«Il tempo che questa storia svanisca del tutto da ogni cronaca e narrazione». La frase di Sara Cozzi, autrice dell’inchiesta sulla gestione della ditta Bellinvia e sul Caso Ofria con Roberto Disma, verso la chiusura della quarta puntata della loro inchiesta può essere estesa all’intera vicenda.
A chi può interessare che questo tempo arrivi? Perché, nella terra di Saguto e Montante, quasi nessuna voce si leva su questa vicenda? Perché la sentenza di primo grado del processo ha portato alla «sentenza degli assenti»?
«La vicenda sull’azienda confiscata per mafia e gestita per anni da condannati per mafia, a Barcellona Pozzo di Gotto, è parzialmente conclusa con una “sentenza degli assenti” – sottolinea l’Associazione Antimafie Rita Atria, unica parte civile costituitasi nel processo – Mancano le parti civili. Un magistrato è stato trasferito alla DDA di Palermo. Il rito immediato dell’amministratore giudiziario è tutt’altro che immediato. Come un amarissimo contraltare allo scandalo sui beni confiscati depredati dalle Misure di Prevenzione, quest’azienda è rimasta sana, florida. E qualcuno commenta: “A Catania facciamo così”».
Quello che Disma e Cozzi stanno descrivendo come un “vaso di pandora” scoperchiato è emerso nel processo, nell’inchiesta di Cozzi e Disma che sta proseguendo e realizzata in collaborazione con Associazione Antimafie Rita Atria & Teatro alla Lettera, e dopo gli esposti dell’avv. Ugo Colonna.
In questo quarto episodio prodotto da Lamia Inchieste Colonna è stato intervistato e ha raccontato come sono nati gli esposti, i primi passi di una vicenda che vede tanti assenti e una indifferenza quasi generale. Sulle «parti civili mancanti» e gli «illustri assenti», dopo aver dato notizia della sentenza del 2 aprile, si concentrano Disma e Cozzi in questa nuova puntata della videoinchiesta.
«Da 14 anni la Ditta Bellinvia di Barcellona Pozzo di Gotto è sotto amministrazione giudiziaria, ma, secondo le indagini, la famiglia Ofria – storicamente legata a Cosa Nostra barcellonese – avrebbe continuato a controllarla e a trarne profitti» tornano a sintetizzare l’intera vicenda Disma e Cozzi.
«Anni di gestione indisturbata da parte degli stessi soggetti sottoposti a confisca definitiva, collaboratori di giustizia che cercano di smentire l’affiliazione dei protagonisti, informative della Polizia di Stato archiviate ed esposti ignorati, magistrati che non intervengono e non sono chiamati a rispondere delle circostanze – sottolineano i due promotori di Lamia Inchieste – Questo e molto altro nella serie Cronaca di un non-sequestro. Il caso Ofria, la nuova docu-inchiesta di Làmia. Una narrazione ibrida tra cronaca e teatro civile: gli interrogatori di garanzia vengono messi in scena senza alterarne forma e contenuto».
La «lotta alla mafia non è commemorazioni di facciata ma presenza concreta mettendoci la faccia» ha sottolineato nel gennaio scorso l’Associazione Antimafie Rita Atria, la «gestione mafiosa di un bene confiscato è un messaggio devastante per i cittadini» ha sottolineato il mese prima l’unica parte civile costituitasi nel processo perché «significa dire che nulla cambia, che la mafia può sottrarre allo Stato ciò che lo Stato le ha sottratto». Altrettanto devastante «l’assenza di una reazione collettiva» e il silenzio di tanti, come si sottolinea in questo nuovo capitolo dell’inchiesta di Disma e Cozzi. Perché mancano gli assenti citati, gli assenti istituzionali e della società civile? A qualcuno interessa che la cronaca e narrazione non abbia riflettori accesi e svanisca del tutto? Perché? Indifferenza? Movente? Sono domande che aleggiano su questi mesi (ma dovremmo dire), che tornano nella terra di Saguto e Montante, della «Brusca faccenda» (denunciata e documentata in una precedente inchiesta di Disma e Cozzi), dell’arresto di un collaboratore di giustizia, Bisognano (facendo tornare d’attualità una vecchia interrogazione di Luigi Gaetti e le sue parole di fronte la Commissione Parlamentare Antimafia presieduta da Nicola Morra?), passato anch’esso sotto gran silenzio e ben pochi riflettori.
«A Catania facciamo così» è frase che si perde nella storia di questa regione, le cui origini affondano in epoche lontane. Eppure è l’amaro commento che oggi, anno domini 2026, può commentare questa vicenda, la «sentenza degli assenti» e la latitanza di reazioni e riflettori.





