Martin Luther King disse che gli faceva paura più il silenzio degli onesti che la violenza dei malvagi. A Barcellona Pozzo di Gotto nei giorni scorsi in tribunale ha avuto i primi sviluppi una vicenda che dimostra quanto è attuale quel monito. Una vicenda in cui si intrecciano silenzi, giramenti di testa, indifferenza, urla da parata che “improvvisamente” non sono neanche miagolii.
Siamo in una terra in cui si intrecciano mafie, massonerie, pezzi dello Stato e dell’economia in relazioni di potere, città in cui un ex collaboratore di giustizia è stato arrestato l’estate scorsa dopo che interrogativi pesanti erano stati già posti su di lui anni e anni fa.
Siamo nella Sicilia che è stata, ed è ancora, la terra di Antonello Montante e Silvana Saguto. Un sistema di potere, dossieraggio, vassallaggio su cui gli imbarazzi restano tanti e molti continuano a far finta nulla sia accaduto in tribunale (anni fa su facebook c’è chi ha definito Montante un nuovo Libero Grassi perseguitato, persona che gravita in ambienti “antimafia”) e aveva padrini e dominus politici.
Montante condannato per il suo “Sistema” ma la Cassazione salva il “Sistema”
Una gestione dei beni confiscati che ha costruito carriere, affari, in cui interessi di consorteria hanno dominato in lungo e in largo.
«Una Brusca faccenda» è l’inchiesta pubblicata l’estate scorsa da Lamia Inchieste, inchiesta su quello che neanche l’antimafia “ufficiale” e di grido ha mai cercato. Loro l’hanno, invece, trovato.
«Giovanni Brusca è libero. Le autorità competenti mantengo alta l’attenzione, forse per il sospetto di un patrimonio che non sarebbe stato scalfito negli anni. Sono ancora molti gli interrogativi che ruotano intorno alla sua figura, al suo pentimento e alle possibili ramificazioni odierne con il tessuto imprenditoriale e istituzionale. Mentre finiva di scontare la pena, alcuni suoi parenti hanno goduto di un rapido successo imprenditoriale nel settore alberghiero, col benestare della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo. Perché il percorso di collaborazione di Giovanni Brusca è considerato controverso? Quali fatti che lo riguardano sono ancora rimasti in sospeso? Perché dei professionisti hanno riscontrato anomalie nei recenti sviluppi imprenditoriali dei suoi parenti, nonostante una costante presenza dello Stato in questi affari? Un’inchiesta che, tra passato e presente, cerca risposte e pone nuove domande. Una produzione Lamia (2025)».
Il 9 novembre Roberto Disma e Sara Cozzi hanno pubblicato una nuova inchiesta con la collaborazione di Associazione Antimafie Rita Atria e Teatro alla Lettera. Sulla gestione dei beni confiscati, su affari di mafia e gestioni mafiose di beni nonostante gli interventi della giustizia. Le mafie non sono entità astratte, non sono entità lontane, sono pupari di una gestione mafiosa dell’economia, della società, appalti, immobili, società, affari. Disma e Cozzi lo documentano, per la seconda volta in pochi mesi, con questa nuova inchiesta, con la collaborazione di Associazione Antimafie Rita Atria & Teatro alla Lettera
«Da 14 anni la Ditta Bellinvia di Barcellona Pozzo di Gotto è sotto amministrazione giudiziaria ma, secondo le indagini, la famiglia Ofria – storicamente legata a Cosa Nostra barcellonese – avrebbe continuato a controllarla e a trarne profitti si legge nella descrizione del primo episodio della videoinchiesta pubblicata sul canale youtube Lamia inchieste – Anni di gestione indisturbata da parte degli stessi soggetti sottoposti a confisca definitiva, collaboratori di giustizia che cercano di smentire l’affiliazione dei protagonisti, informative della Polizia di Stato archiviate ed esposti ignorati, magistrati che non intervengono e non sono chiamati a rispondere delle circostanze. Questo, e molto altro, nella serie Cronaca di un non-sequestro. Il caso Ofria, la nuova docu-inchiesta di Làmia. Una narrazione ibrida tra cronaca e teatro civile: gli interrogatori di garanzia vengono messi in scena senza alterarne forma e contenuto».
«L’assurdo diventa sistema» il commento dell’Associazione Antimafie Rita Atria il 9 novembre a quanto emerso sul “caso Ofria”. «Quando abbiamo appreso dell’assurda vicenda che sarà ricordata come il “Caso Ofria” (siamo a Barcellona P.G. – ME), siamo rimasti increduli, ma non sorpresi. Le cronache giudiziarie siciliane ci hanno abituato a storie che oscillano tra l’assurdo e il tragico, da Saguto a Montante e oltre. Questa, tuttavia, racconta un sistema che continua a rigenerarsi nell’indifferenza generale – denuncia l’Associazione – Abbiamo scelto di parlarne per la prima volta pubblicamente durante un convegno a Milazzo. Eppure, nonostante la gravità delle rivelazioni, la sensazione dominante è stata quella di un silenzio assordante: come se intorno a noi tutto volesse dire “non ci interessa”» denuncia l’Associazione Antimafie Rita Atria.
