Genova 2001. Un avvenimento importante della storia mondiale. Fra i più importanti, che segna l’inizio effettivo del ventunesimo secolo.
Giovanni Mari, cronista diretto e testimone in prima persona di quegli avvenimenti, che cosa dice, anche in relazione al suo libro “Genova oltre Genova”?
Per molto tempo, l’avvenimento è stato ricordato soltanto attraverso le terribili vicende di cronaca che accaddero e nell’attesa e nella ricerca delle diverse responsabilità e delle verità negate: le violenze alla scuola Diaz, a Bolzaneto, l’irruzione nella scuola Pascoli, con la distruzione di tutti i materiali informatici e documentali.
E poi la battaglia instaurata dalle forze dell’ordine contro i manifestanti e la diffusione di debunking da parte della Questura di Genova, con una tremenda costruzione mediatica contro i “manifestanti cattivi”: poliziotti accoltellati e varie immagini simili.
Ci furono anche le accuse di tipo berlusconiano rivolte alle “anime belle”: i ragazzi sognatori trasformati indistintamente in eversivi e terroristi.
Dopo tanti anni sono arrivati il riconoscimento della violenza dello Stato contro i manifestanti e l’accertamento delle colpe e delle responsabilità.
A questo punto emerge la riflessione principale: i contenuti del movimento di Genova 2001 sono ancora attuali e ci sarebbe bisogno di rielaborarli alla luce dell’attuale situazione globale.
Qualche esempio.
La necessità di rifondare l’ONU come reale strumento di collaborazione e di accordo internazionale, superando la sua inutilità come funzione diplomatica. In questi decenni, con i conflitti tra Russia e Ucraina, Iran e Stati Uniti e tanti altri, si è dimostrato che non si trattava di una fantasia da “anime belle”.
La concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di appena cento trust finanziari, che provoca squilibri e sperequazioni incredibili ai danni di chi viene sfruttato e “targetizzato”. Oggi abbiamo la stessa situazione, ma ulteriormente peggiorata nelle modalità di intervento e di azione.
Il pericolo rappresentato da pandemie globali improvvise, difficili o impossibili da gestire a causa di un sistema neoliberista accentratore e inefficiente. È inutile fare riferimenti o rimandi al presente: sappiamo bene come questa previsione sia diventata realtà.
E ancora: una critica alla globalizzazione negativa, non quella di tipo razzista, sovranista e autocratico che, successivamente, ha preso il sopravvento al posto del movimento.
Le istanze e le analisi di Genova 2001 sono ancora oggi valide, in un mondo che è irreversibilmente peggiorato.
Genova 2001 e il ruolo dell’informazione
Danilo Gullotto introduce un tema importante. A Genova fu fondamentale l’informazione, anzi la diffusione e la realizzazione dell’informazione. Ma sarebbe stato lo stesso, o sarebbe stato migliore, se ci fossero stati e fossero stati utilizzati gli attuali social network?
La risposta di Giovanni Mari è un no secco e deciso.
Genova 2001 ebbe il pregio e la fortuna di utilizzare, come strumento di diffusione delle informazioni, il giornalismo e il reportage diretto di strada. Una documentazione in tempo reale, realizzata con mezzi come brevi video girati con smartphone primitivi rispetto alla tecnologia attuale, ma che veniva successivamente diffusa attraverso il web e mostrata in tutto il mondo.
Era lo stile del reporter puro, della presa diretta totale.
Perché, come ricorda Giovanni Mari, un direttore o un redattore di giornale, senza una documentazione immediata e adeguata, difficilmente crederebbe ad avvenimenti raccontati soltanto verbalmente e soggettivamente dallo stesso giornalista, come le cariche delle camionette delle forze dell’ordine contro i manifestanti inermi.
Sui social di oggi, un avvenimento del genere, con tutto il flusso di testimonianze, immagini e contenuti multimediali riversato sul mezzo digitale, sarebbe manipolato e rielaborato in senso contrario al movimento.
Il fallimento della sinistra istituzionale
Giuseppe Notaro, all’inizio della trasmissione, mette in evidenza un elemento importante: un movimento progressista, spontaneo, alternativo e nato dal basso significa una sola cosa, ovvero il fallimento e lo stallo di una sinistra istituzionale non più attendibile.
