Sono passati più di quattro secoli da quando il fantomatico Don Chisciotte della Mancia, nato dal genio letterario di Miguel de Cervantes, nei panni di un sedicente hidalgo spagnolo, intraprese la sua visionaria battaglia contro i mulini a vento, da egli erroneamente inquadrati come giganti dalle braccia rotanti, suscitando l’ilarità dei lettori e inaugurando anzitempo la stagione del romanzo moderno.
Oggi, ad incarnare quei giganti non sono più i vecchi mulini a vento, ma molte delle turbine eoliche costruite in diverse regioni del meridione, mentre, ad indossare la veste di cavaliere errante, non è più un attempato visionario preso in ostaggio dalle sua passione per i romanzi cavallereschi, ma gruppi di cittadini che si organizzano spontaneamente dal basso per denunciare i danni causati dall’uso indiscriminato di questi impianti di energia rinnovabile. Con questa similitudine “cavalleresca”, Umberto Oreste, noto ricercatore biochimico ed esponente di Sinistra Anticapitalista, introduce il problema del cosiddetto “eolico selvaggio”, ai nostri microfoni di Prima Linea News.
Quella di Oreste è una figura retorica che appare ben congeniata, dal momento che oggi, a combattere contro questi nuovi “giganti”, vi è un numero isolato di persone, ma non certo per effetto delle loro farneticazioni, come nel romanzo di Cervantes, bensì a causa di una scarsa sensibilizzazione su un tema che rischia di suscitare indifferenza da parte dell’opinione pubblica.
Comunque, qui non si tratta di avere un atteggiamento pregiudiziale nei confronti delle pale eoliche, dal momento che lo stesso Oreste è ben consapevole di come l’energia generata dal vento, già dai tempi dei primi mulini, ha utilmente accompagnato l’umanità per far fronte a numerosi bisogni. Tra l’altro, siamo ormai in una fase dei cambiamenti climatici che richiede la sostituzione del fossile con fonti rinnovabili, onde evitare l’aggravarsi della situazione, e anche l’odierna tecnologia basata sull’eolico ha fatto dei progressi tali da potersi considerare valida, purchè venga utilizzata per risolvere problemi locali, come accadeva nei secoli passati.
Tuttavia, Oreste riflette sul fatto che oggi la richiesta di energia da parte del pianeta è in continua crescita, aprendo degli scenari che non contemplano la sostituzione completa delle fonti fossili con quelle rinnovabili, bensì l’utilizzo di entrambe le fonti, per meglio assecondare la logica del profitto. Bisognerebbe quindi ridisegnare la struttura socio-economica del nostro territorio in modo da indurre le popolazioni a rimodulare la propria esigenza energetica, favorendo l’attività locale e riducendo gli approvvigionamenti a lunga distanza, come quelli basati sui trasporti aerei, navali e via terra, nonchè l’impiego dei lunghi cavi sottomarini che trasportano elettricità e che impattano pesantemente sul bilancio complessivo.
Del resto, oggi più che mai, proprio questo sistema basato sulle lunghe distanze sta mostrando tutta la sua fragilità, a causa delle crisi internazionali in corso. Per Oreste, l’obbiettivo della vera sostenibilità può venire raggiunto se si fanno politiche che mettono prioritariamente al centro il benessere dei cittadini e non l’interesse legato ai profitti delle multinazionali. Infatti, se in teoria le rinnovabili non dovrebbero impattare sul clima, in pratica, il modo in cui vengono attualmente impiegate può arrecare enormi danni tanto all’ambiente quanto al vivere civile.
Oreste ci informa che a pagare il prezzo più alto per l’utilizzo copioso e indiscriminato delle pale eoliche sono principalmente le regioni meridionali della nostra penisola, partendo dalle dorsali dell’Appennino fino a giungere ai promontori della Sicilia e della Sardegna, ove si trovano aree montuose esposte a grandi spazi aperti che, a differenza delle grandi pianure del nord Italia, ricevono maggiore ventilazione e quindi sono in grado di ricavare più energia. Eppure si tratta anche di aree afflitte da spopolamento, povertà e riduzione dell’attività economica, a riprova del fatto che, se concepito in questo modo, l’eolico non porta alcun beneficio concreto alle comunità.
