Il 22 dicembre 2025, a Napoli, una conferenza storica e politica si trasforma in un parapiglia.
Nella sede dell’Università Federico II, organizzato dall’ANPI Napoli Orientale “A. Ferrara”, durante l’incontro su “Russofilia, Russofobia, Verità”, la parola lascia spazio a urla, minacce, spintoni, microfoni rotti e inseguimenti nei corridoi.
Il protagonista suo malgrado è il professor Angelo D’Orsi, storico, intellettuale, già più volte finito al centro di attacchi e campagne mediatiche per le sue posizioni scomode. In un comunicato durissimo, datato 23 dicembre 2025, D’Orsi ricostruisce quanto accaduto e lancia un vero e proprio ultimatum: d’ora in poi accetterà conferenze solo con precise garanzie di sicurezza, organizzative e politiche.
Di seguito il racconto, intrecciato con la sua voce diretta.
Il professore parte dal contesto, ricordando come quella di Napoli fosse una tappa già segnata da boicottaggi:
«Il 22 dicembre, l’ANPI di Napoli, Sezione Napoli Orientale “A. Ferrara”, si è svolta la mia prevista conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, quella che era stata boicottata per due volte, in parte ricuperata e Roma all’Istituto di Cultura e Lingua Russa sabato 20, che aveva comunque un titolo diverso.
Oltre a me, era invitato Alessandro Di Battista, che ha parlato per primo, con un intervento breve e appassionato. A me toccava disegnare il quadro storico dei due opposti concetti (filia e fobia, in relazione al mondo russo).»
La sala è piena, molta gente in piedi, qualcuno persino seduto a terra. Il clima, fino a quel momento, è quello di un normale dibattito politico-culturale. Poi cambia tutto.
L’irruzione del gruppo filo-ucraino e il parapiglia in aula
La svolta arriva al momento del dibattito col pubblico. È qui che, secondo D’Orsi, l’iniziativa politica e la provocazione organizzata sostituiscono il confronto.
«Alla fine chi coordinava (il presidente della Sezione ANPI, Franco Specchio) ha dato la parola al pubblico. Si alza in piedi urlando a squarciagola un giovane, mentre si toglie la camicia ostentando una maglietta inneggiante all’Ucraina.
Contemporaneamente il medesimo gesto compiono un manipolo di suoi sodali che occupavano due file di sedie (mentre molte decine di persone erano in piedi, sdraiate sul pavimento), e si sparpagliano per l’aula cercando di infilare nei vestiti dei presenti una spilletta con coccarda ucraina.»
Il pubblico venuto per ascoltare non gradisce. Scoppia il caos. Il professore parla di “parapiglia”, di un giovane descritto come «energumeno» che si lancia verso il tavolo dei relatori:
«Ovviamente il pubblico (quello venuto per ascoltare ed eventualmente interloquire) non l’ha presa bene. Segue parapiglia, il giovane energumeno che aveva dato inizio alle ostilità si precipita verso la cattedra e vi sale sopra cercando di strapparmi il microfono dalle mani, fino a romperlo, mentre suoi amici si avventano verso di me e il presidente Specchio, cercando ripetutamente di infilare le loro spillette nelle nostre camicie, un gesto violento e arrogante che noi respingiamo.»
Non solo il tentativo di impedire la conferenza, ma anche un gesto fisico ripetuto, invasivo, percepito come vero atto di violenza simbolica e materiale.
L’inseguimento e l’uscita secondaria
La scena si sposta fuori dall’aula. D’Orsi racconta di essere stato fatto uscire da alcuni amici, mentre il capo del gruppo lo rincorre:
«Il clima si surriscalda e un paio di amici cercano di farmi uscire, ma veniamo inseguiti da colui che appare manifestamente il capo della banda, che correndomi dietro, cerca di provocarmi con domande alla Calenda o alla Picierno (cosa ci faceva in Russia?! Et similia…). Non aspetta risposte, manifestamente, perché se le dà da solo accusandomi di essere “complice” di non so quali nefandezze.
L’inseguimento dura un paio di minuti, finché simpatici ragazzi vengono fermati da un improvvisato servizio d’ordine, il che mi consente, guidato da un paio di amici, di guadagnare attraverso un percorso alternativo, un’uscita secondaria, perché gli ammiratori di Zelensky (mi si riferisce) mi aspettano all’ingresso principale della Federico II.»
C’è anche un dettaglio tecnico che il professore non considera casuale: i problemi con l’impianto audio, nonostante i test precedenti.
