Il copione è sempre lo stesso. Una fiammata di indignazione, qualche piazza piena, slogan, bandiere, foto condivise ovunque e poi il silenzio. Su Gaza l’attenzione pubblica in Italia (e non solo) sembra funzionare come una sirena d’allarme: suona forte, fa tremare i vetri, poi qualcuno la spegne e si torna a dormire. Solo che mentre noi “archiviamo” la realtà continua.
Gaza, dopo la solidarietà è tornato il silenzio: e intanto l’orrore resta
Dopo le manifestazioni di solidarietà è tornata la nebbia: meno titoli, meno urgenza. Gaza sparisce dal radar quando non “rende” abbastanza, quando diventa troppo complicata da spiegare, quando disturbare troppo a lungo rischia di incrinare alleanze, narrative, convenienze.
La sofferenza non si mette in pausa perché l’opinione pubblica si è stancata.
Il silenzio è una scelta politica e mediatica
Il silenzio non è neutro. È una scelta. È il modo di dire: “Non ci interessa abbastanza”. Le piazze hanno detto “ci siamo”, ma poi il “ci siamo” non si è trasformato in pressione continua su istituzioni, partiti, governo, Parlamento europeo, organismi internazionali. Senza continuità, la solidarietà diventa un evento, non un impegno.
Gaza è un luogo reale, con famiglie reali, con una popolazione intrappolata in una spirale di morte e di disperazione.
Chiudere il tema in un cassetto significa normalizzare l’inaccettabile. Il silenzio su Gaza non è una pausa: è una resa. È l’idea che ci si possa abituare a tutto, persino alla distruzione.




