A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, l’unico sopravvissuto affida alla memoria il peso di quella domenica del 19 luglio 1992. Nel suo intervento ricorda Paolo Borsellino e gli agenti della scorta uccisi, denunciando i silenzi, le false testimonianze e i troppi “non ricordo” che ancora impediscono di raggiungere la verità. Al centro resta l’agenda rossa, la chiave di uno dei misteri più oscuri e vergognosi della storia italiana.
E
ssere l’unico sopravvissuto non è facile. Da trentaquattro anni mi porto dentro questo peso.
Però io quella domenica del ’92 ero qui, ero qui a fare il mio servizio come loro: come Agostino, come Walter, come Claudio, come Emanuela, come Vincenzo.
Un 19 luglio… una giornata bellissima [problemi tecnici audio] e poi siamo caduti in questo buio e da trentaquattro non ne usciamo più e chissà per quanti anni ancora rimarremo in quel buio.
Secondo me, come è stato detto tante volte, la chiave per potere riaccendere questa storia, che ripeto è una delle più nere e vergognose del nostro Stato, è quell’agenda rossa che si trovava all’interno della borsa.
Coloro che si nascondono dietro ai “non ricordo”, dietro a false testimonianze o si appoggiano alla facoltà di non rispondere, abbiano almeno un po’ di onestà intellettuale; e allora forse potremo veramente riaccendere questa luce che ci guida verso la verità.
La verità di cui hanno bisogno loro perché ancora non hanno un riposo sereno, come non lo abbiamo tutti noi.
Qualche giorno fa ho sentito dire che dopo Falcone è cambiato tutto; sì, forse la gente di Palermo si è un po’ indignata dopo Capaci, però quello Stato storico non ha fatto nulla per fare un cambiamento.
Perché il cambiamento si poteva fare: l’unica cosa che era da fare, e si poteva fare, era proteggere questa persona [Paolo Borsellino], che era l’unica veramente che ci poteva salvare da questa situazione che ancora, purtroppo, abbiamo dentro di noi. L’abbiamo attorno a noi; si va modificando, si va modellando con i tempi, e noi a quanto pare siamo sempre un gradino indietro a loro.
La figura del giudice Borsellino era veramente per noi un qualcosa di particolare; noi lo vedevamo come un supereroe, per noi era una persona veramente forte, una persona coerente, e forse era la coerenza che ha dato fastidio a qualcuno.
Ultimamente mi viene…mi è venuta…così…una canzone che è stata riproposta in questi giorni, una canzone degli 883, che, proprio, secondo me calza a pennello alla storia del giudice Borsellino e, guarda caso, è stata fatta anche questa canzone nel’92, però prima delle stragi.
Quella dove si parla che “hanno ucciso l’Uomo Ragno, chi sia stato non si sa”, se è stata la mala o se è stato qualcuno a farsi la pubblicità…attraverso quell’agenda rossa che sicuramente tiene in mano.
Potrebbe essere veramente una canzone dedicata involontariamente alla figura del giudice Borsellino.



