La foto del crollo della passerella sull’Adda, a Lodi, ripropone una drammatica questione denunciata da diversi anni: un’opera pagata milioni, attesa per anni, finita in acqua prima ancora di entrare nella vita quotidiana delle persone. Una “strage evitata”, la chiamano. Ritornano le stesse parole. Pericolose.
Ci si indigna per qualche ora e poi ritorna l’assordante silenzio.
Dentro questo presente c’è una storia che arriva da una lettera aperta firmata dal testimone di giustizia Gennaro Ciliberto (che potete leggere alla fine di questo articolo), e arriva da un libro che quella storia l’ha raccontata prima che il fiume si prendesse l’ennesimo pezzo di infrastruttura: il volume di Paolo De Chiara (“Una vita contro la camorra”) che narra proprio la vicenda di Ciliberto, il prezzo della denuncia, l’isolamento, le opere pubbliche trasformate in bancomat e la sicurezza trattata come un dettaglio burocratico.
La lettera aperta di oggi non è un commento generico sul “malcostume”. È un pugno nella realtà e nello stomaco. “Scrivo queste righe mentre le cronache riportano l’ennesima ‘strage evitata’…”, mette nero su bianco Ciliberto, e subito aggiunge ciò che in Italia si preferisce non ascoltare: “Per molti è una notizia di cronaca; per me è la conferma di un modus operandi consolidato che denuncio, inascoltato e isolato, dal 2010”.
Ecco il punto di contatto tra cronaca e libro: il crollo sull’Adda non è soltanto un fatto “di oggi”. È la fotografia attuale di ciò che in “Una vita contro la camorra” viene denunciato da anni: un sistema dove la qualità delle opere può essere sacrificata sull’altare dell’affare, e dove la legalità viene ridotta a “scena”.
Nel libro, infatti, la storia di Ciliberto non è narrata come una leggenda eroica. È raccontata come una discesa negli ingranaggi (e negli inferi del malaffare): lavori pubblici, controlli, pressioni, minacce, e soprattutto quel confine sfocato dove criminalità organizzata e colletti bianchi smettono di essere mondi separati e diventano una sola filiera. Ciliberto, da dirigente, descrive infrastrutture “al limite del collasso”.
Nel testo di De Chiara emerge l’Italia “del giorno dopo”: ci si scandalizza solo ai funerali. Poi si ricomincia, peggio di prima.
La lettera aperta porta lo stesso concetto: “Ho portato alla luce una rete di collusione dove la Camorra gestiva milioni di euro di soldi pubblici, restituendo opere scadenti e prive di sicurezza, rese ‘regolari’ solo da certificati falsi…”. Ed è qui che il libro diventa attuale, quasi profetico. Perché se “Una vita contro la camorra” racconta la storia di Ciliberto, racconta anche un altro scandalo: non solo ciò che ha denunciato, ma come è stato trattato per aver denunciato.
“Da quattordici anni vivo esiliato, sotto scorta, privato della mia libertà e della mia carriera. Il mio ‘errore’? Aver scardinato un sistema…”. E poi la frase che sembra una condanna sociale a vita: “Non lavorerai mai più in nessuna azienda”.
Questo è il cuore della storia narrata nel libro e ribadita oggi: in Italia spesso la scorta protegge il corpo ma il sistema colpisce la vita. Ti salva fisicamente e poi ti lascia marcire civilmente. È una contraddizione che grida, perché non è solo ingiusta. Significa dire a chiunque: meglio farsi i fatti propri. E se il messaggio che passa è “stai zitto”, allora i ponti crollano perché il silenzio diventa la norma.
Ciliberto, nella sua lettera, richiama anche una frase che suona come arroganza istituzionale: “In Italia i ponti non crollano e, se dovesse succedere, nessuno crederà a quello…”.
Poi, scrive: “è arrivato il Ponte Morandi”. Quarantatré vittime. Un prima e un dopo. Eppure, eccoci qui, di nuovo: “fatalità”, “imprevisto”, “si accerterà”. Lo stesso copione. Maledetto.
Nel libro, questa dinamica è raccontata come un’ossessione: il Paese che interviene dopo. Dopo la tragedia, dopo il sequestro, dopo le conferenze stampa. Nella lettera la richiesta è netta e attuale come la foto di Lodi: “Chiedo che le Istituzioni non si limitino ai sequestri dopo i crolli, ma proteggano chi, con le proprie denunce, i crolli cerca di evitarli prima che diventino tragedie”.
Perché se un testimone di giustizia viene lasciato “inascoltato e isolato”, come scrive Ciliberto, allora il sistema sta fallendo. E la chiusura della lettera è una di quelle frasi che non dovrebbero mai essere necessarie in un Paese normale: “L’onestà non può essere una colpa. La denuncia non può essere un suicidio civile”.
Oggi, con la passerella spezzata nell’Adda, questa storia non è soltanto memoria: è presente.

LETTERA APERTA DEL TESTIMONE DI GIUSTIZIA GENNARO CILIBERTO
Il prezzo dell’onestà in un’Italia che non impara dai suoi crolli.
A tutte le Istituzioni della Repubblica, agli organi di stampa e ai cittadini,
Scrivo queste righe mentre le cronache riportano l’ennesima “strage evitata”: il crollo della passerella sull’Adda, a Lodi. Un investimento milionario finito in acqua ancora prima del collaudo. Per molti è una notizia di cronaca; per me è la conferma di un modus operandi consolidato che denuncio, inascoltato e isolato, dal 2010.
Da quattordici anni vivo esiliato, sotto scorta, privato della mia libertà e della mia carriera. Il mio “errore”? Aver scardinato un sistema di corruzione e infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti autostradali. Ho portato alla luce una rete di collusione dove la camorra gestiva milioni di euro di soldi pubblici, restituendo opere scadenti e prive di sicurezza, rese “regolari” solo da certificati falsi scambiati con Rolex, auto di lusso e mazzette.
Le mie denunce hanno salvato vite, ma lo Stato – quello stesso Stato che ho difeso con il mio coraggio – invece di ringraziarmi, mi ha umiliato e punito.
Non dimenticherò mai le parole sprezzanti di un alto dirigente di Autostrade per l’Italia dopo il sequestro del cavalcavia di Ferentino sull’A1: ”In Italia i ponti non crollano e, se dovesse succedere, nessuno crederà a quello…”
Poi è arrivato il Ponte Morandi. Quarantatré vittime innocenti nate dallo stesso identico schema: assenza di controlli, certificazioni fasulle e un malaffare diffuso chiamato corruzione.
Oggi mi ritrovo escluso dal mondo del lavoro. “Non lavorerai mai più in nessuna azienda”: questa è stata la promessa che mi è stata fatta e che il sistema ha mantenuto con precisione chirurgica. Sono stato bandito perché sono onesto. Sono stato isolato perché ho bloccato appalti milionari in mano alla criminalità.
È accettabile che in un Paese civile chi denuncia debba perdere tutto, mentre le ditte colluse continuano a vincere appalti e i ponti continuano a cadere?
Oggi il cantiere di Lodi è sotto sequestro e si parla di “fatalità”. Ma non c’è nulla di fatale in un sistema che ignora i propri testimoni e premia il silenzio. Io non starò in silenzio, nonostante il prezzo altissimo che sto pagando. Chiedo che le Istituzioni non si limitino ai sequestri dopo i crolli, ma proteggano chi, con le proprie denunce, i crolli cerca di evitarli prima che diventino tragedie.
L’onestà non può essere una colpa. La denuncia non può essere un suicidio civile.

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