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Terra dei fuochi, sequestrati oltre 204 milioni tra 224 immobili, 72 auto e 2 elicotteri ai fratelli Pellini

Condannati a 7 anni, siamo nella “Terra dei fuochi”, la burocrazia e le carte vinsero l’anno scorso, ora il Tribunale ha sequestrato oltre 204milioni, per la Dna confermata la loro «qualificata» pericolosità.

by Alessio Di Florio
10 Marzo 2026
in Approfondimenti
Reading Time: 11 mins read
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Ingente sequestro di beni ai fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, imprenditori nel settore del recupero, smaltimento e riciclaggio di rifiuti urbani e industriali considerati tra i “Re mida” della terra dei fuochi, protagonisti da decenni delle cronache giudiziarie.

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Il provvedimento, firmato dal magistrato Teresa Arienello del Tribunale di Napoli, è giunto il 4 marzo a conclusione di articolate indagini della Direzione Distrettuale Antimafia, i cui risultati hanno portato gli inquirenti a definire confermata la «qualificata» pericolosità dei fratelli Pellini e a sostenere che parte delle loro ricchezze sono frutto del traffico illecito di rifiuti.

Il sequestro ha interessato 8 aziende tra Napoli, Frosinone e Roma, 224 immobili tra Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone; 75 terreni; 70 rapporti finanziari, 72 auto, 3 barche e 2 elicotteri per un totale di 204.914.706 euro.

Una prima confisca era avvenuta nel 2019 ma, dopo una prima conferma in appello, fu annullata nel 2024 dalla Cassazione che dispose la restituzione dei beni ai tre fratelli imprenditori. Ora è giunto il nuovo provvedimento.

C’è stato un periodo storico in cui la «Terra dei Fuochi» era diventata tema nel dibattito sociale e mediatico. Molte inchieste giornalistiche e giudiziarie, l’impegno di associazioni e comitati, un’ingiustizia disumana che uccideva bambini e persone di ogni età era riuscito a fare irruzione in un’Italia sempre troppo disattenta e concretamente indifferente. Nonostante i negazionismi e i riduzionismi studi scientifici e le testimonianze di vita (e di morte) hanno mostrato la realtà reale e vera.

Ma, dinamica fin troppo conosciuta nella storia d’Italia, passa l’onda dell’emozione, si passa oltre come si fa col telecomando delle televisioni, e l’attenzione scema. Si racconta che un pesce rosso ha memoria da un lato all’altro della boccia in cui nuota, nel momento in cui tocca una delle sponde la sua memoria è così labile che dimentica tutto e ricomincia la traversata. E questo è il Paese dei pesci rossi solo che le bocce le rompono e non ci si nuota.

La “Terra dei Fuochi” non è un perimetro geografico, pensare che sia zozzeria di una piccola parte d’Italia e tutto il resto del Paese pulito è falso, è una menzogna pesante come le lacrime dei bambini (parafrasando Gianni Rodari). Che muoiono in Campania, anche se i telecomandi delle marionette belanti sono ormai spenti da anni, e non solo. Nel 2017 Nunzio Perrella nella trasmissione Rai “Nemo” rivelò a Nello Trocchia che il Nord “era pieno” e che in quegli anni la camorra aveva smaltito ovunque rifiuti tossici di ogni tipo. E la quasi totalità dei rifiuti di ogni tipo, tossici e speciali soprattutto, che ha avvelenato territori della Campania, dell’Abruzzo, del Molise, provenivano dalle grandi industrie del Nord.

Quei giganti su cui puntò il dito, negli stessi anni, la Procura Nazionale Antimafia quando scrisse nero su bianco che il concetto di ecomafia è da considerarsi superato nella sua classica formulazione: l’essenza del fenomeno non deve essere cercata: “nelle ingerenze della criminalità mafiosa nello specifico settore, bensì nelle deviazioni dal solco della legalità, per puro e vile scopo utilitaristico”, non sono brutti ceffi in un cesto pulito, sono il capitalismo criminale di un sistema marcio.

Un sistema diretto da politici, camorristi e in cui imprenditori sono stati protagonisti assoluti. Tra loro Cipriano Chianese e i fratelli Pellini. Chianese che è stato arrestato e condannato con uno scandaloso ritardo di anni, quando era già morto Roberto Mancini. I fratelli Pellini, condannati a sette anni per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti, su cui indagò Michele Liguori, anche lui morto ammazzato come Mancini dai veleni dei rifiuti tossici.

