La vicenda che sta consumando la redazione di Report non è una semplice “querelle” da palinsesto estivo, né l’ennesimo avvicendamento a cui ci ha abituato la cronaca televisiva. È la fotografia nitida e preoccupante di un cambio di paradigma, la trasformazione del giornalismo d’inchiesta da contropotere sistemico a spazio da perimetrare.
Quando si parla di trasmissione d’indagine nel Servizio Pubblico, si tende spesso a cadere nella trappola della ricerca della contiguità politica diretta. Viene quasi naturale cercare l’appartenenza di partito, la tessera in tasca o il filo invisibile che lega le decisioni dei vertici ai palazzi del potere. Ma la dinamica in atto attorno al cambio di conduzione affidato a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi rivela una raffinatezza strategica ben diversa.
Non siamo di fronte all’imposizione di figure politicamente orientate o vicine a specifiche correnti. Entrambi sono professionisti con percorsi credibili. Una vincitrice di concorso interno con un lavoro costante sul campo, l’altro un cronista da strada che sulla propria pelle ha misurato il rischio del fare domande in territori complessi.
Ed è proprio qui che risiede il nodo della questione. La politica moderna non ha più bisogno di occupare militarmente gli spazi con uomini di bandiera, le basta disinnescarne la carica eversiva attraverso la forma della legittimità.
Sostituire un simbolo ingombrante, accentratore e da anni nel mirino del potere con volti formalmente inappuntabili è la soluzione perfetta, preserva il marchio in palinsesto, tranquillizza l’opinione pubblica e, contemporaneamente, riduce la gittata dell’impatto mediatico. È la strategia della normalizzazione attraverso la professionalità.
La spaccatura nella redazione di Report
Ciò che sta accadendo nelle ore successive a questa svolta verticistica misura l’ampiezza della spaccatura. La reazione del gruppo storico degli inviati — pronti a lasciare in massa il programma e a fare un passo indietro — non è un capriccio corporativo né una difesa di posizione.
Come emerso chiaramente anche dalle recenti e amare riflessioni di Giulia Innocenzi, la redazione si è trovata improvvisamente espropriata del proprio percorso collettivo. La scelta di scavalcare le proposte scaturite dall’interno, ignorando chi da anni firma le inchieste più complesse e spinose, invia un messaggio chiarissimo, la squadra non è più il cuore propulsivo della linea editoriale, ma un esecutore sostituibile.
Vedere un intero gruppo di lavoro valutare l’abbandono di uno storico presidio informativo è un fatto d’una gravità inaudita. Dimostra che chi fa inchiesta sul serio sa che non esiste continuità possibile quando viene meno l’indipendenza strutturale.
Il giornalismo d’indagine non è un semplice montaggio di immagini con una voce fuori campo, è una postura mentale, è la tutela del metodo, è la garanzia che chi lavora a un pezzo per mesi non vedrà il proprio lavoro edulcorato al momento della messa in onda.
Perché il giornalismo d’inchiesta fa paura?
Perché, in fondo, la vera domanda da porsi è solamente una: perché il giornalismo d’inchiesta continua a fare così tanta paura, a prescindere dal colore politico di chi siede al governo?
La risposta è nella natura stessa del lavoro investigativo. L’inchiesta vera non nasce per offrire sponde o per accompagnare il racconto delle istituzioni, nasce per creare “attrito”. Il suo unico compito è mettere la lente d’ingrandimento sul cavillo, sulla contraddizione, sull’uso e sull’abuso del denaro e del potere pubblico.
Lo ha fatto in passato con i governi di centrodestra, lo ha fatto senza sconti con le stagioni guidate da Giuseppe Conte, lo ha fatto nei confronti della sinistra. Quando l’informazione risponde soltanto ai fatti e alla verifica delle fonti, diventa per sua essenza ingovernabile. E ciò che è ingovernabile, per qualunque maggioranza, rappresenta un problema da risolvere.
Il rischio della normalizzazione dell’informazione
Il rischio strisciante verso cui la nostra sfera pubblica sta scivolando è la cultura del compromesso al ribasso, ovvero l’idea che, per sopravvivere dentro una grande azienda, il giornalismo debba farsi “sostenibile”, smussare gli angoli, virare verso l’approfondimento sociale innocuo o concentrarsi esclusivamente su scorci di cronaca privi di contraccolpi sistemici.
Se l’uscita in massa degli inviati dovesse consumarsi fino in fondo, a rimanere sul campo non sarà soltanto una redazione svuotata o un programma trasformato nell’involucro di se stesso.
Ad uscire sconfitta sarà l’idea stessa che il cittadino abbia diritto a un Servizio Pubblico capace di disturbare il manovratore. E un paese in cui l’informazione sceglie la tranquillità alla responsabilità di scoperchiare la realtà è un paese che sta decidendo di guardare altrove.



