Nella seconda parte dell’intervista, Marco Mastriani e Fabio Morreale raccontano la straordinaria varietà degli ecosistemi siciliani, il rapporto tra comunità locali e aree protette e le potenzialità economiche, turistiche e sociali di un territorio ancora poco conosciuto.
In questa seconda parte dell’intervista a Marco Mastriani e Fabio Morreale sorge spontanea una domanda: in tutto questo recente andazzo di duelli legislativi e opposizioni politiche contrapposte, la Regione Siciliana appartiene al consueto scenario di indifferenza riservato a questi argomenti nel Sud Italia?
La risposta di Mastriani è sorprendente. Anche se solo parzialmente, sembra proprio di no.
L’isola mediterranea possiede un’incredibile varietà di biodiversità, in qualche modo tutelata e sostenuta. Marco Mastriani presenta un elenco dettagliatissimo e descrittivo della ricchezza degli ambienti presenti e, almeno in parte, protetti.
Con una caratteristica comune, se non addirittura unica: la compresenza di habitat e biotopi appartenenti a tutte le classi tassonomiche, da quelli di tipo subsahariano a quelli montani, fino agli ambienti propriamente mediterranei. Mastriani ripercorre anche la storia delle battaglie combattute per la loro protezione e tutela. La più famosa è quella per il Ciane, il fiume dei papiri.
Un patrimonio utile e fruttuoso non soltanto dal punto di vista scientifico, ma anche sotto il profilo economico e dello sviluppo sociale, grazie alle numerose interrelazioni che può generare.
Una ricchezza che potrebbe assicurare un futuro diverso rispetto alla situazione attuale, rappresentata simbolicamente da Mastriani attraverso la fuga dei giovani verso l’estero, causata dalla mancanza di opportunità reali.
Danilo Gullotto introduce, rivolgendosi a Fabio Morreale, un tema annoso e delicato: il rapporto delle comunità locali con la realtà dei parchi, delle aree tutelate e delle altre strutture di protezione ambientale.
Un mito sociale da smontare riguarda proprio la presunta ostilità delle comunità nei confronti di queste strutture di tutela.
Attraverso un excursus storico emerge il racconto delle diffidenze iniziali manifestate dai Comuni e dagli enti locali, successivamente superate grazie a una gestione capace di unire la conservazione ambientale con un approccio economico e turistico.
Al punto che, negli ultimi anni, molti Comuni hanno avanzato formalmente la richiesta di entrare a far parte dei territori dei parchi e delle altre aree protette.
Fabio Morreale passa poi, anche lui, a un elenco dettagliato delle eccellenze e delle potenzialità possedute dalla Sicilia: le particolari sugherete, le cave del Cassibile, le culture neolitiche della Val di Noto, le tonnare e, infine, gli habitat rupestri e trogloditici presenti nella vasta zona compresa tra Modica e Ispica.
Tutto questo patrimonio, se recuperato, potrebbe essere inserito all’interno di un importante piano di attività produttive.
A ciò si aggiungono ecosistemi molto diversi tra loro, come già ricordato da Marco Mastriani, che rendono questa zona forse unica al mondo. Un esempio è rappresentato dai fiumi delle valli, come quelli dell’Alcantara, che sono caldi e presentano quindi caratteristiche idrografiche differenti rispetto ai corsi d’acqua del resto della Sicilia e dell’Italia continentale.
Marco Giuseppe Toma pone a Fabio Morreale il problema della peculiarità degli habitat rupestri, totalmente differenti da quelli dell’area apulo-lucana delle gravine, compresa tra Matera e Grottaglie.
Differenze così profonde da spingere l’archeologo Giuseppe Agnello a dedicare quasi tutta la sua vita alla loro individuazione e tutela, in una sorta di parallelismo con l’analogo impegno del pugliese Cosimo Damiano Fonseca.
Si tratta di habitat con caratteristiche peculiari: scavati nella roccia, molto spesso articolati su due piani secondo un preciso progetto abitativo. In numerosi casi erano strutturati come palazzi nobiliari o casali agricoli, con un piano inferiore e uno superiore destinati alle classi alte e ai proletari, oltre a porticati e spazi comuni d’ingresso per il resto della popolazione.
Questi ambienti non furono costruiti dai profughi e dalle maestranze bizantine, come avvenne nel Sud-Est italiano, ma dagli arabi durante il loro dominio, attraverso l’importazione di un modello già presente nell’area magrebina.
Un esempio è il villaggio rupestre tunisino situato nella zona di Kairouan, dove sono state girate le scene dell’officina di robot e droidi del padre di Luke Skywalker, sul pianeta Tatooine, nel film Star Wars di George Lucas, uscito nel 1977.
In tutto questo dovrebbe esserci una spinta, un input immediato per valorizzare, tutelare e pianificare l’utilizzo di questi patrimoni.
Eppure, ricorda Morreale, ci si scontra con funzionari e amministratori che, seppure competenti, preparatissimi e acculturati, sembrano fare fatica a comprendere l’importanza della questione.
Un’intervista molto interessante, a tratti simile a una guida turistica dedicata a luoghi sconosciuti e lontani dai percorsi più battuti, con tanti altri elementi da scoprire nel video.



