C’è un momento in cui la politica smette di parlare. Non a “presenziare”. La tenda piantata dal sindaco Piero Castrataro davanti al Veneziale non è un’immagine da social, è una dichiarazione di emergenza: l’ospedale di Isernia viene smontato pezzo dopo pezzo, e la provincia assiste con la stessa impotenza di chi guarda una casa svuotarsi mentre è ancora abitata.
Davanti a un gesto così, la solidarietà è quasi obbligatoria. Ma sarebbe troppo comodo fermarsi all’applauso. Perché la tenda non è solo protesta. Lo spiega con lucidità il dottor Lucio Pastore, medico del Pronto Soccorso, in uno scritto che è insieme analisi e accusa: il problema non è l’“attrattività” di Isernia, non è la città “che decade” e quindi non richiama professionisti. Questa è la scorciatoia retorica preferita da chi deve salvarsi la faccia quando i concorsi vanno deserti, i reparti scricchiolano, l’organico si assottiglia. È la vecchia favola del colpevole comodo: se manca il medico, allora è colpa del territorio. Se i servizi saltano, allora è colpa del destino. Se l’ospedale perde funzioni, allora è colpa di un’imprecisata “crisi generale”.
Pastore taglia corto: una sanità è attrattiva quando si vede un progetto, quando la struttura ha un senso, quando il personale non viene spremuto fino alla resa e quando chi arriva percepisce prospettive, non macerie. Se invece l’aria che si respira è quella dell’incertezza permanente, della gestione a vista, del “vediamo”, del “poi”, del “si farà”, allora non è la città a non attrarre: è il sistema a respingere.
E qui entra il punto che pesa come un macigno: sono più di vent’anni che comitati, realtà civiche e presìdi sociali denunciano la destrutturazione della sanità pubblica regionale e la privatizzazione strisciante del sistema. Non è un fulmine. È una frana annunciata. Si è scelto, stagione dopo stagione, di indebolire il pubblico e di far crescere il privato come un’edera: all’inizio sembra “integrazione”, poi diventa sostituzione. E a quel punto il pubblico non è più il cuore del sistema, è la sala d’attesa.
Il copione è noto. Si riduce la capacità del pubblico di rispondere ai bisogni. Si crea un vuoto. Qualcuno dice: “Ecco, serve il privato convenzionato”. Il privato entra attingendo alle risorse comuni, e quel che era provvisorio diventa strutturale. Alla fine il pubblico resta con i casi più complessi, con l’emergenza, con i turni impossibili, mentre i soldi e le energie scorrono altrove. Questa non è modernizzazione: è drenaggio.
Pastore mette il dito anche su un’altra illusione: quella del cemento come soluzione. Si ragiona come se l’ospedale fosse soprattutto un edificio. Si investe in cantieri, in ristrutturazioni, in muri nuovi da inaugurare. Ma un ospedale non è una facciata. Un ospedale è persone, turni, competenze, organizzazione, filiere cliniche, rete territoriale, prevenzione. Se fai partire i lavori senza una visione complessiva, rischi di ritrovarti con stanze perfette e corridoi lucidi, ma senza medici sufficienti, senza servizi stabili, senza un sistema che regga. Il risultato è un paradosso triste: edilizia sanitaria senza sanità.
E quando qualcuno prova a scaricare la responsabilità sui commissari, sui tecnici, sugli “altri”, Pastore la definisce per quello che è: un gioco delle tre carte. Perché, al di là dei ruoli, la regia è politica. Le scelte sono politiche. Le priorità sono politiche. E quando per anni nessuno rompe davvero la traiettoria, vuol dire che quella traiettoria conviene a qualcuno.
La parte più amara dello scritto, però, non è l’accusa: è la previsione. Pastore dice, in sostanza, che invertire la rotta sarà difficilissimo se non nascerà una forza politica, nazionale e locale, capace di scegliere davvero un’altra linea. E qui casca la tenda: perché una comunità può protestare, un sindaco può restare al gelo, ma se attorno non si costruisce un fronte reale, continuo, ostinato, allora quel gesto rischia di diventare un episodio. Bello, dignitoso, ma isolato.
Ecco perché la tenda davanti al “Veneziale” è importante: non solo per ciò che denuncia, ma per ciò che pretende da tutti. Pretende che si dica la verità, che la sanità pubblica non si salva con i comunicati, ma con scelte drastiche.
Questa notte, davanti all’ospedale, c’è una tenda. Ma il vero bivio è un altro: o la tenda diventa un punto di raccolta, una crepa che allarga la coscienza, oppure sarà solo l’ennesimo segnale ignorato. E il Molise, ancora una volta, si sveglierà con meno sanità e più rassegnazione.
Sanità: debito, ospedali chiusi, medici in fuga. Il Molise davanti allo specchio





