«Sporcare la vittima è il film che stiamo vedendo». È probabilmente questa la frase che sintetizza meglio l’intervento di Paolo Mondani, giornalista e storico inviato di Report, dedicato alla libertà d’inchiesta, alle stragi, alle piste nere e soprattutto alla vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci e la redazione del programma di Rai 3.
Mondani parte dal lavoro realizzato negli anni sulle stragi di mafia: quattordici puntate, circa quattordici ore di inchiesta. E annuncia che anche le prossime indagini continueranno a occuparsi della pista nera.
Nel suo intervento ricorda anche che proprio una puntata intitolata “Le piste nere” avrebbe dovuto essere riproposta su Rai 3, ma che le repliche di Report sono state sospese. Una decisione sulla quale, sottolinea Mondani, Federazione Nazionale della Stampa, Ordine dei Giornalisti e USiGRai hanno parlato di censura.
Dal generale Mori alle inchieste sulle stragi
Mondani ripercorre anche il lungo confronto con il generale Mario Mori, ricordando le iniziative intraprese negli anni contro il lavoro di Report e soffermandosi sul rapporto, spesso conflittuale, tra giornalismo investigativo e apparati dello Stato.
Report e la battaglia sulla credibilità
A suo giudizio, contro Report e Ranucci sarebbe in corso una battaglia che punta al bene più prezioso per un programma d’inchiesta: la credibilità. Il rapporto personale tra Ranucci e Walter Lavitola, afferma Mondani, può e deve essere sottoposto a critica giornalistica. Ma altra cosa è sostenere che quel rapporto abbia condizionato le inchieste di Report o, addirittura, costruire una narrazione nella quale vittima e presunto attentatore finiscano nello stesso campo.
«Difenderemo la nostra e la vostra libertà centimetro dopo centimetro»
«Noi di Report non molleremo. Difenderemo la nostra e la vostra libertà centimetro dopo centimetro».
Un intervento che va oltre la difesa di una trasmissione televisiva. La questione sollevata da Mondani riguarda il ruolo del giornalismo d’inchiesta.



