda sulla legalità, sulla giustizia e sulla responsabilità delle istituzioni.
L’Associazione conferma che continuerà a seguire, con fermezza, ogni fase del processo insieme ai propri legali (Gullino, D’Antona) , affinché venga riaffermato il primato della legge e affinché i beni confiscati tornino davvero a essere strumenti di libertà e non di oppressione mafiosa.





