Danilo Dolci disse che ognuno di noi esiste solo se sognato, dall’inizio della storia umana riconoscere, conoscere, esistere sono legati al nome. Il nome che diamo, il nome che riconosciamo, il nome che pronunciamo racconta come esiste qualcosa. O qualcuno.
Chi è senza nome, di chi non sappiamo il nome, non esistono in questa società. Il nome ci può raccontare la storia, le radici, la vita. Senza nome tutto questo è cancellato.
Se ne stanno andando, in silenzio, recita più o meno una poesia che gira sui social network. E ci sono persone che, nell’iperinformazione quotidiana, se ne vanno in silenzio, senza nome. Nella società iperconnessa c’è chi rimane fuori o ignorato. Senza nome.
Saggezza popolare vuole che chi poco sa subito parla, nei tempi odierni chi nulla sa parla ancora prima. E nessun luogo è vittima di questo più del carcere, del mondo penitenziario. Sconosciuto ma sulla bocca di tutti. Sconosciuto il luogo, ancor di più chi vi si trova dentro. Senza nome e quindi sconosciuto.
Fulmini improvvisi accendono qualche luce, e lì il nome sbuca, in casi di cronaca, in casi di fatti gravi. E lì si sbattono nomi, facce, vite, senza nessuna remora, senza nessun indugio. C’è la corsa. Per il resto si rimane senza nomi, senza essere conosciuti, senza esistere.
La settimana scorsa, dopo settimane di attesa, due persone se ne sono andate per sempre, hanno ricevuto l’ultimo saluto. Nessuno se ne è accorto, nessuno li ha nominati. Erano finiti nel vortice di fatti che son durati il tempo di una breve cronaca. Poi, estranei, son tornati nell’oblio. Erano, anzi sono, persone, vite, umanità. Accanto a loro solo chi non li ha giudicati, chi non si è posto domande che offuscano. Non erano detenuti, non erano internati, non erano etichette. Erano persone. Che solo la pietà cristiana di chi non giudica ma accompagna, di chi non sparla ma accoglie, ha salutato.
Alla memoria torna un episodio degli anni ottanta, protagonista una delle personalità probabilmente più lontana (e all’epoca in conflitto) con il cattolicesimo: Marco Pannella. Il leader dei radicali di Sciascia, il primo a farci conoscere la mafia, il padre del partito che sarà poi di Libero Grassi, imprenditore che si ribellò al pizzo, l’uomo simbolo dei radicali che per primo si schierò ad Ostia contro gli interessi e gli appetiti di determinati soggetti. In quegli anni Giacinto Pannella si recò nelle carceri per consegnare la tessera del Partito Radicale a Giuseppe Piromalli e Michele Greco.
Nel buio delle celle Pannella vide un’umanità sconfitta e inerme, vide la carne oltre le sbarre. E la abbracciò non la giudicò, la vide e non la condannò, la nominò e non la emarginò. Eco del dettato costituzionale e, ancor prima, di quel “Nessun tocchi Caino” di biblica memoria.
Se ne sono andati, in silenzio, nell’indifferenza generale, senza nome, senza essere conosciuti e riconosciuti. Due persone. Due vite. Due umanità. E anche con ritardo, con queste poche parole, scritte di getto con scrittura malferma e debole, su ciò vien da riflettere. E, anche se non è neanche parziale restituzione e ammenda, è un modo per inviare un saluto, un ultimo pensiero.