«Aggiungo che l’impianto microfonico, che era stato opportunamente testato qualche ora prima, stranamente non funzionava e dopo infruttuosi tentativi, si è dovuto provvedere a un nuovo microfono e un altoparlante alternativo.»
Il caos, le interruzioni e il ritardo comportano anche un danno concreto:
«Grazie a tutto lo scompiglio, il sottoscritto non è riuscito a raggiungere in tempo utile la stazione di Piazza Garibaldi dove avrebbe dovuto salire su un treno per Roma. Ed è stato costretto a fare un altro biglietto per un diverso treno.»
Calenda, Picierno, petizioni e il comunicato all’ANSA
Per D’Orsi non si è trattato di un episodio isolato o spontaneo, ma di un tassello dentro una campagna politica e mediatica già in corso.
«È il caso di ricordar che negli scorsi giorni Carlo Calenda aveva lanciato una ridicola petizione contro la conferenza, di concerto con una aspirante assegnista dell’ateneo napoletano, con il medesimo obiettivo. E il giorno prima a Napoli l’onorevole Pina Picierno si è esibita mentre accendeva il calendario ebraico, e alla piccola festicciola sembra fossero presenti alcuni degli stessi giovani energumeni che hanno interrotto con violenza il dibattito.
E che a distanza di pochi minuti hanno inviato un comunicato ripreso dall’ANSA nel quale ribaltano i ruoli, spacciandosi per vittime. I firmatari sono i solitiz, ben noti provocatori della politica nazionale: Azione, Europa, Radicali, e altra cianfrusaglia.»
Quando gli urlano di «rifiutare il confronto», D’Orsi risponde così:
«Mentre uscivo inseguito e accusato di “rifiutare il confronto”, la mia risposta è stata semplicemente: “Non parlo con i fascisti”. Già, perché a Napoli abbiamo subito un agguato organizzato, che nulla ha a che fare con il “dialogo”, con il rispetto del luogo “sacro” come l’Università, e con quello che si deve, o si dovrebbe, a chi ha passato la vita a studiare, insegnare, pubblicare, e che si cerca di intimidire con azioni squadriste.»
Parole pesanti, che chiamano in causa il ruolo dell’università, il rispetto per chi interviene e il confine sempre più labile tra dissenso politico e aggressione organizzata.
«Clima irrespirabile»: lo stop alle conferenze
La parte finale del comunicato è un atto politico netto. D’Orsi legge nell’episodio napoletano un segno di qualcosa di più grande: il deterioramento del clima in Italia.
«Conclusione: il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile.»
Da qui la decisione: tutte le conferenze sono considerate annullate, presenti e future, se non verranno garantite precise condizioni minime.
«E io mi sento costretto ad annunciare che ANNULLO TUTTE LE CONFERENZE PROGRAMMATE e NON NE ACCETTO ALTRE, se gli organizzatori non sono in grado di
Assicurare spazi capienti a sufficienza con posti a sedere sulla base di una ragionevole previsione di presenze
Adeguati impianti di amplificazione, verificati prima di ogni conferenza
Servizio d’ordine interno
Informativa alla Digos e alle forze dell’ordine, per evitate di esporre i relatori, nella fattispecie il sottoscritto, alla mercè di ucronazi locali e dei loro supporters.»
L’appello finale è rivolto a chi lo invita a parlare:
«Prego perciò tutti coloro che mi abbiano rivolto inviti, o intendano farlo di inviare (alla mail ormai nota) ina comunicazione precisa in relazione ai quattro punti sopraelencati. Altrimenti considero appunto annullati tutti gli impegni.»
Dietro questo episodio non c’è solo l’ennesima rissa politica. C’è la questione della libertà di parola, del diritto al dissenso e del confine tra contestazione e intimidazione. Quando un dibattito pubblico finisce con inseguimenti nei corridoi, microfoni strappati di mano, spille infilate a forza nelle camicie dei presenti, non è più politica: è un messaggio.
Il messaggio che arriva, nelle parole di D’Orsi, è chiaro: chi non si allinea va zittito, delegittimato, aggredito.
E che questo avvenga in un luogo come l’università, e sotto l’ombrello della memoria antifascista (ANPI), rende la vicenda ancora più pesante.
Il comunicato del professore è, in fondo, un avvertimento: o si difende la possibilità di parlare, anche quando chi parla è scomodo, o la discussione pubblica sarà sostituita da assalti e campagne mediatiche preconfezionate.




