Il professor Angelo d’Orsi torna, per la seconda volta, ospite di PrimaLinea News con un intervento serrato e approfondito, articolato intorno a quattro grandi temi: la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, il riarmo dell’Europa, la crisi dell’Occidente davanti all’affermazione di un mondo multipolare e la nascita di Agorà, il movimento politico da lui fondato.
Un’analisi ampia, nella quale la cronaca internazionale viene riletta attraverso la storia, senza rinunciare a una critica radicale delle attuali classi dirigenti occidentali.
Trump e il disvelamento della politica statunitense
Il primo argomento, proposto da Giuseppe Notaro, riguarda il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele e, più in generale, la politica internazionale dell’amministrazione Trump.
Secondo l’interpretazione proposta durante l’intervista, Donald Trump, proprio attraverso il carattere aggressivo e spesso imprevedibile della propria azione, avrebbe avuto almeno un effetto: rendere evidente agli occhi del mondo la vera natura della politica condotta dagli Stati Uniti da circa un secolo e mezzo.
Un processo che può essere accostato al significato greco della parola alétheia: disvelamento, emersione di ciò che era rimasto nascosto o era stato presentato sotto altre forme.
La politica statunitense apparirebbe così orientata al tentativo di ripristinare un ordine unipolare, fondato sul dominio, sull’impiego della forza come strumento principale delle relazioni internazionali e sulla rappresentazione della guerra come una necessità ordinaria.
A questa strategia si accompagna un problema legato alla moderna tecnologia militare: la rapida obsolescenza di droni, missili e sistemi d’arma richiede investimenti continui e alimenta una condizione permanente di tensione. Una dinamica che richiama, secondo chi scrive, alcune riflessioni elaborate da Edward Luttwak sul rapporto tra strategia, conflitto e pace, oggi riformulate nelle condizioni tecnologiche del XXI secolo.
Il mondo multipolare e l’ascesa della Cina
Il tentativo di restaurare l’antico primato statunitense si scontra, tuttavia, con la profonda trasformazione politica ed economica avvenuta soprattutto nel decennio iniziato nel 2020.
Il mondo non è più governato da un solo centro di potere. Sulla scena internazionale sono comparsi o si sono consolidati nuovi protagonisti: Cina, India, Paesi asiatici e BRICS. Gli Stati Uniti continuano a rappresentare una grande potenza, ma la loro posizione egemonica risulta fortemente ridimensionata.
Il principale elemento portante del nuovo equilibrio mondiale è la Cina, divenuta una potenza economica, scientifica e tecnologica capace di competere direttamente con Washington. L’avanzata delle università e dei centri di ricerca cinesi nei principali ranking internazionali costituisce uno dei segnali più evidenti di questo spostamento verso l’Oriente.
Anche l’Iran, secondo l’analisi di d’Orsi, avrebbe sviluppato capacità militari e tecnologiche sottovalutate dai governi occidentali, riuscendo a resistere agli attacchi e a mettere in discussione i calcoli iniziali degli Stati Uniti e di Israele.
La rappresentazione dello “sceriffo buono” Trump e dello “sceriffo cattivo” Netanyahu, chiamati a ristabilire l’ordine in Medio Oriente, si sarebbe così infranta contro una realtà molto più complessa.
L’Europa del riarmo e i fantasmi del Novecento
Il secondo argomento, introdotto da Danilo Gullotto, riguarda la corsa europea al riarmo e la prospettiva di un possibile confronto sempre più diretto con la Federazione Russa.
La situazione attuale può ricordare non soltanto i decenni che precedettero la Seconda guerra mondiale, ma anche il clima politico e culturale sviluppatosi prima dello scoppio della Prima guerra mondiale.
Allora la preparazione al conflitto non fu soltanto militare. Fu preceduta da una vera e propria costruzione ideologica, sostenuta anche da una parte rilevante del mondo intellettuale. Il Futurismo, con la sua esaltazione della guerra e il disprezzo per una pace considerata sinonimo di immobilità e decadenza, rappresentò una delle espressioni più radicali di quella cultura.
Dopo la guerra italiana in Libia del 1911, le nazioni europee continuarono ufficialmente a dichiarare di non volere un nuovo conflitto. Contemporaneamente, però, ognuna accusava le altre di prepararlo. Il risultato fu un meccanismo di sospetti, alleanze contrapposte e mobilitazioni militari che condusse alla catastrofe del 1914.
Secondo d’Orsi, anche oggi si respira un’atmosfera pericolosamente simile: si afferma di lavorare per la pace mentre si aumentano gli armamenti, si prepara l’opinione pubblica allo scontro e si considera ogni apertura diplomatica verso la Russia come una forma di cedimento.
L’assenza degli intellettuali e la criminalizzazione del dissenso
Un ulteriore elemento di preoccupazione è rappresentato dalla debolezza della mobilitazione degli intellettuali contro la guerra.
Chi esprime posizioni differenti rispetto alla linea dominante rischia di essere accusato di essere al servizio di una potenza straniera. Il termine “straniero” viene progressivamente assimilato a quello di “nemico”, come se il confronto politico dovesse necessariamente trasformarsi in una prova di fedeltà.
Le reazioni suscitate da ogni proposta di riapertura del dialogo diplomatico con Mosca mostrano una mentalità già immersa nella guerra, nonostante i Paesi europei non siano formalmente entrati nel conflitto.
