Lunedì 23 marzo il popolo italiano ha dato una sonora risposta ad un governo che voleva modificare la Costituzione. Con un’affluenza pari al 55.69% il NO ha prevalso per circa 7 punti percentuali. Da quel momento è scattato il putiferio nella politica a livello nazionale.
Dimissioni a raffica, giustificazioni e silenzi. Si sono dimessi la capa di Gabinetto del Ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, che in Sicilia aveva etichettato i magistrati come “plotoni d’esecuzione”; si è dimesso Delmastro, potente sottosegretario alla giustizia che lo hanno beccato in società con la figlia di un prestanome del clan Senese e che sembra essere stato tra gli autori di questa riforma, insieme alla “zarina”; per la questione della società del ristorante romano è stata costretta a dimettersi, ma mantenendo le sue deleghe, l’esponente biellese di Fratelli d’Italia nonché vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino; si è dimesso da capogruppo di Forza Italia in Senato Maurizio Gasparri, esponente di punta della corrente del vicepremier Tajani; dopo un tira e molla che ha fatto perdere la credibilità della Premier, si è infine dimessa pure la ministra Daniela Santanchè, inizialmente non aveva dato conto della volontà dichiarata pubblicamente della Premier.
Successivamente Antonio Tajani ha dichiarato che se dovesse cadere anche il capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, sua massima espressione nonché suo consuocero, si dimette pure lui, e sembra che Marina Berlusconi si stia muovendo per fare in modo che ciò accada.
È finita qui? Assolutamente no. Infatti venerdì sera, a seguito del Consiglio dei Ministri dove tra l’altro è stata impugnata la legge regionale siciliana sugli aiuti a seguito del ciclone Harry, i leader dei partiti di maggioranza, Tajani e Salvini, sono stati chiamati a rapporto ad una cena nella villa romana della Premier per discutere di diversi fatti che coinvolgono la maggioranza governativa. Nessuno ha escluso che non si sia parlato di un eventuale voto anticipato.
Nel frattempo tutti chiedono le dimissioni dell’ideatore di questa riforma, anche perché lui stesso si prese la responsabilità della portata del suo nome, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio che ancora, però, non molla la poltrona. Per questo è partita anche una raccolta firme online.
In tutto ciò Matteo Salvini, leader della Lega, è entrato in un silenzio stampa sul referendum se non per le sue parole di sabato pomeriggio a Messina in una manifestazione per il Ponte dove, in maniera velata ma non troppo, ha nuovamente attaccato il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri.
Ma andiamo adesso in Sicilia, la più grande regione italiana, la scuola politica nazionale e il punto di riferimento massimo della maggioranza. Quali sono state le reazioni? Il silenzio.
Infatti da dopo il risultato referendario nessuno si azzarda a parlarne. Tutti si spaventano che le pulizie adottate a livello nazionale, contro gli indagati e i condannati, possano arrivare pure qui. E i primi a saltare dovrebbero essere due dei massimi esponenti siciliani di Fratelli d’Italia, l’assessore regionale al turismo Elvira Amata e il presidente dell’ARS Gaetano Galvagno, in quanto hanno indagini a carico in corso. Ma un altro che dovrebbe saltare è il ras leghista Luca Sammartino, vicepresidente della Regione e assessore all’agricoltura. Infatti il leghista ha un’indagine in corso ed era stato beccato seduto al tavolo di un bar con alcuni esponenti del clan Santapaola di Catania. Ma anche qui arrivano i primi malumori.
Infatti il commissario di Fratelli d’Italia nell’isola Luca Sbardella, al TGR Rai Sicilia ha dichiarato:
“Sulle questioni giudiziarie applicheremo in Sicilia lo stesso criterio che ci verrà indicato dal partito nazionale”.
A seguito di queste parole è calato il gelo. Silenzio stampa e in pochi della maggioranza si presentano in Aula all’ARS. Ma non solo FdI.
Anche Forza Italia che più ha voluto questa riforma, che in Sicilia ha il suo esponente come Presidente della Regione, Renato Schifani, e che ha perso questa battaglia referendaria con un sonoro 61% a 39%, ha iniziato ad avere i primi malumori. Infatti nella stessa giornata delle dimissioni di Maurizio Gasparri, l’europarlamentare Marco Falcone non le ha mandate a dire al governatore Schifani dopo averlo incontrato. L’ex assessore regionale e leader di Forza Italia in Sicilia ha chiesto al presidente della Regione un cambio di passo ma, a seguito di un incontro con Schifani ha detto,
“Non emergono segnali sufficienti circa una piena consapevolezza, a Palazzo d’Orleans, della fase che stiamo attraversando e delle aspettative del nostro elettorato”.
Nel frattempo, i leader del tavolo progressista siciliano colgono la palla al balzo per chiedere che saltino le prime teste:
“Di fronte alla tardiva reazione della premier Giorgia Meloni che, all’indomani della batosta referendaria, ha avviato un repulisti, in Sicilia è ancora tutto fermo. Nella Regione che ha il record di parlamentari ed esponenti della giunta di governo indagati, rinviati a giudizio o sotto processo, non succede nulla di nulla. In attesa delle dimissioni di Schifani è quantomeno urgente che almeno tutti coloro che sono indagati si dimettano come chiediamo da tempo, e si ristabilisca un po’ di decenza nella giunta regionale. Auspichiamo pertanto che la stessa sensibilità che stiamo vedendo a Roma sia dimostrata anche al Parlamento regionale. Attenzione però, che non ci sia un ritorno al passato e che, per equilibri politici che i siciliani non comprenderebbero, si pensi di ridare poltrone e potere alla Democrazia Cristiana”,
sostengono in una nota congiunta i segretari regionali Anthony Barbagallo (Pd Sicilia), Nuccio Di Paola (M5S), Davide Faraone (Italia Viva), Ismaele La Vardera (Controcorrente), Pierpaolo Montalto (Sinistra Italiana), Fabio Giambrone (Europa Verde), Nino Oddo (Psi), Carmelo Miceli (Progetto Civico), Giuseppe Bruno (Più Uno), Palmira Mancuso (+Europa) e Giovanni Scicolone (Spazio Civico), al termine della prima riunione dopo la grande vittoria referendaria del NO.
Insomma la maggioranza diceva di non farne, del referendum, una battaglia politica. Ma se queste sono le conseguenze era più di una battaglia politica, sembra essere una essenza di stabilità governativa.
LA VITTORIA DEL “NO”, Di Matteo: “Sono felice che il popolo italiano abbia dato questa risposta.”
Dopo Bartolozzi e Delmastro, Santanchè lascia (ma fuori tempo massimo)