Di conseguenza, nasce la necessità di opporsi a questo sistema, motivo per cui, da qualche tempo a questa parte, alcuni comitati cittadini si sono appunto organizzati dal basso in regioni come la Campania, la Calabria, la Puglia, la Sicilia e la Sardegna, per intraprendere delle lotte contro quegli impianti eolici che rischiano di provocare numerosi danni, quali il disturbo paesaggistico, l’interferenza con le rotte migratorie degli uccelli, la produzione di colate di olio e di altri materiali che finiscono nel terreno, l’inquinamento acustico e il consumo di suolo.
Ed è proprio il consumo di suolo, secondo Oreste e Marco Giuseppe Toma, a meritare una riflessione a parte, dal momento che tale problematica comporta una riduzione sempre più drammatica delle aree naturali e agricole, tanto da non trovare precedenti nella storia dell’umanità, con ovvie ricadute anche sulla biodiversità animale e vegetale, per effetto della frammentazione del territorio e degli habitat di ciascuna specie.
A gravare ulteriormente su queste problematiche, potrebbe esservi l’intenzione di costruire pale eoliche di nuova generazione, caratterizzate dal fatto di essere molto imponenti, ma che potrebbero non aver ancora superato tutti i test previsti nelle fasi di sperimentazione. Quindi, secondo Oreste, bisogna interrogarsi su almeno tre aspetti: uno tecnologico, uno politico e uno ecologico.
Tuttavia, i problemi che questi comitati si trovano oggi ad affrontare appaiono enormi, dal momento che devono confrontarsi con amministrazioni che sono spesso influenzate da mediazioni affaristiche, se non addirittura malavitose.
Ciò nonostante, questi comitati stanno cercando di raccogliere tutti quegli elementi che possano far valere le loro ragioni sul piano legale, come ad esempio il mancato pagamento dell’IMU alle amministrazioni locali, i limiti con cui la legge nazionale prevede di dare le autorizzazioni per la costruzione degli impianti e i dati sui rischi legati al profilo tettonico del territorio, nel tentativo di trovare gli opportuni cavilli che possano dare forza alle loro argomentazioni.
Un altro problema è quello di far convergere tutte queste piccole realtà di protesta in un unico grande coordinamento, per far sentire le proprie istanze anche a livello nazionale, collegandosi anche a tutte le altre associazioni territoriali che si battono per i diritti dell’ambiente.
Per Oreste, la pratica di sottrarre al privato il controllo del settore energetico per poi riconsegnarlo nelle mani del pubblico andrebbe a pannaggio di una gestione più equilibrata dell’ambiente e dell’economia, come ai tempi del boom economico italiano degli anni ’50.
Inoltre, per ovviare a queste problematiche “ecologico-sistemiche” provocate dall’eolico selvaggio, Oreste ci ricorda che esistono diverse altre forme di energia rinnovabile che appaiono molto più rispettose degli equilibri ambientali, quali ad esempio quella prodotta dalle onde del mare, che non causa interferenze con il paesaggio, o quella ottenuta dal sole, che ha il pregio di poter essere impiegata in loco, ma che proprio per questo motivo, sotto certe condizioni, non soddisfa gli appetiti del profitto e quindi non viene incrementata nella forma di impianti al servizio di piccole comunità, ma in quella di impianti di grande estensione.
Anche l’idroelettrico, se utilizzato nella forma di grandi bacini, può provocare degli scompensi sul piano geologico, quando, invece, i piccoli bacini potrebbero rappresentare delle soluzioni a minor impatto e molto meglio gestibili. Insomma, Oreste ci fa comprendere che, anche quando risulta possibile trovare soluzioni che siano realmente sostenibili per l’ambiente e le comunità, il capitale cerca sempre di virare verso la costruzione di grandi opere che assecondino il profitto e la grande finanza. Ne consegue purtroppo che, una volta realizzati, questi grandi impianti rimangono spesso sottoutilizzati, con evidente sperpero di risorse e di denaro pubblico.
Nell’attesa che tanto la politica locale quanto quella nazionale inizi a farsi carico di questo problema, la lotta dei comitati “Don Chisciotte” continua ad andare avanti, mentre noi di Prima Linea News continueremo a tenerla in sella, come un fedele Ronzinante, nella speranza di coinvolgere sempre più persone su questo tema così sensibile.