«È stato in quel momento che abbiamo capito che questa storia doveva varcare i confini della provincia di Messina e raggiungere chi le storie le sa raccontare. Dopo aver visto “Una Brusca faccenda” di Sara Cozzi e Roberto Disma – inchiesta nata inizialmente nell’ambito delle attività della scuola di giornalismo di Telejato – abbiamo pensato che questa “Assurda Faccenda” dovesse trovare la stessa forza narrativa per arrivare lontano, per scuotere coscienze e ricordare che la mafia non è solo violenza, ma anche quotidiana normalità dell’illegalità» ha sottolineato l’Associazione Antimafie Rita Atria il 9 novembre anticipando che si sarebbe costituita parte civile nel processo «come atto di coerenza e di impegno civile». Una presa di impegno pubblico che non è stato solo un annuncio, non è stata una dichiarazione di mera retorica (come troppo spesso avviene in quel mondo in cui c’è chi si definisce “antimafioso” senza mai andare oltre medagliette auto appuntate e comportamenti che superano la soglia del ridicolo di flaiana memoria).
Il 13 novembre la Giudice per le Udienze Preliminari del Tribunale di Messina ha accolto la richiesta di costituzione parte civile dell’Associazione Antimafie Rita Atria. «Rappresentata e assistita dagli avvocati Valentino Francesco Gullino del Foro di Messina e Goffredo D’Antona del Foro di Catania, quale parte civile nel processo penale che vede imputati diciassette appartenenti alla famiglia mafiosa barcellonese degli Ofria, accusati di aver continuato a gestire una storica azienda di rottamazione, ricambi auto e smaltimento rifiuti nonostante la confisca della società – riporta il comunicato dell’Associazione – Tra i reati contestati figurano estorsione, violazione della pubblica custodia di cose e sottrazione di beni sottoposti a sequestro, commessi con l’aggravante del metodo e della finalità mafiosi».
«Gravissima e inspiegabile l’assenza in aula dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata (ANBSC) che in questo procedimento riveste il ruolo di parte offesa, trattandosi di beni sottratti alla criminalità organizzata e affidati alla gestione pubblica. L’assenza dell’Agenzia — organo dello Stato preposto alla tutela, valorizzazione e restituzione alla collettività dei patrimoni mafiosi — rappresenta un vuoto istituzionale di estrema gravità, che rischia di indebolire il significato stesso della confisca come strumento di giustizia e riscatto sociale – denuncia l’Associazione Antimafie Rita Atria – Altrettanto inaccettabile e politicamente significativa è l’assenza del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto che, pur direttamente interessato come comunità nel processo, non ha compiuto alcun atto politico di partecipazione o sostegno alla costituzione di parte civile. U̲n̲a̲ m̲a̲n̲c̲a̲t̲a̲ p̲r̲e̲s̲a̲ d̲i̲ p̲o̲s̲i̲z̲i̲o̲n̲e̲ c̲h̲e̲,̲ s̲u̲l̲ p̲i̲a̲n̲o̲ s̲i̲m̲b̲o̲l̲i̲c̲o̲ e̲ i̲s̲t̲i̲t̲u̲z̲i̲o̲n̲a̲l̲e̲,̲ l̲a̲s̲c̲i̲a̲ s̲g̲o̲m̲e̲n̲t̲oi e̲ a̲p̲r̲e̲ i̲n̲t̲e̲r̲r̲o̲g̲a̲t̲i̲v̲i̲ s̲u̲l̲ s̲e̲n̲s̲o̲ d̲i̲ r̲e̲s̲p̲o̲n̲s̲a̲b̲i̲l̲i̲t̲à̲ c̲i̲v̲i̲c̲a̲ e̲ s̲u̲l̲l̲a̲ v̲o̲l̲o̲n̲t̲à̲ c̲o̲n̲c̲r̲e̲t̲a̲ d̲i̲ c̲o̲n̲t̲r̲a̲s̲t̲a̲r̲e̲ l̲e̲ i̲n̲f̲i̲l̲t̲r̲a̲z̲i̲o̲n̲i̲ m̲a̲f̲i̲o̲s̲e̲ n̲e̲l̲ t̲e̲s̲s̲u̲t̲o̲ e̲c̲o̲n̲o̲m̲i̲c̲o̲ e̲ s̲o̲c̲i̲a̲l̲e̲ d̲e̲l̲ t̲e̲r̲r̲i̲t̲o̲r̲i̲o̲».
«L’Associazione Antimafie “Rita Atria”, unica presente in aula a chiedere la costituzione di parte civile, esprime grande soddisfazione per la propria legittimazione processuale, risultato di oltre trent’anni di impegno antimafie portato avanti con coerenza, coraggio e dedizione – conclude il sodalizio – Ancora una volta, è la società civile a supplire all’assenza delle istituzioni, riaffermando con la propria presenza che la lotta alla mafia non può essere delegata né dimenticata».