Anche le ipotesi avanzate da Emmanuel Macron sull’invio di contingenti europei in Ucraina, nell’ambito delle garanzie di sicurezza, vengono lette da d’Orsi attraverso il peso della storia francese e il precedente della disastrosa campagna napoleonica contro la Russia.
L’Europa sembra inoltre ignorare un dato essenziale: la Federazione Russa possiede uno dei più vasti arsenali nucleari del pianeta. Una possibile escalation non avrebbe, quindi, conseguenze limitate al territorio ucraino.
L’Occidente come l’Impero romano al tramonto?
Il terzo tema, proposto da chi scrive, riguarda una possibile analogia tra la condizione attuale dell’Occidente e la fase terminale dell’Impero romano d’Occidente: una struttura che continuava formalmente a esistere mentre perdeva progressivamente potere, territori e capacità di determinare gli eventi, fino alla deposizione di Romolo Augustolo nel 476.
Angelo d’Orsi, richiamando le riflessioni di Luciano Canfora, mette in guardia dall’uso troppo disinvolto delle analogie storiche. La storia non si ripete meccanicamente e ogni epoca presenta caratteristiche irriducibili.
Il paragone, tuttavia, può aiutare a comprendere alcuni aspetti del presente. Le classi dirigenti europee sembrano incapaci di accettare il cambiamento degli equilibri mondiali e continuano a comportarsi come se l’assetto politico della seconda metà del Novecento fosse ancora intatto.
L’Europa rimane legata alle decisioni strategiche degli Stati Uniti anche mentre il baricentro economico e tecnologico mondiale si sposta sempre più rapidamente verso l’Asia.
Il gas statunitense e il prezzo della dipendenza
Tra gli esempi citati vi è la rinuncia al gas russo e il crescente ricorso al gas naturale liquefatto statunitense, più costoso anche a causa del trasporto attraverso l’Atlantico e dei successivi processi di rigassificazione.
Quella che viene presentata come una scelta di indipendenza energetica avrebbe così prodotto, secondo questa lettura, una nuova forma di dipendenza, accompagnata da conseguenze economiche pesanti per imprese e famiglie europee.
Le guerre contemporanee possono dunque essere interpretate come i colpi di coda di un Occidente in declino, ancora presente nella visione dei suoi governanti ma non più corrispondente ai reali rapporti di forza mondiali.
Colpi di coda che, proprio perché generati da potenze intenzionate a conservare il proprio predominio, potrebbero produrre conseguenze internazionali, economiche e militari gravissime.
Agorà, dalla piazza alla politica
L’ultimo argomento affrontato riguarda Agorà – Dalla Piazza al Parlamento, il movimento fondato da Angelo d’Orsi con l’obiettivo di riunire sensibilità, associazioni e componenti politiche differenti.
Il progetto nasce dalla speranza di scuotere le attuali classi dirigenti e trasformare la protesta contro le guerre, il riarmo e la perdita di sovranità in una concreta proposta politica.
Agorà deve però confrontarsi con un problema enorme: la sostanziale passività di una parte considerevole della popolazione europea e, in modo particolare, di quella italiana.
A questa condizione d’Orsi risponde richiamando Il Principe di Niccolò Machiavelli e la necessità di liberare l’Italia dalle forme di dominio e influenza straniera. Oggi non si tratterebbe più soltanto di eserciti materialmente presenti sul territorio, ma di condizionamenti economici, militari e tecnologici.
Basi militari, multinazionali e sovranità limitata
Tra gli esempi indicati figurano le numerose basi militari statunitensi presenti in Italia, sulle quali la sovranità nazionale è fortemente condizionata dagli accordi internazionali, e il peso assunto dalle grandi multinazionali e dai colossi tecnologici in settori strategici della vita pubblica.
La dipendenza da imprese riconducibili a Elon Musk o da società straniere operanti nella cybersecurity pone interrogativi sulla capacità dello Stato italiano di controllare infrastrutture e informazioni essenziali.
Allo stesso tempo, la produzione in Italia di componenti militari destinate all’Ucraina e la presenza di installazioni strategiche come Sigonella espongono il nostro Paese ai rischi derivanti da un eventuale allargamento del conflitto.
Rientra in questo quadro anche la controversia tra la Commissione europea e la Biennale di Venezia, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, relativa alla riapertura del Padiglione russo e alla possibile sospensione di finanziamenti europei.
Un intervento che interroga il nostro tempo
Quello del professor Angelo d’Orsi a PrimaLinea News è stato un intervento intenso, capace di intrecciare storia, geopolitica e critica del presente.
Dal conflitto con l’Iran al riarmo europeo, dall’ascesa cinese alla nascita di Agorà, emerge una domanda destinata ad accompagnarci nei prossimi anni: quanto può diventare pericoloso il tentativo dell’Occidente di conservare un’egemonia che il nuovo assetto mondiale sta già mettendo radicalmente in discussione?
Le notizie sulla pressione esercitata dalla guerra contro l’Iran sulle scorte di munizioni statunitensi rappresentano, secondo questa lettura, uno degli indicatori dei limiti della strategia occidentale. Donald Trump ha pubblicamente respinto l’idea che gli Stati Uniti siano rimasti senza armamenti, ma il dibattito sulla sostenibilità militare ed economica del conflitto resta aperto.
Il vecchio mondo non è ancora scomparso e quello nuovo non ha assunto una forma definitiva. È proprio in questo passaggio, incerto e carico di rischi, che la politica dovrebbe recuperare la capacità di comprendere la storia prima che siano le armi a scriverne il prossimo capitolo.





