Una vigilia di Natale di morte, gli abissi del mare e delle (in)coscienze europee e italiane hanno inghiottito ancora vite. Almeno 116 le persone morte, un solo sopravvissuto, è il bilancio della strage avvenuta tra le coste italiana e tunisine.
Morti non per una fatalità ma, ancora una volta, perché sono stati abbandonati, perché quello che una volta era il Mare Nostrum e che potrebbe (anzi dovrebbe) essere culla di civiltà, umanità e Pace è una barriera insormontabile, un muro scagliato addosso a persone la cui esistenza è negata dai Potenti e dai loro lacchè.
«Alarm phone alcuni giorni prima aveva lanciato l’allerta su un barcone alla deriva di cui si erano perse le tracce. L’unico sopravvissuto è stato salvato da un pescatore tunisino. Alarm Phone spiega di essere stata informata di una barca partita da Zuwara la sera del 18 dicembre, trasportando 117 persone» la ricostruzione di quanto accaduto pubblicata da Avvenire. L’articolo pubblicato ieri dal quotidiano ricostruisce e denuncia la lunga catena di inazione e allarmi inascoltati, di teste girate dall’altro lato tra le due sponde del Mediterraneo.
«Le autorità libiche, quelle adeguatamente sostenute dai governi che si sono succeduti dal 2017 in Italia fino ad oggi, dichiarano di non aver ricevuto alcuna notizia di partenze dal porto di Zuwara, luogo da cui afferma di essere partito il superstite. Una strage che non esiste? Non sarebbe la prima di quelle negate. Peccato che poi i numeri dicano il contrario, peccato che secondo le stime più prudenti, almeno 33.000 persone siano perite negli ultimi 10 anni, ma sono cifre calcolate per difetto. Numerosi ricercatori ritengono che il numero vada raddoppiato» denuncia Stefano Galieni, responsabile immigrazione di Rifondazione Comunista.
Non è iniziato tutto dieci anni fa sottolinea Galieni che ricorda la prima grande strage di Natale, quella del 1996, negata per settimane e documentata, portata all’attenzione dell’opinione pubblica, solo grazie alla tenacia e all’impegno di Dino Frisullo. «La notte di Natale del 1996, al largo di Porto Palo naufragò una nave piena di profughi provenienti soprattutto da Pakistan e Bangladesh. Per mesi si negò l’evidenza salvo poi provare che il “naufragio fantasma” c’era stato e 283 persone avevano perso la vita. Si risalì anche ad alcuni nomi delle vittime, si riuscì a condannare armatore e comandante della nave e poi? Poi si scelse di serrare definitivamente le frontiere, di stringere accordi capestro con i paesi di partenza, di impedire, con ogni mezzo necessario, ogni arrivo non considerato “regolare”. Quanti presidenti del Consiglio e ministri dovrebbero rispondere, dal 1996 ad oggi, di complicità in strage continuata? A costoro è giusto augurare notti in cui, i volti delle persone che hanno deliberatamente contribuito a far morire, si trasformino in incubi perenni» ricostruisce questi 29 anni Stefano Galieni. E, alle soglie del trentesimo anniversario di quella strage fantasma per troppi anni e senza giustizia per sempre, tutto si ripete nella stessa identica dinamica.
Era la notte tra il 26 e il 27 dicembre 1996, l’alba del primo governo «progressista» italiano, della «terza via» di Blair e di Clinton e dell’avvento della «fortezza Europa». Meno di due anni dopo, con la legge Turco-Napolitano, sorsero i Cpt (Centri di Permanenza Temporanea), per la prima volta veniva sancito per legge la detenzione per (anche, se non soprattutto, presunte) violazioni amministrative, le cronache degli anni successivi dal Serraino Vulpitta di Trapani al «Regina Pacis» di Lecce furono inondate di tragedie che a molti hanno riportato alla memoria luoghi come i lager che in Europa si pensava non dovessero più tornare.
La strage del Natale 1996 – ricordava diversi anni fa l’Associazione Diritti e Frontiere – «venne per tanto tempo negato al punto da parlare di nave fantasma. Solo l’impegno di pochi antirazzisti, fra cui quello che forse rappresenta ancora oggi l’esempio più lucido di tali battaglie, Dino Frisullo, e di pochi altri giornalisti, portò a rendere realtà quello che si voleva celare. Meno di un anno dopo scrisse la ricostruzione più accurata mai realizzata di quella notte, delle settimane precedenti e della catena affaristico-mafiosa che uccise i naufraghi di quella notte, negli articoli pubblicati sul numero di settembre 1997 della rivista Narcomafie «Buon Natale, clandestino» e la «holding degli schiavisti». «L’immagine più atroce» di quella notte scrisse Dino, «è quella di un ragazzo indiano che si trascina a bordo perdendo sangue persino dagli occhi e muore quasi subito, e il capitano fa ributtare in mare il cadavere minacciando con la pistola gli scampati che chiedono di seppellire almeno lui in terraferma».
