È il collega de L’Espresso Paolo Biondani ad aprire il confronto sulla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 nella puntata speciale di “A proposito di storia”, condotta da Giuseppe Notaro nel giorno del quarantaseiesimo anniversario dell’attentato.
Biondani parte dalle sentenze. Dai fatti accertati. Dai nomi e dalle responsabilità che troppo spesso, nel dibattito pubblico, vengono ancora nascosti dietro la formula rassicurante e ingannevole dei “misteri italiani”.
«La strage di Bologna è una delle poche stragi neofasciste che sono state punite», sottolinea il giornalista.
Una strage che provocò 85 morti e oltre 200 feriti.
La matrice neofascista, ricorda Biondani, è una verità giudiziaria, accertata attraverso diversi processi e confermata da sentenze definitive.
I cinque esecutori neofascisti condannati
Biondani ripercorre tutte le condanne definitive pronunciate per l’esecuzione della strage:
- Giuseppe Valerio Fioravanti, esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari, condannato definitivamente all’ergastolo;
- Francesca Mambro, appartenente ai NAR e all’epoca compagna di Fioravanti, condannata definitivamente all’ergastolo;
- Luigi Ciavardini, proveniente da Terza Posizione e successivamente entrato nell’area operativa dei NAR, condannato definitivamente a trent’anni di reclusione perché minorenne all’epoca dei fatti;
- Gilberto Cavallini, proveniente da Ordine Nuovo e divenuto uno degli uomini di riferimento dei NAR, condannato definitivamente all’ergastolo;
- Paolo Bellini, già esponente di Avanguardia Nazionale, condannato definitivamente all’ergastolo. La sua presenza nella stazione di Bologna il giorno della strage è stata riconosciuta sulla base delle immagini girate da un turista tedesco e degli ulteriori elementi raccolti nel processo.
Cinque esecutori, tutti appartenenti all’universo dell’eversione neofascista. La definitiva condanna di Bellini è documentata anche nella sentenza della Corte di cassazione.
Fioravanti, Mambro e Ciavardini provenivano dall’area dei NAR; Cavallini aveva militato in Ordine Nuovo ed era poi entrato nella formazione terroristica romana; Bellini proveniva da Avanguardia Nazionale. Gruppi diversi che, secondo la ricostruzione giudiziaria ricordata da Biondani, confluirono in un progetto comune.
«Tutte le sentenze, in tutti i gradi di giudizio, dicono che è stata una strage fascista», ribadisce il giornalista.
Le condanne per i depistaggi
Accanto agli esecutori materiali c’è il capitolo dei depistaggi, costruiti per allontanare le indagini dalla destra eversiva e indirizzarle verso piste internazionali risultate false.
Per l’attività di depistaggio sono stati condannati definitivamente:
- Licio Gelli, capo della loggia massonica P2;
- Pietro Musumeci, generale e vicedirettore del Sismi, iscritto alla P2;
- Giuseppe Belmonte, colonnello del Sismi e affiliato alla P2;
- Francesco Pazienza, faccendiere legato agli ambienti dei servizi segreti e alla loggia di Gelli.
I quattro furono coinvolti nella costruzione del cosiddetto depistaggio del treno Taranto-Milano. Il 13 gennaio 1981, sul convoglio, vennero fatti ritrovare esplosivi, armi e documenti falsi destinati ad accreditare inesistenti responsabilità internazionali e a screditare la pista neofascista.
Tra il materiale collocato sul treno compariva anche un mitra proveniente da un deposito riconducibile alla Banda della Magliana. Biondani ricorda inoltre che l’allora direttore del Sismi, Giuseppe Santovito, anch’egli iscritto alla P2, era al vertice del servizio segreto militare nel periodo in cui furono prodotti rapporti e informative destinati a confondere le indagini. Santovito morì nel 1984 e non arrivò a una condanna definitiva per la strage.
Gelli, la P2 e il finanziamento della strage
Secondo la ricostruzione richiamata da Biondani, Licio Gelli fu finanziatore e mandante della strage. Questo spiegherebbe perché il capo della P2 si espose personalmente per bloccare la pista neofascista e indirizzare gli investigatori verso inesistenti responsabilità della sinistra o di organizzazioni straniere.
Nella sentenza del processo Bellini sono stati indicati come organizzatori, mandanti o finanziatori, tutti già deceduti e quindi non processabili:
- Licio Gelli;
- Umberto Ortolani;
- Federico Umberto D’Amato;
- Mario Tedeschi.
Tedeschi, giornalista, direttore del settimanale Il Borghese ed esponente del Movimento Sociale Italiano, avrebbe contribuito alla diffusione delle false piste internazionali. Biondani ricorda l’esistenza di documenti contabili riconducibili a Gelli che dimostrerebbero il pagamento di attività finalizzate alla disinformazione sulla strage.
