Nel luogo reso sacro dal sangue di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta, l’appello alla verità e alla giustizia: «Lo Stato è la gente per bene e la mafia con la gente per bene non ci deve stare».
È sempre, diciamo, un’emozione particolare per chi non è abituato a trovarsi spesso a parlare fra la gente, ma a lavorare fra la gente.
Via D’Amelio non è un posto come gli altri. Via D’Amelio è un tempio sacro, reso sacro da sangue innocente. Quando siamo in questa in questi posti e sentiamo delle espressioni così forti e suggestive come strage di stato, chi fa parte dello Stato dentro si sente una ferita e una lacerazione infinita.
Però a tradire non sono stati tutti gli uomini e tutte le donne dello Stato, perché il dottore Borsellino era un uomo dello Stato, Walter Eddie Cosina era un uomo dello Stato, Agostino Catalano era un uomo dello Stato, Emanuela Loi era una donna dello Stato, Claudio Traina era un uomo dello Stato.
Lo Stato esiste ed è fatto da gente che crede e che vuole combattere nell’interesse della verità e della giustizia. È uno scandalo che in una nazione che si professa civile e democratica dopo 34 anni verità e giustizia non ci siano. C’è un solo motivo perché siamo ogni anno in questo posto e ieri tanti di voi erano venuti all’interno di una nostra caserma per rendere omaggio a quel posto, l’ufficio Scorte di Palermo da dove 34 anni fa, in una domenica torrida come oggi, quei ragazzi erano usciti per l’ultima volta per fare il servizio. E voi siete stati lì ieri con noi a rendere omaggio a quell’ufficio che è rimasto uguale, uguale, ma con la linfa e l’amore che avete portato ieri in questo abbraccio infinito.
Allora, oggi dobbiamo avere il coraggio di dirci le cose in faccia.
Forse è vero che esiste uno stato con la S maiuscola che è formato da quelle donne e quegli uomini che sono pronti al sacrificio e che ogni giorno lottano e ci credono e che esiste uno stato con la S minuscola che dovrebbe proteggerli e non lo fa.
E noi il coraggio di dirlo l’abbiamo sempre avuto e se siamo qui è perché crediamo e pretendiamo in quella verità e quella giustizia che sembrano non esserci, ma che sono sicuro che arriveranno, perché tutto possiamo assumere tranne che la condizione perenne degli sconfitti che si lamenteranno in maniera inutile di una verità che non arriverà mai.
E allora che cavolo ci veniamo a fare in via D’Amelio?
Se qualcuno nel corso di una storia fragile, fragile e debole, com’è stata per gran parte di questi decenni della nostra Repubblica, se qualcuno ha tradito, di sicuro non lo faremo noi. Nelle nostre magliette abbiamo scritto dietro fuori la mafia dallo Stato, perché lo Stato è la gente per bene e la mafia con la gente per bene non ci deve stare. Ma davanti abbiamo detto e abbiamo scritto che prima ancora che donne e uomini in uniforme siamo persone che sono fratelli, sorelle, padri, madri, figli.
Quando qualcuno si alzerà dicendo “i miei uomini” dall’alto della scrivania alzatevi e diteglielo: no gioia non sono i tuoi, sono i nostri uomini, sono i nostri fratelli, sono le nostre sorelle perché c’è un gioco subdolo in cui spesso abbiamo la tentazione di cadere e ve lo dico col cuore in mano di una persona ferita dalle espressioni che spesso sente ed è il gioco di chi prova a dividere la società civile al suo interno.
Quando cominciamo a odiare le persone che portano un’uniforme, che sono i figli dei contadini, dei braccianti, dei disoccupati, ci dimentichiamo di quello che sono e diamo ragione a chi ci vuole fare odiare fra di noi, ma siamo meglio di questo.
E allora quando vediamo le uniformi, forse dobbiamo vedere che al di là c’è qualcos’altro, perché quel qualcos’altro grida sotto l’uniforme.
È un problema di decidere di ascoltarlo o no.
Noi oggi siamo qui.



