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Balbir Singh, schiavo nell’Agro pontino: il caporalato che uccide e lo Stato che guarda altrove

Sei anni di sfruttamento, paura e invisibilità nelle campagne laziali: la vicenda del bracciante sikh diventa una radiografia impietosa di tratta, controlli inefficaci, connivenze e di una politica che predica diritti ma li lascia marcire nei campi.

by Antonella Giordano
23 Dicembre 2025
in Approfondimenti
Reading Time: 7 mins read
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Una storia emblematica in cui emergono tutte le criticità del sistema politico è quella di Balbir Singh, braccian­te sikh indiano rimasto schia­vo per sei anni in una tenuta di uno dei tanti “padroni” dell’A­gro pontino, e poi liberato prima di finire stritolato a morte dai suoi aguzzini. Aguzzini sono coloro che sfruttano – per conseguire il proprio utile – il lavoro altrui.

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Aguzzini sono quelli che,  approfittano dello stato di bisogno dei lavoratori stessi,  sottoponendoli a condizioni di lavoro degradanti, retribuzioni sproporzionate, violazioni sistematiche di orari, ferie e norme di sicurezza, spesso attraverso l’intermediazione illecita (caporalato) o lavoro nero, negando dignità e diritti. Sfruttare il lavoro altrui è un crimine contro l’umanità e non attivare sistemi di controllo per prevenire questo crimine  è il segno evidente del fallimento di uno Stato, che si proclama “civile” solo codificando norme di cui non assicura il rispetto o ostentando simboli cristiani che non corrispondono al messaggio di Cristo perché promuovere il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze.

Questo è il miglior aiuto per un povero, la via migliore verso un’esistenza dignitosa”. (Cfr: Enciclica Fratelli tutti , 3 ottobre 2020,

https://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html).

Contro fenomeni criminali come la tratta ed il grave sfruttamento lavorativo accertamenti tempestivi debbono dar luogo a pesanti meccanismi sanzionatori che fungerebbero non solo da deterrenti  ma anche da risarcimento delle vittime (cfr. Corte europea dei diritti dell’uomo, Krachunova vs. Bulgaria, 28 novembre 2023) o, in alternativa,  da possibilità di  trasformazione dei beni illeciti in benefici sociali per le comunità.

La storia di Balbir Singh è, come ho anticipato, emblematica.

Originario del Punjab come migliaia di altri braccianti nelle campagne laziali, è emer­so dalla trappola di una vita di­sumana e fuori legge (schiaviz­zata eppure “normalizzata” in Italia), grazie alla sua forza di volontà, alla preghiera,  a una profonda fede in Dio (quella del sikhismo) e alla rete di persone, in primis Marco Omizzolo, so­ciologo, giornalista, attivista e grande conoscitore della realtà nelle campagne della Pianura Pontina, che si sono occupate di lui, dopo mesi di lavoro in accordo con le forze dell’ordine.  
Marco Omizzolo, co-autore con Singh di Il mio nome è Balbir, pubbli­cato da People editore, ha portato all’attenzione di tutti la sua storia .

Una storia di sfruttamento che è anche la storia del fallimento di un Paese, il nostro, che consente di tene­re in piedi un sistema di corru­zione, criminalità e schiavitù molto solido, dove i “padroni” si spalleggiano a vicenda e al­cuni imprenditori locali, grazie alla connivenza degli enti in­termedi, possono schiavizzare gli esseri umani.

Omizzolo  è decisamen­te uno dei riferimenti di quella rete che combatte da moltissi­mi anni per portare alla luce si­tuazioni di sfruttamento e raf­forzare gli strumenti a favore di chi vive in Italia. La denuncia è forte: «c’è una macchina social-politica e cul­turale che persiste. Un impian­to normativo procedurale e un welfare che hanno come scopo quello di produrre schiavi. Ne­gli anni questa macchina è ri­masta invariata».

L’intricato meccanismo che rende “mafiosa” tutta l’attività che ruota attorno ai “padroni” è stato analizzato in diversi libri da Omizzolo; in particolare con “Il sistema criminale degli india­ni punjabi in provincia di Latina”, pubblicato nel volume a cura di Stefano Becucci e Francesco Carchedi, Mafie straniere in Ita­lia, come operano come si con­trastano (Franco Angeli, 2016).

Dall’altra parte della barrica­ta ci sono persone senza pro­tezione, ma molto rispettose persino del padrone: tutto ciò è insito nella visione del sikhi­smo, così come l’attaccamen­to al lavoro e il senso di solida­rietà. Nonché la voglia di fare giustizia.

Queste vite sommerse e ben nascoste, occultate da un si­stema che è nato per lo sfrutta­mento, già da alcuni anni stan­no emergendo.

È amaro constatare come l’azio­ne di Omizzolo e quella di tan­ti come lui, compresa la Chiesa cattolica che sul territorio è im­pegnata ad aiutare, «hanno fat­to emergere il sistema, ma non lo hanno potuto indebolire».