Mari ricorda l’immenso corteo di quei giorni, nel quale non sfilarono i rappresentanti dei DS e della CGIL, ma partecipò il cosiddetto popolo di sinistra appartenente a quelle formazioni.
In relazione a questo tema si colloca la domanda di Marco Giuseppe Toma: Genova 2001 nacque improvvisamente in quei giorni come movimento e come struttura oppure fu il risultato di una lunga evoluzione iniziata nel corso degli anni Novanta, con il sorgere dei cosiddetti movimentismi dopo la crisi successiva al 1989 e alla seconda guerra del Golfo del 1991?
Perché oggi, in Italia e in Occidente, esiste una stasi della protesta e dell’antagonismo, con le cosiddette “indignazioni per trend”?
Mari spiega l’evoluzione che condusse a Genova 2001.
Nel 1990, il potere globale neoliberista pensava che si fosse stabilito un ordine assoluto. Si arrivò a parlare, con Francis Fukuyama, della “fine della storia”, della conclusione di ogni dinamica storica conosciuta.
Ma, in un mondo nel quale non funzionava affatto tutto alla perfezione, la storia si riorganizzò in nuove forme.
Attraverso l’evoluzione di diverse lotte e movimenti si arrivò a Genova 2001, dove confluirono migliaia di realtà, anche molto diverse fra loro: dalle suore missionarie ai centri sociali, fino ai gruppi terzomondisti.
Un movimento che fu, però, abbattuto, mutilato e stroncato. Le sue lotte furono rese più difficili dal successivo 11 settembre, quando la narrazione dominante tornò a essere un mainstream distorto, concentrato sulla caccia a Osama bin Laden.
Black bloc, violenze e costruzione mediatica
Giovanni Mari ribadisce fatti ancora più gravi.
I piccoli gruppi di black bloc e le formazioni di estrema destra che seminarono caos e devastazione diventarono, nella narrazione dell’epoca, la rappresentazione di tutti i manifestanti, contro i quali le forze dell’ordine diedero poi battaglia.
I componenti di quei gruppi erano già tutti attenzionati dalle polizie europee come elementi pericolosi. Di alcuni provenienti da Vibo Valentia si conosceva persino l’indirizzo.
C’è poi il caso clamoroso dei due componenti di Forza Nuova che scrissero nei loro messaggi: «Andiamo a Genova a rompere le scatole al movimento».
Su tutti questi soggetti erano stati raccolti tre volumi di faldoni d’indagine. Eppure, nessuno fece nulla per impedire loro di intervenire e di passare.
Un potere che si sta dando la zappa sui piedi
La situazione attuale sembra statica, ma non lo è affatto.
Il potere, ricorda ancora Mari, si sta dando la zappa sui piedi. Si preannuncia un mondo terribile, con un Donald Trump che vuole eliminare le accademie e il sapere in favore del perseguimento del profitto come unico valore nazionale e mondiale, dichiarando esplicitamente il guadagno che potrà ricavare da Gaza e dall’Iran, dalla ricostruzione e dalla guerra considerata come fattore di crescita e di progresso.
Tutto questo, in realtà, sta provocando una reazione che, seppure ancora larvata, è nuovamente pronta a esplodere.
Ma rimane sempre lo stesso fattore decisivo: l’informazione libera e non pilotata.
Le manifestazioni e le indignazioni per Gaza sono scattate, ancora una volta, grazie ai video di strada realizzati dalla popolazione locale, che hanno testimoniato gli orrori commessi e li hanno diffusi in rete.
Quando manca questo fattore, le cose procedono lentamente oppure non partono affatto, come nel caso dell’attuale stasi italiana. Una stasi che, però, potrebbe essere improvvisamente spezzata da un’esplosione, come è già accaduto altre volte in passato.
Il movimento di Genova 2001 non deve essere soltanto ricordato. Deve essere ripreso e rielaborato nei suoi spunti, nelle sue idee e nelle sue teorie, per costruire qualcosa di nuovo e, allo stesso tempo, efficace come allora.
Giovanni Mari conclude con un’immagine di speranza e con l’attesa di una nuova, prossima presa di posizione: quella di una ragazzina di tredici anni che, in occasione della commemorazione dei fatti di Genova, appende una targa con la scritta:
«Genova, luglio 2001: in quei giorni lo Stato è morto».





