A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, la memoria di Paolo Borsellino continua a interrogare lo Stato. A parlarne, in questa intervista, è Calogero Gaetano Paci, procuratore della Repubblica di Reggio Emilia, che individua nell’esperienza del pool antimafia un patrimonio professionale, civile e umano ancora attuale.
«Ci resta un immenso patrimonio di natura professionale», afferma Paci, ricordando come l’insegnamento maturato nel pool antimafia sia diventato legge dello Stato italiano e fondamento della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale.
«Fu anche, in primo luogo, un cittadino, un padre di famiglia, un uomo che sapeva dialogare con tutti». La sua lezione, spiega il procuratore, consiste nella capacità di trasformare la legalità da principio astratto in una concreta modalità di relazione, fondata sul rispetto dei diritti e sulla responsabilità personale.
«Bisogna capire chi ha ispirato le stragi»
«Ci manca sapere chi ha ispirato le stragi», dichiara Paci. Secondo il procuratore, infatti, gli attentati non possono essere considerati soltanto la manifestazione feroce di una frangia di Cosa nostra, ma devono essere letti come «l’espressione di un disegno molto più raffinato».
Mafie al Nord, Paci critica la decisione del CSM
Nell’intervista Paci interviene anche sulla recente decisione del Consiglio superiore della magistratura relativa alle Procure considerate collocate in territori ad alta densità mafiosa.
«Credo che questa decisione sia sbagliata e rischi di far fare un passo indietro al nostro Paese nel contrasto alla criminalità mafiosa», sostiene. Le mafie si sono evolute e al Nord operano spesso senza ricorrere alla violenza visibile, entrando nell’economia e negli affari. La ’ndrangheta, sottolinea, è ormai «una componente strutturale del sistema economico al Nord».