I fratelli Pellini erano stati destinatari di un provvedimento di maxi sequestro, cancellato l’anno scorso per «vizi formali», la burocrazia vince sulla “giustizia” e sui fatti. Il 4 marzo è stato eseguito un nuovo provvedimento di maxi sequestro per oltre 204 milioni. Secondo la DDA di Napoli è confermata la loro «qualificata» pericolosità e parte delle ricchezze sono frutto del traffico illecito di rifiuti.

«Secondo i medici per l’ambiente (Isde), nel periodo 2013–2018 Acerra ha registrato un tasso standardizzato di incidenza di 1.047 casi di tumore ogni 10.000 abitanti, a fronte di una media nazionale di circa 697/10.000. Sono cifre che non spiegano tutto — l’epidemiologia richiede cautela e correlazioni robuste — ma danno la misura di un allarme sanitario – riportò Saviano nell’agosto scorso il Corriere della Sera – Dalla sentenza derivò il sequestro» che era stato burocraticamente annullato.

«I fratelli Pellini – Giovanni, Salvatore (ex maresciallo dei Carabinieri), nel processo scaturito dall’operazione Carosello Ultimo Atto (2003), sono stati condannati in appello dalla IV sezione penale di Napoli per disastro ambientale nel 2015. Condanna confermata il 17 maggio 2017 dalla Cassazione – ha raccontato WordNews.it il 19 gennaio 2020 ricordando Michele Liguori, vigile del fuoco ammalatosi mentre documentava i veleni delle ecocamorre, come accaduto anche a Roberto Mancini, poliziotto – Secondo l’accusa, rifiuti industriali del Nord – con l’artificio del giro bolla (la sostituzione dei codici Cer e il cambio di tipologia del rifiuto) – venivano declassificati in non pericolosi e sversati nelle campagne dell’agro nolano e casertano come compost o depositati in cave tra Acerra, Giugliano, Qualiano e l’area flegrea di Bacoli. «Una mole rilevante di rifiuti gestiti contra legem attraverso uno smaltimento illegale e uno sversamento di essi sulle aree e le zone a destinazione agricola», hanno scritto i giudici nella sentenza di condanna, «senza il rispetto delle minime regole che permettono l’individuazione delle sostanze in essi contenuti, così producendo una lesione all’equilibrio ambientale di proporzioni assolutamente gravi. Si genera, allora, il pericolo per la pubblica incolumità, pur in assenza di eventi di morte o lesioni».

In questi anni il più attivo nel contrastare i fratelli Pellini, con ripetute denunce, è stato Alessandro Cannavacciuolo, residente ad Acerra e nipote di Vincenzo (un pastore morto, nel 2007, avvelenato dalla diossina a 59 anni), ha subìto varie minacce e intimidazioni: la mattina del 5 novembre del 2015 Alessandro Cannavacciuolo trovò morti (avvelenati) i suoi due pastori maremmani, Sergente e Belle. Nel 2008 le pecore della famiglia sono state abbattute per l’eccessiva presenza di diossina nel sangue».

Alessandro Cannavacciuolo nel luglio di due anni fa pubblicò in un post facebook un articolo di Il Mattino dal titolo più che eloquente: «Rifiuti incubo infinito, dai terreni dei Pellini spuntano nuovi veleni».
«In questo lavoro a cui tengo tantissimo perché riguarda la mia terra e la mia gente si vedono e si sentono tante cose vecchie, ma soprattutto cose nuove, purtroppo – ha sottolineato il 7 aprile scorso Amalia De Simone raccontando l’inchiesta per “Mi Manda RaiTre” da lei realizzata dal titolo “La terra che brucia” – Si sentono i cattivi. Si sente dire dai fratelli Pellini condannati per disastro ambientale, che la terra dei fuochi è colpa del Vesuvio dei vaccini e delle persone rom; vado a cercare il principale broker delle ecomafie che avrebbe obbligo di dimorare nel casertano e invece non lo trovo mai; parlo con il pentito Gaetano Vassallo e lui senza colpo ferire mi dice: “Io vi ho avvelenato è vero, ma dopo, sulle mie discariche ha sversato lo Stato e le ha usate come le ho usate io e soprattutto in trent’anni non le ha mai bonificate. Ho firmato documenti di smaltimento di rifiuti del Nord che non so che fine abbiano fatto e che credo siano rimasti in Lombardia e in Toscana”».
https://www.raiplay.it/video/2025/04/La-terra-che-brucia—Mi-manda-Raitre-06042025-8c34d523-664d-4fe3-bd60-764cbadc5dc9.html