Il sociologo dice che c’è «una ecclesia straordinaria, come quella del Monastero di San Magno a Fondi, che fa tanto per dare sostegno a chiunque ne abbia bisogno». Ma il sento­re è che la buona volontà non basti più. Che serva un’azione politica forte. L’azione dei sin­dacati, ad esempio, nella qua­le lo stesso Omizzolo credeva molto in passato, «appare oggi deludente», ammette lui.

Tornando invece alla “parte sana”, e di nuovo a Balbir, che è portatore di speranza vera, vale la pena leggere il libro per­ché è un’incredibile immersio­ne nell’universo fisico, mentale e spirituale di un uomo dall’e­levata forza morale. «Da circa sei anni non entro in un nego­zio, non torno a casa dai miei figli, non vado a fare una pas­seggiata, a una festa sikh o a un matrimonio. Sono carne e ossa usate dal padrone per i suoi in­teressi», racconta nel volume.

Per ben sei anni, relegato in una roulotte, vive vessazioni, fame, privazione di libertà per­sonale e duro lavoro. E tuttavia non si arrende, mantiene sal­da la sua umanità e lo sguardo alto al cielo: è un insegnamen­to di come si possa non passare dal ruolo di vittima a quello di carnefice, e di come si possa te­stimoniare il bene.

Leggendo, noi pure veniamo contagiati, siamo spinti all’a­zione. Non possiamo più dire di non sapere o di non voler ve­dere. Balbir non apre gli occhi al sistema corrotto, perché non fa miracoli, ma li apre al resto del mondo libero.

«Noi schiavi abitiamo accan­to a voi, a volte anche den­tro le vostre case» scrive Bal­bir nel capitolo “La schiavitù è sotto gli occhi di tutti, eppure ci chiamate invisibili”. «Ci po­tete incontrare per strada, in un cantiere, al supermercato, in fila all’Ufficio immigrazione della Questura o mentre peda­liamo su una bicicletta scassa­ta, indossando uno zaino enor­me per consegnare nelle vostre mani delle gustosissime pizze made in Italy cucinate da mol­ti di noi».

Balbir ci insegna la postura da assumere, il senso di gratitu­dine per il creato e l’amore per gli altri da mantenere anche in situazioni di grave sofferen­za. «Lo schiavo oggi non ha le catene, però, per come viene considerato, trattato, definito e sfruttato, non può esercitare quei diritti che voi considerate normali». Eppure ha sempre la possibilità di scegliere se sta­re dalla parte della vita o del­la morte, del cielo o dell’abis­so, del sorriso e della speranza o della disfatta totale. (cfr:“Il successo di Balbir Singh e il fallimento di un sistema schiavista. Una conversazione con Marco Omizzolo” di Ilaria De Bonis – da “Migranti Press” 10 2025).

Concludo con un richiamo normativo. La direttiva UE 2024/1712, approvata il 13 giugno 2024 e pubblicata il 24 giugno 2024 sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, che modifica, ma non sostituisce, la direttiva 2011/36 in tema di prevenzione e contrasto alla tratta di esseri umani e di protezione delle vittime, contiene una serie di indicazioni per gli Stati. Il testo, contenente modifiche da più parti ritenute troppo timide,  è entrato in vigore il 14 luglio 2024 e a decorrere da tale data, gli Stati membri hanno due anni di tempo per la trasposizione di essa all’interno del diritto nazionale.

Con riferimento ad altro punto di osservazione internazionale, di nostro diretto interesse, il Consiglio d’Europa, per il tramite dell’organismo di monitoraggio (GRETA https://rm.coe.int/greta-2018-26-en/16808f0990) sull’implementazione della Convenzione sulle azioni contro la tratta di esseri umani (approvata il 16 maggio 2005 e recepita in Italia con la legge n. 108/2010)  nel 2024 ha esortato le autorità italiane ad adottare misure aggiuntive per prevenire, individuare e combattere efficacemente la tratta di esseri umani.

Nello specifico riguardo del contrasto allo sfruttamento lavorativo sono stati richiesti interventi finalizzati al miglioramento e ammodernamento delle ispezioni sui luoghi di lavoro, al controllo del lavoro domestico, alla verifica  delle agenzie di reclutamento e di lavoro temporaneo e delle catene di fornitura, nonché di altri settori a rischio. Inoltre, al fine di tutelare i diritti fondamentali dei lavoratori l’Italia è stata invitata ad istituire meccanismi di denuncia sicuri ed efficaci per i lavoratori, per garantire che le vittime di abusi o situazioni di sfruttamento possano riferire il loro caso senza timore di ripercussioni.

Il GRETA ha ritenuto essenziale che l’Italia metta in atto meccanismi di cooperazione interistituzionale al fine di garantire che le informazioni personali dei lavoratori, raccolte nel corso di ispezioni sul lavoro, ispezioni congiunte, segnalazioni o meccanismi di reclamo, non vengano utilizzate per l’applicazione della legge sull’immigrazione, ma per contrastare gli autori dei reati di tratta. In un’ottica di tutela complessiva della dignità dei lavoratori, sono state poi sollecitate azioni tese a garantire che le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori migranti, anche nel settore agricolo, soddisfino tutti i requisiti previsti dalla legislazione, con l’obiettivo di prevenire la tratta di esseri umani.

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