«La P2 c’è dentro fino al collo», afferma il giornalista, indicando il suo ruolo nei depistaggi e, alla luce delle ultime sentenze, nella pianificazione e nel finanziamento dell’attentato.
L’intervento integrale di Paolo De Chiara
Dopo la prima ricostruzione di Paolo Biondani e l’intervento di Marco Giuseppe Toma, Giuseppe Notaro legge la riflessione inviata da Paolo De Chiara, direttore di WordNews.it e presidente di Dioghenes APS, impossibilitato a partecipare alla trasmissione.
Di seguito il testo integrale.
Alle 10:25 del 2 agosto 1980, nella stazione di Bologna, una bomba uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. Non fu una tragedia senza colpevoli e non fu uno dei tanti “misteri italiani”: fu una strage neofascista, inserita nella strategia della tensione e protetta da depistaggi, complicità, apparati deviati dello Stato e ambienti della loggia P2.
Le sentenze hanno accertato responsabilità precise. Ma la verità giudiziaria è arrivata dopo decenni di silenzi, menzogne e ostacoli, grazie soprattutto alla tenacia dei familiari, dei superstiti e di quei magistrati e servitori dello Stato che non hanno chinato la testa.
Come ha ricordato il presidente Mattarella, fare giustizia rappresenta una vittoria della democrazia. Ma la memoria non può ridursi alle corone di fiori, ai minuti di silenzio e alle dichiarazioni di circostanza. Ricordare significa prendere posizione. Significa chiamare quella strage con il suo nome: una strage fascista di Stato.
C’è poi una presenza istituzionale che continuiamo a considerare profondamente inopportuna: quella di Chiara Colosimo alla guida della Commissione parlamentare Antimafia. La fotografia che la ritrae sorridente accanto a Luigi Ciavardini, ex terrorista dei NAR condannato definitivamente per la strage di Bologna, non costituisce naturalmente una responsabilità penale, ma pone un enorme problema politico, morale e simbolico.
Già prima della sua nomina, i familiari delle vittime delle mafie, del terrorismo e delle stragi avevano manifestato pubblicamente la loro contrarietà. Quel grido è rimasto inascoltato.
Per questo WordNews.it rinnova oggi la richiesta delle dimissioni di Chiara Colosimo. Chi presiede la Commissione Antimafia deve essere al di sopra di ogni ombra e di ogni ambiguità. Quella Commissione appartiene alla Repubblica, alle vittime e ai cittadini, non alle convenienze della politica.
Il 2 agosto non è una semplice ricorrenza. È una domanda ancora rivolta allo Stato: da quale parte scegliete di stare?

Biondani: «Il terrorismo di destra era dentro lo Stato»
Riprendendo le questioni sollevate da Marco Giuseppe Toma e commentando l’intervento di De Chiara, Biondani evidenzia la differenza sostanziale tra le due principali forme di terrorismo che hanno insanguinato l’Italia.
«Il terrorismo di sinistra era chiaramente contro lo Stato. Il terrorismo di destra era dentro lo Stato», afferma.
Dopo ogni strage neofascista, secondo la ricostruzione proposta dal giornalista, si mossero uomini appartenenti ai servizi segreti e, in molti casi, iscritti alla P2, per proteggere i responsabili, favorirne la latitanza, fornire documenti falsi o inquinare le indagini.
Non significa attribuire le stragi all’intero apparato statale. Significa riconoscere che una parte dello Stato lavorò per aiutare il terrorismo neofascista.
Biondani richiama anche le verità giudiziarie emerse sulle altre stragi: Piazza Fontana, Peteano e Piazza della Loggia. Ricorda come, anche in quei casi, le indagini abbiano documentato protezioni, omissioni e depistaggi compiuti da uomini delle istituzioni.
Da qui la critica alle autorità politiche che, durante le commemorazioni, continuano a evitare le espressioni “strage fascista”, “terrorismo nero” e “terrorismo di destra”, nonostante le sentenze definitive.
Marco Giuseppe Toma e l’alleanza tra terrorismo e poteri dello Stato
Nel suo intervento, Marco Giuseppe Toma allarga lo sguardo alla stagione della strategia della tensione e si interroga sull’alleanza tra gruppi terroristici e settori del potere.
La strage di Bologna, secondo Toma, non può essere letta isolatamente. Deve essere collocata dentro una lunga sequenza di attentati, progetti eversivi e tentativi di destabilizzazione che hanno attraversato gli anni Sessanta e Settanta.
Il punto centrale riguarda l’appoggio esterno ricevuto dalle organizzazioni neofasciste. Attentati di quelle dimensioni non potevano essere realizzati e protetti senza una rete capace di intervenire prima e dopo le esplosioni.
