C’era una volta il Servizio Sanitario Nazionale, pilastro universale di un’Italia che decideva di curare tutti, senza guardare al censo o alla divisa. Oggi, in un’epoca di pragmatismo comunicativo che troppo spesso confina con l’illusionismo politico, quel pilastro scricchiola sotto il peso di liste d’attesa infinite e bilanci all’osso. Ed è proprio in questo vuoto che il governo ha tentato il colpo di “teatro”, la riforma della sanità militare presentata come la panacea per i mali dei civili. Aprire i poliambulatori delle caserme ai cittadini in regime di intramoenia per abbattere i tempi d’attesa del SSN. Un “regalo”, lo hanno definito i palazzi della politica. A uno sguardo più attento, tuttavia, il pacchetto dono somiglia drammaticamente a una scatola vuota, utile soprattutto a coprire un’altra e ben più ingombrante realtà.
La narrazione patriottica e rassicurante costruita attorno alla “sanità con le stellette” si scontra infatti con la dura grammatica dei numeri e della geopolitica. Mentre in patria si promuove l’idea di una Difesa “al servizio della salute pubblica”, sui tavoli internazionali dell’Alleanza Atlantica lo spartito cambia radicalmente. Al vertice Nato di Ankara, la premier Giorgia Meloni ha blindato la linea del riarmo, confermando una traiettoria speculare ed opposta alle necessità del welfare interno, l’obiettivo di portare la spesa per difesa e sicurezza al 5% del Pil entro il 2035.
Non si tratta di scetticismo pregiudiziale, ma di una questione di proporzioni ed efficacia. Pensare di risolvere il collasso strutturale degli ospedali pubblici – svuotati da anni di blocco del turnover, fughe all’estero del personale medico e pronti soccorso al collasso – spalancando le porte delle strutture militari è, nella migliore delle ipotesi, un pio desiderio. Nella peggiore, una cinica operazione di maquillage politico. La sanità militare ha volumi, specializzazioni e capillarità pensati per scopi comprensibilmente diversi da quelli di una popolazione civile che invecchia e necessita di continuità assistenziale.
Il vero nodo, semmai, è l’allocazione delle risorse dello Stato. I dati dell’Osservatorio Mil€x fotografano un record storico per le spese militari italiane, destinate a toccare la cifra record di 33,9 miliardi di euro. Una progressione geometrica che certifica una scelta di campo precisa. In un momento storico in cui i cittadini rinunciano a curarsi per i costi o per l’impossibilità di accedere alle prestazioni in tempi umani, lo Stato decide di investire massicciamente sul comparto bellico e della sicurezza.
Sia chiaro, la difesa dei confini e gli impegni internazionali hanno una loro indiscutibile dignità strategica, particolarmente in un quadro globale instabile. Ma la sicurezza di una nazione non si misura solo dal numero di munizioni in magazzino o dai caccia acquistati, si misura, prima di tutto, dalla tenuta del suo tessuto sociale, dalla salute dei suoi cittadini, dalla dignità dei suoi servizi pubblici essenziali.
Presentare la riforma delle caserme come un pilastro per abbattere le liste d’attesa serve a mitigare l’impatto opinione pubblica di fronte a un bilancio militare in costante ascesa. È l’ago ipodermico che tenta di addolcire la pillola del riarmo. Ma i cittadini che attendono un’ecografia per mesi sanno perfettamente che la soluzione non si trova dietro il filo spinato di una caserma, bensì nei corridoi, oggi troppo vuoti di investimenti e pieni di barelle, dei nostri ospedali civili. La sanità non ha bisogno di essere militarizzata; ha solo bisogno, disperatamente, di essere finanziata.




