Tutti parlano della necessità di salvaguardare la sanità pubblica. Tutti, almeno a parole, si dicono favorevoli a bloccare il processo di privatizzazione della sanità che va avanti da molti anni. Ma la domanda vera, quella che spesso viene evitata, è un’altra: qual è il meccanismo concreto attraverso cui si procede a svuotare il servizio sanitario nazionale?
Il primo passaggio è evidente: il progressivo definanziamento del fondo sanitario nazionale, che si avvicina sempre di più alla soglia del 6% del Pil. In questo quadro appare giusta la petizione promossa dalla Cgil per portare il finanziamento della sanità pubblica al 7,5% del Pil, invece di immaginare investimenti enormi, fino al 5% del Pil, per strumenti di morte come gli armamenti.
Ma il definanziamento non è l’unico problema. C’è un altro punto decisivo, forse ancora più silenzioso e pericoloso: la possibilità per il privato convenzionato di attingere allo stesso fondo che dovrebbe servire a finanziare le strutture pubbliche.
Il meccanismo è semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: più risorse finiscono alla sanità privata convenzionata, meno fondi restano per far funzionare ospedali, reparti, pronto soccorso, ambulatori e servizi territoriali pubblici. Così il sistema pubblico viene lentamente indebolito, pezzo dopo pezzo, fino a diventare inefficiente. E quando il pubblico non funziona più, il privato appare come l’unica soluzione possibile. Una soluzione costruita sul problema che si è contribuito a creare.
Il privato convenzionato, inoltre, tende comprensibilmente ad attivare le prestazioni più remunerative, quelle che garantiscono maggiori margini economici. Ma ciò che produce profitto non sempre coincide con i bisogni reali del territorio. Il risultato è che molti cittadini restano scoperti su servizi essenziali, sono costretti a emigrare per curarsi, pagano di tasca propria le prestazioni di cui hanno bisogno oppure, nei casi più gravi, rinunciano direttamente alle cure.
È qui che la questione diventa politica, sociale e costituzionale. Se davvero si vuole bloccare la privatizzazione della sanità, non basta pronunciare discorsi solenni in difesa della sanità pubblica. Serve una scelta concreta: separare il fondo destinato al pubblico da quello destinato al privato convenzionato.
La sanità privata convenzionata, se davvero è complementare al sistema pubblico e non sostitutiva, non può continuare ad assorbire risorse vitali dal medesimo fondo. Non dovrebbe ricevere più del 10% dell’attuale finanziamento complessivo, lasciando il resto alla sanità pubblica, che deve tornare a essere il pilastro centrale del diritto alla cura.
La separazione dei fondi eliminerebbe i vasi comunicanti tra pubblico e privato. In questo modo si impedirebbe che le risorse destinate agli ospedali pubblici vengano progressivamente drenate verso strutture private convenzionate, contribuendo alla destrutturazione del sistema pubblico.
È su questo punto che le forze politiche devono essere chiamate alla prova dei fatti. Chi dice di voler difendere la sanità pubblica deve assumersi la responsabilità di proporre e sostenere un atto serio: separare i fondi, fissare limiti chiari al finanziamento del privato convenzionato e impedire che il pubblico venga impoverito a vantaggio della sanità privata convenzionata.
Altrimenti resta solo la solita recita. Belle parole, dichiarazioni indignate, appelli alla tutela del servizio sanitario nazionale. Ma senza una scelta strutturale, senza una barriera netta tra risorse pubbliche e interessi privati, la difesa della sanità pubblica rimane propaganda. E la propaganda, purtroppo, non cura nessuno.







