Nel suo intervento, Nino Morana richiama il sacrificio degli zii Nino Agostino e Ida Castelluccio, la lunga battaglia condotta dai nonni Vincenzo Agostino e Augusta Schiera e il diritto dei familiari delle vittime a ottenere verità e giustizia. Un discorso intenso contro i depistaggi, le deviazioni degli apparati dello Stato e ogni tentativo di trasformare la memoria e il dolore in uno scontro tra opposte tifoserie.
Intervento di Nino Morana
Grazie Marta. Scusate se leggo, però a differenza di Brizio e Stefano non riesco ancora a reggere l’emozione di salire su questo palco perché ogni volta è un’emozione, purtroppo, non trovarmi accanto mio nonno Vincenzo. E per quanto, come ogni anno, abbiamo sempre ribadito in quanto ritengo sia un atto doveroso, ritengo superfluo evocare anche quest’anno le atrocità subite dalla mia famiglia in seguito all’omicidio dei miei zii Nino Agostino e Ida Castelluccio. Mi riferisco in particolar modo ai depistaggi, alle coperture prestate da uomini infedeli dello Stato.
Lo ritengo superfluo, perché, ripeto, rifletto spesso, soprattutto in queste ultime settimane, su come tali storie che noi tutti abbiamo subito e queste storie di sofferenza siano ormai divenute di totale dominio pubblico. C’è una spettacolarizzazione della violenza subita che è sotto gli occhi di tutti, appunto da non lasciare più alcuno spazio per l’intimità del lutto. Eppure, anche quando la violenza mafiosa e le deviazioni degli apparati istituzionali deviati diventano pubbliche, al loro fianco resistono sempre i familiari. Familiari che rivendicano incessantemente ciò che in questo stato di diritto c’è stato sempre sistematicamente negato: verità e giustizia.
Però, nonostante la tragedia che si è abbattuta sulla mia famiglia, ho avuto il privilegio di essere cresciuto avendo come riferimento dei giganti, persone che hanno assistito e resistito con forza sovrumana a ogni archiviazione, depistaggio, occultamento, distruzione di prove, prescrizioni e segreti di stato. Penso in primis ai miei nonni Augusta Schiera e Vincenzo Agostino, ma penso anche ad altri inestimabili simboli di resistenza come Angela Manca e il nostro Salvatore Borsellino. Però qui tuttavia si innesca un corto circuito, il dolore si fa pubblico, le storie diventano condivise e c’è chi, totalmente estraneo ai fatti che non ha vissuto assolutamente, pensa di potersi arrogare il diritto di ergersi a unico detentore delle verità.
Si arriva persino a offendere, insultare e minacciare noi familiari nel tentativo di appropriarci delle uniche cose che ci restano: la memoria e il dolore.
Dalla nascita del coordinamento dei familiari delle vittime di stragi e attentati, abbiamo preso più volte posizioni nette sulle vicende che hanno ferocemente stravolto le nostre vite e le nostre famiglie. E in ciascuna di queste c’è un drammatico filo conduttore, un filo nero. La presenza di uomini degli apparati delle forze dell’ordine o di sicurezza in pressoché tutte le stragi e delitti eccellenti che hanno insanguinato il nostro paese, presenze mosse dall’intento di cancellare prove, inquinarle, manipolarle, depistare, oscurare e mascherare le verità e puntualmente si palesano, quando noi denunciamo, vari detrattori, pronti a tentare con una violenza quasi squadrista di sminuire e ridicolizzare fatti incontrovertibili o mai messi nero su bianco.
Sono mossi da un impulso negazionista, dal desiderio di riscrivere la storia giudiziaria italiana, pur di potersi cullare in comode e rassicuranti narrazioni. Per tre decenni i miei nonni hanno dovuto sopportare quell’arroganza insopportabile di chi si sentiva in diritto di sentenziare impropriamente sull’eccidio di Villagrazia di Carini. Sono quelle stesse persone che ancora oggi cercano incessantemente di infangare l’onesta figura dell’agente Nino Agostino, ucciso per i suoi limpidi ideali e per l’amore verso la sua terra. Però, come i miei nonni, anch’io combatterò con ogni mio mezzo a disposizione per difendere la memoria di colui che rappresenta il mio esempio di vita.
Non permetterò a nessuno di portare avanti quel disegno depistatore orchestrato da Arnaldo La Barbera e da Guido Paolilli, uomo di Bruno Contrada. A costoro però, quelli che ci detraggono, rivolgo un unico monito: abbiate rispetto. Rispetto non solo per noi familiari, ma soprattutto per le vittime che non possono e non devono diventare triste pretesto per insulse tifoserie da stadio mosse da simpatie politiche. Ricordate sempre che dietro ogni cinica congettura ci sono sempre famiglie che soffrono e ferite aperte ancora sanguinanti.
Concludo con la profonda consapevolezza che purtroppo queste divisioni nuocciono gravemente alla ricerca della verità e nuocciono soprattutto al nostro territorio che in questo periodo torna a essere ancora una volta vittima di vili attenti intimidatori, di estorsioni e colpi di Kalashnikov, incendi dolosi e anche di scarcerazioni eccellenti.
Parlo di quegli stessi territori che hanno visto il sacrificio di uomini e donne come mio zio Nino e mia zia Ida, di Vincenzo Enea, Salvatore Zangara, Carmelo Iannì, Gian Matteo Sole, Mario Scuderi, le altre 107 vittime della strage di Punta Raisi e territori bagnati dal sangue di Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio, Rocco, Vito, e tantissime altre vittime della costa nord che hanno donato la propria vita finché un giorno questa terra potesse finalmente dirsi bellissima.”
E concludo invitandovi alla serata che la mia famiglia sta organizzando la sera del 4 agosto, alla vigilia del 37° anniversario dalla morte dei miei zii Nino e Ida.
Ci ritroveremo al MuST23 di Capaci per proiettare il docufilm su mio nonno Vincenzo, “Io lo so chi siete”, al quale si seguirà un dibattito in cui ci interrogheremo proprio sui temi della memoria, della verità e della giustizia.
Fino ad oggi siamo tornati in quei luoghi dove trucidarono i miei zii soltanto in un’altra occasione pubblica. Era in 1993 quando la mia famiglia organizzò una fiaccolata che unì la strage di Capaci a Villagrazia di Carini e ci tengo sempre a ricordare che in quell’occasione c’erano con noi anche Adele e Salvatore Borsellino.
Oggi, a 33 anni di distanza torneremo a fare memoria in quello stesso territorio perché sarà la nostra risposta a quei criminali che vorrebbero piegare noi e la nostra città. Però noi non glielo permetteremo perché, come ci dimostra questa giornata, il nostro compito è come sempre resistere.