Quella notte la nave Yohan naufragò, dopo aver navigato per quasi venti giorni tra Malta e la Sicilia, e 289 persone rimasero uccise. La prima notizia della tragedia fu battuta il 4 gennaio 1997 dall’agenzia Reuters: alcune persone di origine asiatica, arrestate in Grecia, affermavano di essere superstiti di un naufragio. La notizia non ebbe alcuna risonanza e i morti di quella notte divennero fantasmi per tanti. Insieme a Dino Frisullo e all’associazione Senzaconfine, fondata insieme ad Eugenio Melandri, solo Il Manifesto si interessò subito alla vicenda. La Yohan (la nave principale della spedizione) – la ricostruzione in «Buon Natale Clandestino» – rimase in navigazione tra Malta e la Sicilia per venti giorni, durante i quali ai «quasi 500 essere umani rinchiusi in una stiva, con una o due ore d’aria» venne dato «un quarto di litro d’acqua e un pezzo di pane, poi sostituito da un pugno di riso senza sale». La nave identificata con il codice F-147, che doveva prelevare i migranti presenti sulla Yohan e portarli nei pressi della costa coordinandosi con la Yohan, la urtò quella notte provocando la strage: dopo un primo urto tra le due navi, «l’F-174 inizia a imbarcare acqua a prua. Ma si parte ugualmente: sono, secondo il capitano, a 30 km dalla Sicilia». La falla aumentò sempre più e fu chiamata in soccorso proprio la Yohan. Nel momento in cui si avvicinarono avvenne il naufragio: la Yohan speronò l’F-174 «spaccandolo in tre pezzi, fra cui relativamente integra la poppa, sotto cui centinaia di uomini stanno chiusi nelle celle frigorifere».
Solo quattro ragazzi riuscirono a salire sulla Yohan e a salvare altre 25 persone (un altro naufrago superstite parlerà di 19 salvati ma, sottolinea Dino su Narcomafie, il numero più attendibile fu 25) lanciando salvagenti, giubbotti e pezzi di legno. Il 28 febbraio la Yohan venne bloccata a Reggio Calabria dopo lo sbarco di 155 migranti, cingalesi e pakistani. Sulla stampa italiana solo Il Manifesto e Liberazione riportarono la notizia. I naufraghi di quella notte rimasero invisibili fino al 2011 quando un pescatore di Portopalo trovò tra la reti uno dei loro documenti d’identità. Un ragazzo che aveva la stessa età della figlia, circostanza che smosse la sua coscienza portandolo a non tacere e ad impegnarsi per cercare di restituirgli giustizia. Il 9 aprile 2008 il capitano della Yohan, El Hallal, e il 12 marzo 2009 l’organizzatore del «viaggio», l’armatore Thourab, furono condannati a 30 anni di reclusione. Ma i Governi italiani in questi anni non si sono mai realmente interessati alla loro estradizione e le condanne sono rimaste finora solo sulla carta. El Hallal in questi anni è anche comparso sporadicamente su facebook insultando Dino Frisullo, da lui definito persino il «boss di Senzaconfine», e Alessia Montuori che, dopo la morte di Dino, divenne segretaria e anima dell’associazione oggi presieduta dall’avvocato Simonetta Crisci. Più volte negli anni i parenti delle vittime chiesero di essere ascoltati, invano. Il pakistano Balwant Singh Khera aveva realizzato un dossier sull’organizzazione dei trafficanti utile all’indagine, nel 2005 viene chiamato a testimoniare, ma gli fu negato il visto d’ingresso in Italia e così non gli fu permesso farlo.
L’inchiesta sulla strage di Natale 1996, denunciò Dino Frisullo nel 2001 dalle pagine de Il Manifesto, «proseguì stancamente, senza risalire la catena assassina oltre gli ultimi esecutori, senza discendere nel mare di Sicilia». Nell’inchiesta «la holding degli schiavisti» quattro anni prima Dino documentò «la fotografia della catena imprenditorial-criminale, con testa turca, armatori greci e tentacoli protesi dai villaggi del Kurdistan e del subcontinente indiano fino alle coste italiane, che mercifica i fuggitivi dalla miseria dell’India e del Pakistan e dalle guerre del Kurdistan, dello Sri Lanka, del Kashmir». Il centro dei traffici – secondo l’inchiesta di Dino Frisullo – era Istanbul, dove la mafia turca era «libera di operare quasi alla luce del sole» godendo «della copertura e della connivenza delle autorità». Ma nulla avvenne da parte delle autorità e dei governi italiani ed europei che, molti anni dopo, per «governare l’immigrazione» finanziarono con milioni e milioni di euro il governo turco.
foto copertina: Il Manifesto del 7 gennaio 1997