«Un giorno è tornato con le suole che si squagliavano sul pavimento della cucina – ha raccontato Maria Di Buono, la moglie di Michele Liguori – non so dove avesse camminato, ma le scarpe erano letteralmente in decomposizione. Un’altra volta ha perso la voce all’improvviso. Certe notti lo annusavo sconcertata, trasudava odore chimico, puzzava di pneumatici bruciati». Ma il suo costante impegno e la sua incessante ricerca di giustizia, raccontati nel libro «Il cavaliere errante – La vera storia di Michele Liguori, il vigile eroe della Terra dei Fuochi», non furono riconosciuti ma addirittura boicottati e considerata un fastidio. In vita, ma anche dopo la sua morte.
Per due anni fu incaricato di aprire la porta del castello del paese, considerato “troppo zelante” in servizio, ma riuscì a tornare – sempre in totale solitudine – alle indagini ambientali.

Fino alla malattia che lo strappò alla vita il 19 gennaio di 6 anni fa. Una malattia, i due tumori (una rara forma al fegato e un alto livello di pcb nel sangue) che gli devastarono il corpo, riconosciuta dall’Inail come malattia professionale. Eppure il 12 marzo 2018 il Ministero dell’Interno si rifiutò di riconoscerlo vittima del dovere, secondo i funzionari «la malattia non può riconoscersi dipendente dai fatti di servizio, in quanto, nei precedenti di servizio dell’interessato non risultano fattori specifici potenzialmente idonei a dar luogo ad una genesi neoplastica. Pertanto è da escludere ogni nesso di causalità e o di non causalità non sussistendo, altresì nel caso di specie, precedenti infermità o lesioni imputabili al servizio che col tempo possano essere evolute in senso metaplastico» .

Un linguaggio asettico e burocratico con il quale lo Stato italiano ha deciso di cancellare le denunce di un suo servitore con la schiena dritta. Una scelta vergognosa contro cui la moglie si è ribellata subito con un ricorso accolto il 17 ottobre dello stesso anno.

Ad Acerra sono stati sversati rifiuti tossici persino nel parco archeologico, tonnellate di banconote della zecca, destinate al macero, sono state seppellite con amianto, materiali gassosi che innescavano fiammate improvvise, vecchi telefoni a rotelle della Sip, liquami delle industrie del Nord. Per anni i clan dei casalesi tra Villa Literno e Acerra hanno sversato i rifiuti della Caffaro di Brescia, l’industria che ha prodotto pcb (che avvelenò il sangue di Michele Liguori) dal 1936 al 1984.

Secondo un pentito un’impresa edile locale, dal 1998 al 2005, è stata costruita usando cemento impastato con amianto. Impresa di proprietà della famiglia Pellini. I fratelli Pellini – Giovanni, Salvatore (ex maresciallo dei Carabinieri), nel processo scaturito dall’operazione Carosello Ultimo Atto (2003), sono stati condannati in appello dalla IV sezione penale di Napoli per disastro ambientale nel 2015.

Condanna confermata il 17 maggio 2017 dalla Cassazione. Secondo l’accusa, rifiuti industriali del Nord – con l’artificio del giro bolla (la sostituzione dei codici Cer e il cambio di tipologia del rifiuto) – venivano declassificati in non pericolosi e sversati nelle campagne dell’agro nolano e casertano come compost o depositati in cave tra Acerra, Giugliano, Qualiano e l’area flegrea di Bacoli. «Una mole rilevante di rifiuti gestiti contra legem attraverso uno smaltimento illegale e uno sversamento di essi sulle aree e le zone a destinazione agricola», hanno scritto i giudici nella sentenza di condanna, «senza il rispetto delle minime regole che permettono l’individuazione delle sostanze in essi contenuti, così producendo una lesione all’equilibrio ambientale di proporzioni assolutamente gravi. Si genera, allora, il pericolo per la pubblica incolumità, pur in assenza di eventi di morte o lesioni».

