Si è spenta ieri Edda Billi. La incontrai alla Casa Internazionale delle Donne tre anni fa. Intervenne in risposta a un mio intervento che sanciva un nostro comune essere sul filo d’onda nell’impegno civico. Di lei avrei scritto nel mio saggio biografico – La Signora dai cento cappelli (Croce, editore, 2024) dedicato all’attivista Maria Laura Annibali, che della Edda è un’autorevole epigone per tempra e impegno politico.
Scrivere di lei oggi rischia di apparire come atto enfatico tipico delle celebrazioni esequiali espressione di quel conformismo endemico proprio dei notiziari che detesto io e ha sempre aborrito lei. Lei, donna fieramente schierata contro ogni forma di negazione dei diritti umani. Lei, donna, colta, impermeabile a ogni forma di compromesso politico e di consorteria mediatica. Lei, donna, femminista. Lei, donna, lesbica nata in un’epoca in cui l’esserlo equivaleva ad una disgrazia per la famiglia e l’affermarlo equivaleva all’esporsi ad una condanna sociale senza possibilità di appello a corti di giustizia terrene e non.
A lei, donna colta e lesbica, la sola condizione esistenziale riservata dal perbenismo presente nei codici morali scritti dal patriarcato maschilista sarebbe stata quella dell’invisibilità sociale e culturale. Invisibili: esattamente come tutte le persone che le narrative autoritarie che animano il dispositivo biopolitico della “diversità” – quello, per intenderci, su cui si fonda la difesa della razza (tribadi, razza inferiore, non procreatrici, vicine alla scimmia) – da sempre intendono cancellare dalla Storia che proclama pari diritti e pari dignità per uomini e donne.
Non tutti i fantasmi hanno accettato e accettano di restare imprigionati fra le pieghe del tempo, relegati in un mondo fatto di convenzioni e pregiudizi sociali. Molti, e la Billi ne è un esempio, pur a prezzo della vita, non hanno accettato lo stigma sociale dell’invisibilità ovvero, realtà ancora più mostruosa, il giogo di un matrimonio di copertura della “vergogna” con tanto di marito e figli da mostrare all’”occhio della gente”.
Edda Billi, dopo aver dichiarato pubblicamente il suo amore per una donna, ha rischiato di essere uccisa per mano del padre.
“Un giorno mi ha trovato nella strada dove abitava Gianna e mi ha preso a calci e se non fosse passato un signore, non so se sarei qui …”.
Nonostante l’ostracismo di famiglia Edda non ha rinunciato alla sua Gianna.
“Volevano regalarmi la vergogna, ma la vergogna erano loro, non io”.
A 21anni, derisa a scuola e perseguitata in famiglia, è costretta a lasciare Follonica, la città in cui viveva, e fuggire in Inghilterra pur di non rinunciare al suo amore.
Il rientro in Italia sarà devastante perché il mondo del lavoro le sbarra le porte ma ciò rafforza in lei l’impegno al servizio della lotta all’omofobia: impegno magnificamente raccontato in un documentario di Laura Valle e Paola Mastrageli dal titolo “100 di questi giorni”, dove la poetessa racconta la nascita, negli anni ’70, del collettivo femminista di Via Pompeo Magno rivelando, in particolare, non il “come eravamo”, bensì il “che cosa siamo”.
La sua storia d’amore con Gianna ha termine ma a Roma Edda diventerà l’attivista che tutti oggi riconoscono essere una delle protagoniste più importanti del lesbofemminismo in Italia.
Edda Billi diviene il Presidente onorario dell’Associazione Federativa Femminista Internazionale (AFFI) (associazione che ne comprende altre settanta, fra le quali anche “Telefono Rosa” e “Il paese delle Donne”), fonda la “Casa Internazionale delle Donne” e dirige “Archivia”, Biblioteca Archivi Centri Documentazione delle Donne, che raccoglie le produzioni teoriche e pratiche del movimento femminista e lesbico dalla fine degli anni Sessanta.
Edda Billi, vita che ha fatto la Storia con l’attivismo, sarà ricordata anche per le sillogi Isolanotte e Donnità. Di Edda Billi, resteranno le opere di una vita spesa contro la società ancora dominata da pregiudizi e odio (“Sogno un mondo senza etichette, un mondo fatto di persone”) e le sue poesie, sintesi di valori emotivi e psichici racchiusi in visioni di un mondo di cui, come in quella che segue, denuncia la disumana realtà.

IL CIELO DEI PASSI PERDUTI
Dove trovano patria
le donne
che agitano i capelli
come bandiere al vento
che spazza strade
d’universi
se non nel cielo
dei passi perduti?
In compagnia delle falene
bianche
dalle ali di seta
e non le ferma
nè il muro di vetro
nè l’arrivo di sconsiderate
violenze
di questo mondo
sordo alla felicità
che non conosce
pietà nè compassione, costrette ad amare
i propri carnefici,
ma sanno che l’anima
vola
oltre la loro dis-umana
realtà.
La foto di copertina è di Melissa Ianniello, Phographer
La foto fa parte del lavoro Wish it was a Coming Out (www.melissaianniello.com)