Il terrorismo diventava così uno strumento utilizzato per seminare paura, condizionare l’opinione pubblica e favorire una svolta autoritaria dello Stato.
I tre allarmi prima del 2 agosto 1980
Giuseppe Notaro ricostruisce anche i segnali e gli allarmi che precedettero la strage, riprendendo un approfondimento del giornalista Daniele Biacchessi pubblicato da Articolo 21.
Un rapporto riservato dei servizi segreti del giugno 1980 segnalava il rischio di nuove azioni terroristiche. Pochi giorni dopo l’omicidio del magistrato Mario Amato, ucciso il 23 giugno 1980 mentre indagava sull’eversione neofascista, emersero ulteriori informazioni su un possibile attentato di grandi proporzioni.
Un ruolo centrale in questa parte della ricostruzione è attribuito a Francesco Mangiameli, detto Ciccio, esponente di Terza Posizione. Mangiameli avrebbe anticipato l’esistenza di un progetto eclatante e di una convergenza tra diversi gruppi neofascisti.
Il 9 settembre 1980, poco più di un mese dopo la strage, Mangiameli venne assassinato da appartenenti ai NAR e il suo corpo fu gettato in un bacino artificiale.
Secondo Biondani, quei preannunci sono importanti perché confermano la matrice neofascista e la riunione di più organizzazioni intorno alla preparazione dell’attentato.
Le false piste internazionali
Una parte significativa della puntata è dedicata alle false piste palestinese, libanese, tedesca e spagnola, utilizzate per allontanare l’attenzione investigativa dai NAR e dall’estrema destra italiana.
Biondani chiarisce che, dal punto di vista giudiziario, i collegamenti tra le organizzazioni palestinesi e la strage di Bologna sono risultati «totalmente evanescenti».
Le ultime sentenze hanno permesso di ricostruire non soltanto l’inconsistenza di quelle piste, ma anche la loro origine: sarebbero state fabbricate all’interno degli ambienti della P2 e dei servizi deviati, con il coinvolgimento di giornalisti e uomini politici.
Danilo Gullotto: dalla strategia della tensione alla manipolazione della paura
Nel suo intervento, Gullotto sottolinea come la strategia della tensione abbia utilizzato attentati, depistaggi e false ricostruzioni per creare instabilità e orientare le decisioni politiche.
Il confronto tocca anche i possibili collegamenti tra la strage di Bologna e quella di Ustica. Biondani invita però a distinguere le ipotesi dalle verità giudiziarie: Ustica appartiene a uno scenario militare internazionale, mentre Bologna è una storia di terrorismo neofascista italiano.
Esistono alcuni inquietanti punti di contatto nei depistaggi, ma non elementi sufficienti per sostenere che le due stragi siano state organizzate all’interno di un unico progetto.
Nelle conclusioni, propone un collegamento con il presente. La strategia della tensione armata si è conclusa, ma la manipolazione della paura può continuare attraverso altri strumenti: fake news, campagne sull’insicurezza, costruzione mediatica del nemico e uso politico dell’allarme sociale.
Biondani condivide la riflessione e richiama la responsabilità dei giornalisti: ricostruire i fatti, verificare le fonti e opporre la verità alla disinformazione.
«La buona informazione è la premessa per la democrazia», afferma.
L’intreccio tra NAR, P2 e Banda della Magliana
Tra le zone ancora da approfondire resta il rapporto tra i terroristi dei NAR, la Banda della Magliana, gli ambienti della P2 e settori dei servizi segreti.
Fioravanti e Mambro, ricorda Biondani, si rivolsero a un falsario vicino alla Banda della Magliana per ottenere documenti necessari alla fuga. Tra i due ambienti esistevano contatti, uomini e armi in comune.
Anche il mitra fatto ritrovare sul treno Taranto-Milano durante il principale depistaggio proveniva da un arsenale riconducibile alla criminalità romana.
Su questi rapporti aveva iniziato a indagare Mario Amato. Lo stesso Giovanni Falcone, lavorando sull’omicidio di Piersanti Mattarella e sui rapporti tra eversione nera e criminalità organizzata, aveva incontrato alcuni frammenti di questo scenario.
La domanda che resta rivolta allo Stato
La puntata si conclude con l’auspicio che emergano le responsabilità ancora nascoste. Biondani ricorda che Gelli può essere considerato uno dei mandanti politici, ma aggiunge che altri nomi sono rimasti nell’ombra. Il 2 agosto non può trasformarsi in un rituale svuotato di significato. La memoria impone di riconoscere le responsabilità accertate, difendere il lavoro dei magistrati e continuare a cercare ciò che ancora manca.
Per WordNews.it, questa esigenza riguarda anche la guida della Commissione parlamentare Antimafia. Per questo Paolo De Chiara rinnova la richiesta delle dimissioni di Chiara Colosimo.