In questi anni il più attivo nel contrastare i fratelli Pellini, con ripetute denunce, è stato Alessandro Cannavacciuolo, residente ad Acerra e nipote di Vincenzo (un pastore morto, nel 2007, avvelenato dalla diossina a 59 anni), ha subìto varie minacce e intimidazioni: la mattina del 5 novembre del 2015 Alessandro Cannavacciuolo trovò morti (avvelenati) i suoi due pastori maremmani, Sergente e Belle. Nel 2008 le pecore della famiglia sono state abbattute per l’eccessiva presenza di diossina nel sangue.


Cipriano Chianese è stato condannato anche in Cassazione, la sentenza è definitiva. Nel 1996 Roberto Mancini redasse un’informativa su di lui, rimasta per dodici anni nei cassetti fin quando Alessandro Milita arrivò in Procura, la scoprì casualmente e torno ad indagare. Periti incaricati dal Tribunale di Napoli anni fa (quando la discarica non era più attiva) riscontrarono la presenza di fluoruri, cloroformio, tetracloroetilene, tricloroetilene, dicloropropano, – tricloropropano, cloruro di vinile, dicloroetano, dicloroetilene; tricloroetano e benzene oltre le soglie di legge.

La discarica Resit di Giugliano era una bomba ecologica e un pericolo concreto per la salute. «Dall’esame si evince che le acque di falda nell’area posta idrogeologicamente a monte del sito risultano non potabili in assenza di trattamenti specifici per la rimozione degli idrocarburi clorurati ma si rileva un peggioramento significativo della qualità attribuibile alla presenza delle discariche”, scrivono gli esperti. “I risultati delle simulazioni condotte hanno evidenziato il superamento dei limiti di accettabilità del rischio stabiliti dal D.Lgs. 152/06 e s.m.i. sia per i pozzi di monte sia per i pozzi a valle». 

«Lo strato di argilla non è presente, al limite si trovano limi sabbiosi anche con permeabilità bassa e che la contaminazione trovata ai bordi e sotto gli invasi denota verosimilmente che i presidi, anche qualora ci fossero, sono risultati inefficaci e quindi non realizzati a regola d’arte».

«Dall’esame dei risultati delle attività di caratterizzazione e monitoraggio svolte e documentate agli atti, emerge che l’assenza di adeguati presidi a tutela delle matrici ambientali abbia determinato un peggioramento della qualità della falda (peraltro già compromessa in relazione al sistema di discariche individuate in posizioni ubicate idrogeologicamente a monte delle discariche ex Resit) contribuendo al danno ambientale causato nel complesso dalla gestione di discariche di rifiuti nell’Area Vasta di Masseria del Pozzo».

Pochi anni dopo l’informativa di Roberto Mancini, quando ormai la polvere si era già accumulata in abbondanza, Cipriano Chianese fu tra gli imprenditori che scesero a patti con pezzi dello Stato e la camorra. Erano gli anni dell’emergenza rifiuti a Napoli e, denunciò in un memorabile articolo Rosaria Capacchione su Il Mattino nel 2011, ci fu la resa dello Stato. «in quei mesi del 2003, quando (tanto per cambiare) si cercavano affannosamente fosse e buchi nei quali depositare i rifiuti che si accumulavano nelle strade napoletane, che gli uomini dello Stato incontrarono la camorra», scrisse Rosaria Capacchione, «le discariche c’erano, erano piuttosto illegali, e appartenevano a Cipriano Chianese» ed altri imprenditori e «fu in quella giornata – era primavera – del 2003 che il destino di Villa Literno, e delle vicinissime Giugliano e Parete, fu definitivamente segnato».

Ci fu «una riunione ufficiale – racconta sempre Rosaria Capacchione – con i dirigenti del commissariato di governo, Massimo Paolucci e Giulio Facchi, che scesero a patti con un gruppetto di imprenditori in odor di mafia che quei buchi avevano disponibili». Facchi è stato assolto nel processo per la discarica Resit, Paolucci non ha mai avuto nessuna contestazione penale e non esiste nessun atto da lui firmato che sia mai stato oggetto di rilievi. nominato nella segreteria del ministro della Salute Speranza nel settembre 2019, il 1° aprile 2020 nominato global advisor della struttura commissariale per l’emergenza covid19 di Arcuri.


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Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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