La morte dello 007 Bruno Contrada, più che causarmi cordoglio, mi da conferma di uno Stato che ha fallito, di una giustizia che non ha saputo (o voluto) pretendere la verità dai suoi stessi apparati.
La morte di Bruno Contrada non chiude nulla. Al contrario, riapre una delle ferite più profonde e più opache della storia repubblicana italiana. A dirlo con parole durissime è Sonia Alfano, già europarlamentare dal 2009 al 2014 e presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento europeo, che alla notizia della scomparsa dell’ex numero tre del Sisde non ha parlato di cordoglio, ma di fallimento dello Stato.
Contrada è morto a Palermo (13 marzo 2026), a 94 anni, dopo una vicenda giudiziaria lunga e controversa.
Contrada ha attraversato le stagioni più torbide della Repubblica, scegliendo di portare nella tomba segreti indicibili che avrebbero potuto, e dovuto, dare giustizia a mio padre e a tante altre vittime di mafia.
Per Sonia Alfano, la morte di Contrada non è il momento del silenzio rispettoso, ma quello delle domande. Pesanti, scomode, politiche. Alfano descrive Contrada come un uomo che avrebbe attraversato “le stagioni più torbide della Repubblica” scegliendo di portare con sé “segreti indicibili”, pezzi di verità che avrebbero potuto dare giustizia a suo padre e a molte altre vittime di mafia.
Troppe le zone d’ombra che hanno caratterizzato la gestione dei servizi segreti in Sicilia nei primi anni ’90, come ad esempio la “Squadra Fiore”, struttura parallela che operava proprio nel messinese e di cui Contrada era riferimento indiscusso.
Rilancia anche il nodo della cosiddetta “Squadra Fiore”, indicata come struttura parallela attiva nel messinese e fuori da ogni controllo istituzionale, soprattutto nell’area di Barcellona Pozzo di Gotto.
Questa cellula del Sisde agiva fuori da ogni controllo istituzionale, soprattutto a Barcellona Pozzo di Gotto. Ed è proprio in quel territorio, sotto l’influenza di quella struttura, che mio padre è stato isolato e ucciso mentre cercava di denunciare la presenza del boss Nitto Santapaola.
Mio padre è morto per denunciare i santuari inviolabili della mafia e della politica, Contrada è stato e resterà per sempre un custode di quei santuari.
Beppe Alfano fu ucciso l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, il giornalista portava avanti inchieste su criminalità organizzata, poteri locali e intrecci indicibili. Un cronista scomodo, lasciato solo, colpito mentre cercava di rompere i recinti di omertà che proteggevano boss, interessi e complicità. Una parte delle ricostruzioni successive ha collegato il suo lavoro anche alla latitanza di Nitto Santapaola nel Barcellonese, uno dei punti che Sonia Alfano continua a indicare come snodo decisivo per arrivare ai mandanti occulti e ai depistaggi.
La morte di Contrada, secondo Sonia Alfano, attesta l’incapacità dello Stato di pretendere la verità dai propri apparati. Viene messo in discussione un intero sistema, che, negli anni delle stragi, delle convivenze sporche tra interessi mafiosi e segmenti deviati delle istituzioni, non ha saputo fare piena luce su sé stesso.
Contrada non viene ricordato come un semplice ex funzionario ma come il simbolo di una verità custodita, ora sepolta. L’uomo che ha taciuto. Il problema non è solo il crimine organizzato ma il suo rapporto con zone protette del potere. È questo il nervo scoperto della sua denuncia.
Con la scomparsa di uno dei protagonisti più controversi di quella stagione si spegne un’altra voce che avrebbe potuto chiarire, spiegare, ricomporre. E in assenza di una verità piena resta il sospetto, dei silenzi.
Qual era il vero ruolo di Contrada e della sua squadra in quelle settimane? Perché la cattura di Santapaola fu impedita o ritardata?
Nel fondo, il messaggio di Sonia Alfano è semplice e devastante insieme: non basta che un uomo muoia perché si chiuda il conto con il passato. Se la verità non è stata cercata fino in fondo, se i segreti restano blindati, se i familiari continuano a fare le domande che le istituzioni non hanno avuto il coraggio di porre, allora quella morte non porta pace. Porta solo un’altra conferma. La conferma di uno Stato che, davanti ai suoi lati più oscuri, ha preferito troppe volte il silenzio alla verità.





