Il 1° giugno scorso è stata proiettata a Vasto, evento organizzato dall’associazione culturale Primo Maggio presieduta da Cesario Bosco, la versione restaurata del film “Il posto dell’anima”. Nell’occasione è tornato a Vasto il regista Riccardo Milani che, nelle ore precedenti alla proiezione, è tornato a Punta Penna nei luoghi in cui sono state girate molte scene del film.
Alla stampa Milani ha sottolineato la centralità del tema della salute e del lavoro nel film, il dilemma tra – parafrasando una frase del film – la disoccupazione e la morte. Temi, quelli della salute minacciata sul posto di lavoro, della vita spezzata dal lavoro – come avviene per Antonio, interpretato da Silvio Orlando nel film – che a Punta Penna riporta alla memoria la Svoa, chiusa nel 1993. Dopo averne già riportato ampi stralci della storia nel nostro precedente articolo in questo ne riportiamo altri.
La Svoa lavorava raffinando e commercializzando oli vegetali per uso alimentare. Inizialmente doveva produrre 25mila chilogrammi al giorno tra olio raffinato e sottoproduzione, successivamente la capacità fu ampliata a 110mila chilogrammi al giorno.
I lavoratori erano in continuo e costante contatto diretto con l’asbesto. I capannoni erano ricoperti di lastre di amianto. E nell’impiantistica l’amianto era utilizzato in maniera massiccia. Infatti non solo tutti i capannoni dell’azienda erano ricoperti di lastre di amianto, ma anche tutta l’impiantistica ne prevedeva un uso massiccio: guarnizioni, giunti accoppiati, scaricatori di condensa e gli strumenti per la lavorazione degli oli erano composti da una considerevole parte di amianto.
Persino i guanti protettivi forniti per proteggersi dalle ustioni erano in amianto. La situazione era aggravata – mi testimoniò Franco Cucinieri, ex lavoratore della fabbrica, oggi tecnico ENEA e referente dell’Osservatore Nazionale Amianto, 9 anni fa – dalle correnti che rimuovevano continuamente le polveri e le fibre di amianto disperdendole nell’aria. E all’esterno del sito era presente una discarica dei materiali di risulta contenenti amianto. L’azienda era divisa in sei capannoni, a cui si aggiungevano anche la centrale termica, il “magazzino ricambi” e l’officina meccanica.
Nel magazzino «l’infiltrazione degli scarichi provenienti dai camini delle caldaie ricadevano sulla copertura in eternit del magazzino causando dispersioni all’interno. C’erano giorni in cui rimanere nel locale era impossibile».
Nell’officina meccanica c’era «l’abitudine alla pulizia dei tavoli da lavoro e degli strumenti con aria compressa». Due o tre volte l’anno nella centrale termica avveniva la manutenzione dell’impianto e della strumentazione “rimanendo all’interno delle caldaie per turni interi, rimuovendo e riapplicando gli sportelli in amianto con le sostituzioni dei cordoni in amianto. Oltre a sostituire tutte le guarnizioni di amiantite” (composta da gomma e amianto e che era venduto anche con il nome di “sirite”). Materiali composti anche di 10 o 15 lastre a cui si aggiungevano cordoni di 80 o 100 metri (tutto composto da amianto) e una quantità incalcolabile di varie guarnizioni.
All’interno del Capannone 2 (2000 metri quadrati dove si trovavano tutti gli impianti di raffinazione) l’esposizione era «peggiorata dalla presenza di due ventilatori con le pale all’ultimo pianto che aumentavano la circolazione delle polveri». Le lavorazioni sulle guarnizioni provocavano dispersione delle fibre di amianto anche negli altri reparti.
È lapidaria la risposta di Franco Cucinieri alla domanda se i lavoratori avevano una qualche conoscenza dei rischi per l’esposizione all’amianto. «Nel 1975 gli unici rischi conosciuti erano chimici (come l’uso di soda caustica) o legati agli infortuni. Cominciammo a capire solo verso la fine degli Anni Ottanta dopo il riconoscimento per esposizione ad amianto ad un lavoratore della ICIC di Ancona. Azienda con cui la Svoa condivideva proprietà e lavorazione e che aveva iniziato il riconoscimento addirittura tramite il Ministero del Lavoro. Lo scoprimmo quando questo lavoratore venne in trasferta da noi. Provammo anche noi a chiedere lo stesso percorso ma non ci riuscimmo. La Icic aveva anche pagato il contributo supplementare all’INAIL per l’amianto. All’incirca nello stesso periodo un lavoratore di Taranto, licenziatosi da un’azienda simile alla nostra in Puglia, fu assunto alla Svoa. Dopo il suo arrivo fu contattato da un patronato tarantino che gli comunicò il riconoscimento per l’esposizione all’amianto».
Durante l’incontro avuto Franco Cucinieri ha sottolineato varie volte che quanto testimonia «è stato documentato e presentato anche alla Procura e a tutti gli enti possibili». Alla Procura di Vasto e all’INPS è stato depositato un fascicolo dettagliato con tutte le diagnosi ospedaliere di asbestosi. Durante il processo penale i figli di un lavoratore testimoniarono che la sera, al ritorno a casa, a volte il padre non riusciva neanche a mangiare per i fortissimi attacchi di tosse.
Erano molti i lavoratori con forti problemi respiratori, anche mentre lavoravano. Ma «non venivano mai correlati all’amianto. Si pensavano ad alcuni composti chimici al massimo» considerando anche l’uso di “terre decoloranti” e “farine fossili” (contenute in sacchi da 25 chilogrammi) che «potevano procurare polveri insalubri che si depositavano sui pavimenti. La cui pulizia avveniva con scope che rimuovevano le polveri dal pavimento ma potevano disperderle ulteriormente».
«“Mi ricordo di quando mio marito mi raccontava di aver mangiato il panino direttamente sul sacco pieno di amianto – ha raccontato al quotidiano La Nuova del Sud la vedova di un ex operaio della Materit in Valbasento – Mi ricordo che quando tornava a casa, prendevo la sua tuta da lavoro e la infilavo in lavatrice insieme alle mie cose e a quelle delle mie figlie. Adesso lui non c’è più e, credimi, mi manca tutto perché lui era il perno della famiglia. Mi manca come l’ossigeno e adesso che ho scoperto di avere anch’io delle macchie ai polmoni e sto facendo i controlli da sola, mi manca ancora di più. Chiediamo la bonifica dell’area e se ci spetta anche qualcosa per noi».
Nel 2010 la vedova di un ex operaio deceduto ha rivelato all’Espresso «Mi sentivo stanca, pensavo fosse per quello che ho dovuto passare negli ultimi tempi. Invece ho fatto gli esami ed è venuto fuori che avevo un tumore al seno. Ma non ero preoccupata, so che si può guarire e ho fiducia nella scienza. Poi invece la Tac ha trovato metastasi ovunque e mi hanno detto che era inutile pure l’operazione».
Secondo un esposto di Medicina Democratica del 2013 «10 operai degli 86 che ci lavoravano sono morti, 16 si sono ammalati e tutti gli altri vivono un’esistenza sospesa fra controlli medici e il sospetto di essere già condannati».





