La presentazione del libro “Una vita contro la camorra” con la testimonianza di Gennaro Ciliberto, scritto dal direttore di WordNews.it Paolo De Chiara, è stata al centro di uno degli incontri della rassegna “Ariel a Castello” tenutosi a Casoli dal 28 al 30 agosto.
Doveva partecipare all’incontro anche Gennaro Ciliberto ma non gli è stato permesso. E se fosse venuto sarebbe intervenuto a volto coperto. Circostanze che dovrebbero far riflettere e da cui si è preso spunto per accendere un riflettore sulla situazione dell’Abruzzo, su quanto i temi e le denunce al centro non sono estranei al contesto regionale. Anzi.
Casoli, “Una vita contro la camorra”: il prezzo pagato da chi denuncia le mafie
Siamo in una regione in cui, per capire come la stampa viene considerata nelle stanze dei bottoni, un assessore comunale blocca su facebook un giornalista (è successo al sottoscritto). Siamo vicini alle elezioni comunali e lui ha diviso tutti in bianchi e neri, guelfi e ghibellini, i buoni e santi e i cattivi. I primi sono, ovviamente, quelli che seguono tutte le sue amenità, tutti i suoi incontri, anche i più vacui. I secondi quelli che non hanno neanche tempo per seguire tutti i circhi estivi, che continuano ad essere convinti che la polis è più grande e importante delle passerelle di un momento, di un concertino o una sfilata in cui si pavoneggiano. E non è una mosca bianca: a pochi chilometri c’è una sua collega che si è persino irritata e offesa, arrabbiata, perché a giugno e luglio abbiamo seguito fatti gravi di cronaca, non abbiamo voluto tacere e non siamo rimasti in silenzio. Ad agosto, poi, a capire il livello, stessa reazione perché invece l’ennesima cazzata del solito vippetto di provincia non l’abbiamo strombazzata come non ci fosse un domani. Perché questa è la concezione della stampa che molti, anche se non soprattutto tra coloro che si proclamano democratici: essere asserviti a lor signori e baloccarsi con il nulla mischiato a niente delle loro amenità estive.
Nell’incontro precedente nel pomeriggio Stefano Tamburini ha ricordato come gli ultras sono stati utilizzati come finto dissenso per intimidire la stampa. Non è solo passato, è successo anche l’anno scorso quando un giornalista, perché per fortuna abbiamo ancora colleghi che fanno il loro dovere e quindi mi permetto anche di fare il nome perché credo che sia uno dei migliori in questa regione, Gianluca Lettieri di Il Centro, per due volte è stato letteralmente minacciato, intimidito, si è trovato uno striscione in cui gli è stato detto che lui è il male di Chieti. Lettieri è stato contestato per alcuni articoli sulla proprietà del Chieti Calcio, la stessa proprietà finita in una puntata di Report. Qualche mese dopo quella proprietà del Chieti Calcio è fallita. ha avuto ragione Lettieri,
Tamburini ha ricordato la notte di San Michele quando la giunta Salini fu spazzata via. In quegli anni in questa regione ci sono stati omicidi di mafia, forse tre. In quegli anni c’è stato l’omicidio dell’avvocato Fabrizi. Nel 2026 un collega, Antonio Del Furbo, ha deciso di riapprofondire la storia di Fabrizi. Nel momento in cui su Facebook ha annunciato che avrebbe fatto questo approfondimento, è stato minacciato e attaccato, insultato pesantemente.
Quando si parla di camorra, di mafie, nel libro di Paolo De Chiara si racconta la storia di una persona che ha denunciato infiltrazione di un clan di camorra. Quel clan di Camorra ha investito anche in questa regione, nell’Abruzzo interno e nel Vastese, quelle stesse organizzazioni criminali che hanno investito e tentano di dirigere interi settori economici. Gli incendi di fine agosto e inizio settembre, così come il probabilmente almeno il 95-98%, sono dolosi.
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A Dogliola già quasi 20 anni fa ci fu un piromane. Il morrone brucia da 9 anni. C’è stata una professoressa universitaria, premiata a Casoli due anni fa al premio nazionale Lea Garofalo, Lina Calandra che in una ricerca universitaria si è imbattuta nella mafia dei pascoli. Quella ricerca era fatta anche in collaborazione con un ente istituzionale che poi è sparito. In quella ricerca si parla anche del Chietino.
WordNews.it e l’associazione Dioghenes ogni anno ricordano con un premio nazionale una vittima di mafia, Lea Garofalo. Un’edizione si è tenuta proprio a Casoli. Lea Garofalo è vissuta anche a Campobasso. Noi spesso ricordiamo Falcone, Borsellino. Siamo il paese in cui siamo tutti Peppino Impastato il 9 maggio, poi siamo tutti Falcone, siamo tutti Borsellino, arriviamo al 25 novembre che siamo tutti donne vittime di violenza. Però poi la prima cosa che sappiamo dire in quanto uomini, ma io non ho responsabilità.
In Abruzzo abbiamo avuto una vittima di mafia, non è stata sparata, non è stata uccisa nella maniera, diciamo, canonica con la lupara o con un’autobomba. È stata uccisa perché malata grave e abbandonata. Accadde nel 2011 nel teramano quando una ragazza nigeriana, ecco, quando si dice che in Italia ci sono immigrati, ci sono extracomunitari comuni che fanno lavori che gli italiani non vogliono fare più c’è anche in alcuni casi quello di denunciare le mafie. Perché le mafie albanesi a Roma sono state denunciate da una ragazza albanese vittima, costretta alla prostituzione, Adelina. È successo anche in Abruzzo con una ragazza nigeriana, Lilian Solomon. Lei a un certo punto cominciò a stare male e soffriva tantissimo. Noi oggi in questi giorni e settimane soffriamo per il caldo. Chi ha un chi ha un fastidio, chi ha un dolore, anch’io. Lei a un certo punto piangeva per il dolore, erano dei dolori insopportabili. Andò oltre la paura che i clan delle mafie nigeriane potessero del male alla sua famiglia o a lei in Italia per la sofferenza. A un certo punto ha detto «Io non ce la faccio più a vivere». Si rivolse a un’associazione di volontari e si scoprì che quei dolori derivavano da linfoma allo stato terminale.
Lilian Solomon è morta all’ospedale Santo Spirito di Pescara il primo ottobre 2011. non verrà mai messa in nessun elenco di vittime di mafia, ma di fatto lo è, sfruttata per mesi mentre soffriva le pene dell’inferno. E tutti gli uomini che sono andati su quella famigerata bonifica del Tronto sono stati dir poco indifferenti. Qualche anno fa abbiamo proposto di ricordare Lilian mettendo un nastrino nero sui nostri profili social, un gesto senza necessità di nessuno sforzo. Non interessò a nessuno, ci fu totale e assoluta indifferenza.



