La recente notizia del permesso premio concesso a Damiano Rizzo — tornato a Villabate a metà luglio per sette giorni da “detenuto modello” — conferma drammaticamente l’allarme che porto avanti fin da gennaio 2025, da quando uscirono le prime notizie sulla concessione dei permessi premio a boss mafiosi che non hanno mai collaborato con la giustizia.
Fin da subito avevo espresso forte preoccupazione per il loro effettivo rientro nei mandamenti, a partire dalla vicenda del boss dell’Acquasanta, Raffaele Galatolo. Un timore purtroppo confermato dal suo arresto a metà giugno, dopo che si è scoperto che aveva riorganizzato la cosca proprio approfittando dei permessi premio. Oggi la lista si allunga con Rizzo, fedelissimo di Mandalà nella gestione della latitanza di Provenzano ed esecutore materiale dell’omicidio dell’imprenditore Salvatore Geraci.
Come ha ricostruito un’inchiesta di Repubblica, dal 2019 la Corte Costituzionale ha aperto ai benefici penitenziari anche per i condannati per mafia, a patto che vengano escluse l’attualità della partecipazione all’associazione criminale e il pericolo di ripristinare collegamenti con la criminalità organizzata. A ciò la Cassazione ha aggiunto l’obbligo di risarcire le vittime. Tuttavia, il sistema presenta falle evidenti: da un lato, ai boss basta dichiararsi nullatenenti a causa dei sequestri subiti per superare il requisito del risarcimento; dall’altro, in caso di permessi ripetuti, la legge consente ai tribunali di sorveglianza di non richiedere il parere delle procure antimafia e di non comunicare i provvedimenti alle DDA territorialmente competenti.
Il rischio reale è che i custodi dei segreti sulle Stragi, come i fratelli Graviano, scelgano di continuare sulla via del silenzio. Un timore rafforzato anche dalla non più recente concessione della semilibertà allo stragista Giovanni Formoso e a Salvatore Rotolo, killer della feroce cosca di Corso dei Mille.
A suo tempo, le mie dichiarazioni vennero riprese da testate internazionali come The Guardian e il Daily Mail, facendo il giro del mondo, ma finendo per essere pressoché ignorate dai media italiani.
Purtroppo, i miei timori si sono rivelati fondati.
Tutto questo mi fa riflettere su quanto poco contino, in questo Paese, le parole di noi familiari delle vittime di mafia e sull’inquietante clima con cui ci ritroviamo a convivere. Fatti che magari non sono proceduralmente collegati alla questione dei permessi premio, ma che restituiscono il senso di un’arroganza mafiosa mai sopita.
Mi riferisco a quanto emerso recentemente: dal carcere di massima sicurezza, al 41-bis, il capomafia Nino Madonia — mandante ed esecutore del duplice omicidio dei miei zii Nino Agostino, Ida Castelluccio e del bimbo che portava in grembo — è riuscito a far recapitare una lettera minatoria e inquietante direttamente sulla scrivania della GIP Antonella Consiglio.
Sfruttando lo stratagemma di una formale richiesta di astensione, ha aggirato i filtri del Dap per lanciare un inequivocabile messaggio intimidatorio che evoca anche il marito della giudice, il procuratore Domenico Gozzo, l’uomo che, insieme ad altri valorosi magistrati, ci ha condotto al raggiungimento di una parte di verità giudiziaria. Un copione vile che si ripete.
E il pensiero va inevitabilmente oltre: cosa succederà se questi permessi premio venissero concessi anche a Gaetano Scotto, uno dei due killer dei miei zii?
Già nel 2016, quando Scotto uscì dal carcere, lo Stato italiano ritenne necessario assegnare a mio nonno una scorta con due uomini armati e un’auto blindata, solo perché continuava a chiedere verità e giustizia per l’omicidio di suo figlio, di sua nuora e di suo nipote. Se dovesse accadere di nuovo, dovrò vivere anch’io con lo stesso identico timore, o il resto della mia famiglia, considerando che oggi siamo noi a portare avanti questa battaglia?
O forse noi, insieme a tanti altri familiari di vittime di mafia, siamo destinati a vivere nella paura ogni volta che esce dal carcere uno dei killer che ci ha strappato un pezzo della nostra famiglia e ha stravolto per sempre le nostre vite?
Mi torna in mente la frase che ripeteva mio nonno:
«A noi familiari il 41-bis e l’ergastolo ostativo chi ce lo toglie?».
Ma poco importa: noi non ci arrendiamo, continuiamo a lottare e a denunciare!



